Devon Hall è un giocatore di energia, può occupare differenti ruoli sul campo, compete sempre e non si risparmia mai. Questo gene è nato con lui ma si è sviluppato fin da quando, molto piccolo, il suo modello di riferimento era Mark Hall III. Il fratello, che porta lo stesso nome del padre, ed è undici mesi più grande di lui. “Inizialmente ero io il miglior giocatore di basket”, ha raccontato Mark ai tempi in cui ambedue frequentavano l’università della Virginia dove hanno giocato in due sport differenti nello stesso periodo, Devon a basket e Mark a football da linebacker. Addirittura, Devon era convinto di diventare un giocatore di football fino a quando non è rapidamente cresciuto di statura e ha cambiato idea spostando il suo interesse sul basket. In quel periodo i due fratelli competevano uno contro l’altro in qualsiasi disciplina usando come campo di gara il cortile del nonno. Giocavano anche fino alle due di notte, non era importante in quale stagione. La costante è che finivano sempre per litigare e mettersi le mani addosso. I genitori dovevano intervenire per mettere pace. “Ci obbligavano ad abbracciarci ma non ne volevamo sapere così capitava che stessimo lì a guardarci anche per 30 minuti”, ricorda Devon.

Le strade dei due si separarono brevemente ai tempi dell’high school quando Devon decise di giocare per il padre Mark Jr, a Cape Henry, mentre il fratello andò alla Green Run. Ma nel 2011, Mark fu il primo a impegnarsi con Virginia e un anno dopo toccò a Devon: “Vidi il posto, conobbi Coach Bennett, lo staff, e mi convinsi che sarebbe stato il posto giusto per me. Mi dissero di scegliere senza tener conto che avrei trovato mio fratello e lo feci. Ma di sicuro la sua presenza mi ha aiutato”, ricorda. In quel momento, avevano ovviamente smesso di argomentare su tutto diventando amici oltre che fratelli. “Mi è capitato di andare alle due di notte in palestra perché Devon doveva tirare e io andavo lì per passargli la palla. Avevo l’allenamento il giorno dopo. Ma come potevo dire no di fronte ad un’etica come quella?”.

Devon Hall non giocò il primo anno di college. Coach Tony Bennett – che adesso lavora come consulente per i Los Angeles Lakers – gli consigliò di fermarsi senza bruciare una stagione di eleggibilità perché altrimenti avrebbe dovuto fare la riserva di London Perrantes. “Coach Bennett ne sapeva più di me, mi sono messo a lavorare in allenamento per migliorare e arrivare dove sono arrivato, sapendo che la nostra squadra era basata sulla difesa, in difesa era dove dovevamo vincere le nostre partite”, ricorda Hall. “Era un giocatore che sapeva sempre come trovare il modo di aiutare la squadra e molto concentrato sulla difesa”, ricorda Bennett.
Virginia in quelle stagioni ha schierato un numero enorme di futuri professionisti, anche giocatori NBA: Malcolm Brogdon, Joe Harris, Justin Anderson, DeAndre Hunter, Kyle Guy, Mariol Shayok, Anthony Gill, Darius Thompson, Mike Tobey, Mike Scott, oltre a Devon. Quando è entrato a far parte a tutti gli effetti della squadra, Hall con la sua versatilità è diventato una pietra angolare del gruppo. In carriera è partito 88 volte in quintetto: tutte le ultime 88 partite giocate per Virginia. Da senior, ha segnato 11.7 punti a partita con il 43.2% nel tiro da tre in 32.1 minuti sul campo. È stato quintetto difensivo ideale della Atlantic Coast Conference che allinea college di grande tradizione come North Carolina e Duke. Nelle sue quattro stagioni in campo, Virginia ha sempre giocato il Torneo NCAA: nel 2018 ci entrò da numero 1 del ranking; un altro anno da numero 4 un altro ancora da numero 6.

In quel momento, Devon si era già laureato in “Media Studies” con un anno di anticipo il che gli diede l’opportunità di partecipare alla consegna dei diplomi assieme al fratello e concentrarsi al tempo stesso sul basket. “Penso che all’inizio non sapesse cosa sarebbe successo in campo e laurearsi in anticipo gli avrebbe dato la possibilità di guardarsi attorno a trasferirsi per l’ultimo anno di college. Molti giocatori cercano gratifiche immediate, non hanno pazienza. Lui l’ha avuta ed è stato ripagato”, ha detto Jason Williford che lo allenava ai tempi come membro dello staff di Coach Bennett.
Infatti, nel 2018 è stato scelto nei draft NBA da Oklahoma City, numero 53. “Quando sei bambino è quello che sogni, tutti vogliono giocare nella NBA, diventare professionisti. È stato speciale per me e per la mia famiglia. Avevo lavorato per tutta la mia vita sportiva per sentire il mio nome pronunciato al draft. Ed è successo davvero”.

La sua carriera professionistica però è cominciata in Australia, a Cairns: “Ho giocato là per sei mesi, ci sono stati alti e bassi, la squadra non era forte ma ho imparato tanto: a crescere, a come essere un professionista, a rapportarmi con le persone senza conoscere nessuno. Era la mia prima volta lontano da casa. Mi ha formato”, ricorda. Ma a Cairns è rimasto solo un anno. Poi i Thunder l’hanno richiamato a casa. Ha trascorso una stagione a Oklahoma City con due periodi trascorsi nei Blues della G-League (15.5 punti, 5.7 rimbalzi e 4.4 assist per gara). Lì ad allenarlo era Mark Daigneault, oggi coach dei Thunder che nel 2025 ha vinto il titolo NBA. “Mi ha aiutato ad avere fiducia. Nella seconda parte di stagione ho giocato bene, ho trovato il mio ritmo, sono stato aggressivo, ho segnato più del solito e vincevamo spesso”, ricorda. “In America – dice – i giocatori sono un po’ più dotati di qualità tecniche, ma qui la fisicità del gioco è completamente differente. E c’è maggiore attenzione all’aspetto collettivo, che mi piace, così devi imparare a seguire il flusso del gioco e leggere le situazioni. Quando arrivi in Europa e capisci quanto il gioco sia fisico può essere uno shock perché è completamente diverso da quello cui siamo abituati negli States”.
La prima tappa europea è stata Bamberg, in Germania ma anche nella Fiba Champions League. “Dovevo giocare in diverse posizioni, segnare, passare la palla, creare opportunità per i miei compagni ed essere un playmaker. Ho cercato di farlo al meglio”, ricorda. A Bamberg ha segnato 12.4 punti per gara. A fine stagione, è approdato a Milano che significava anche la possibilità di costruirsi una carriera a livello di EuroLeague.

Per tre anni, Devon Hall è stato una pedina chiave dello scacchiere biancorosso. Arrivato per giocare da guardia, con compiti soprattutto difensivi, ha mostrato presto la capacità di giocare anche da playmaker, com’è successo quando l’Olimpia si è trovata senza Malcolm Delaney nel suo primo anno; senza Kevin Pangos nel secondo e nel terzo anno, prima e durante la permanenza a Milano di Shabazz Napier. Il suo rendimento è stato sempre alto, sia in campionato che in EuroLeague. Da rookie segnò la tripla che di fatto consegnò all’Olimpia la vittoria sull’Asvel Villeurbanne. In campionato, si ricorda il missile da dieci metri abbondanti sulla sirena che significò la vittoria su Brindisi all’inizio della stagione 2022/23. In tutto, ha vinto tre titoli italiani (tecnicamente, è imbattuto), ha vinto la Coppa Italia del 2022 a Pesaro, ha giocato i playoff di EuroLeague. Era arrivato per dimostrare di poter stare in campo. Se n’è andato dopo tre stagioni da stella della squadra, diretto al Fenerbahce.

Ma a quel punto era anche un leader, un tratto somatico mostrato presto: ad esempio dopo poche settimane d’Italia perse la finale di Supercoppa a Bologna e giurò subito dopo che non la Virtus non gli avrebbe portato via un altro trofeo quell’anno. E così fu. Oppure dopo una sconfitta a Valencia in EuroLeague, in un momento in cui le cose non andavano tanto. Lui giocò una grande partite e tornò in spogliatoio con le lacrime agli occhi, di frustrazione, perché c’era qualcosa che non stava riuscendo come avrebbe dovuto, nel suo ultimo anno a Milano.

Non ci sono dubbi che la partenza sia stata dolorosa per ambo le parti, forse anche frutto di qualche fraintendimento. “Sapete quanto sono stato bene e abbia apprezzato il mio tempo a Milano”, disse e nessuno ha mai pensato che stesse ammorbidendo i toni. Al Fenerbahce gli è successo quello che era successo a Milano: ha aiutato in ogni settore, ha difeso, ha fatto il playmaker per una squadra che non ne aveva uno puro. Alla fine, la statistica più rilevante è quella dei minuti, 24.4 per gara nell’arco di 67 partite di EuroLeague (49 in quintetto, 34 su 35 nell’ultima stagione), due Final Four e il titolo vinto ad Abu Dhabi nel 2025 in cui non è stato MVP ma avrebbe potuto esserlo (segnò 15.5 punti per gara nelle due partite).
I due anni al Fenerbahce sono stati di grande spessore, vincenti, fino al secondo titolo turco che significa molto: Devon Hall ha vinto tutti gli ultimi cinque titoli nazionali. Ma Milano per lui è sempre stata Milano. Ha lasciato non solo ricordi ma emozioni, amici e un posto che aveva imparato a chiamare casa e non aveva smesso di farlo neppure quando era lontano, e vincente, in Turchia.
