Nella settimana della finale scudetto, riviviamo i grandi momenti dell’Olimpia nella serie per il titolo. Qui riviviamo Gara 3 della finale del 1987 contro Caserta a Lampugnano, quella che certificò la realizzazione del Grande Slam. Fu anche l’ultima partita allenata (almeno fino al suo ritorno nel 2011) da Dan Peterson.
25 aprile 1987: Olimpia Milano-Juve Caserta 84-82
Olimpia Milano: Bargna 2, Boselli, Pittis 10, D’Antoni 11, Premier 9, Meneghin 2, Gallinari 2, Bariow 19, McAdoo 29.
Juve Caserta: Gentile 18, Esposito, Dell’Agnello 8, Generali 4, Donadonl 26, Glouchkov 3, Oscar 23.

Il contesto – L’Olimpia aveva già vinto Coppa Italia e Coppa dei Campioni. Nei playoff, aveva eliminato prima Pesaro (sconfitta anche in Coppa Italia) e poi Varese conquistando la finale contro Caserta, la stessa avversaria della stagione precedente ma rinnovata, con un centro fisico come Georgi Glouchkov accanto a Oscar Schmidt e piena fiducia agli italiani emergenti come Nando Gentile, Enzo Esposito, Sandro Dell’Agnello più il veterano Sergio Donadoni. Caserta non aveva più Bogdan Tanjevic in panchina ma il suo assistente Franco Marcelletti. Per la prima volta la finale si giocava al meglio delle cinque partite. L’Olimpia vinse Gara 1 e 2, ma dopo una stagione pesantissima era arrivata stremata a Gara 3, a Lampugnano, con il problema di un Meneghin in campo per tutti i playoff in condizioni menomate.

Il personaggio – Riccardo Pittis, milanese, prodotto delle giovanili Olimpia, aveva 18 anni e mezzo il giorno di Gara 3 della finale scudetto. Aveva già avuto un po’ di spazio e da un paio di stagioni era di fatto arruolato in prima squadra preferibilmente da guardia. Il suo idolo, modello, fonte di ispirazione era Magic Johnson. Quando imitava i passaggi in allenamento doveva sperare che fossero perfetti altrimenti avrebbe sentito McAdoo. Di quella squadra era un po’ il pulcino, in attesa di vincere tanto prima a Milano e poi nella seconda parte della sua carriera a Treviso.
La partita – Fu una gara surreale: dopo un avvio equilibrato, Caserta piazzò un parziale incredibile di 19-0 volando a più 18 e mettendo l’Olimpia alle corde. “Avessimo perso, non avremmo avuto le energie per vincere un’altra partita”, avrebbe riconosciuto Dan Peterson. Fu in quel momento che Peterson mandò in campo Riccardo Pittis. E fu Pittis a ribaltare la partita: sotto di 15, rubò palla a Esposito andando a schiacciare, su un’altra palla rubata a Dell’Agnello l’Olimpia segnò con McAdoo (29 punti). A 47 secondi dall’intervallo, con Caserta di nuovo 12 punti avanti, centrò la tripla del meno nove. E infine l’ultimo possesso del primo tempo vide Barlow segnare dalla media e Pittis rubare palla sulla rimessa e segnare da tre il canestro del meno cinque che riaprì del tutto la gara. In realtà, fu meno facile di così: nel secondo tempo, Caserta tre volte ritornò a costruire vantaggi di 12 punti. L’Olimpia rispose ogni volta. Nell’ultimo minuto, Ken Barlow, il rookie che giocò bene le grandi partite, allo scadere dei 30 secondi prese l’unico tiro da tre della sua stagione centrandolo e completando la rimonta. Solo che Donadoni rispose con un’altra tripla. Per vincere la partita servirono prima la furbizia con cui D’Antoni irretì Gentile in un fallo sul tiro da tre (tutti i liberi a segno) e poi un po’ di fortuna sull’ultimo tiro di Nando che uscì veramente di un nulla, 84-82.
Il significato – Partita leggendaria perché fu il terzo scudetto consecutivo ma ancora di più completò il Grande Slam certificando le dimensioni storiche di quella stagione e di quella squadra. Andando più in profondità: sarebbe stata l’ultima gara allenata da Dan Peterson (salvo il ritorno del 2011), l’ultima a Milano di Gallinari e Franco Boselli, la prima grande recita di Ricky Pittis. E ancora più importante: a causa dei regolamenti dell’epoca, se l’Olimpia non avesse vinto lo scudetto non avrebbe potuto giocare la Coppa dei Campioni successiva, poi vinta. Quindi il back-to-back europeo di fatto cominciò quella sera.
