Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di attività. Il 10 giugno 1950 nasceva a Stockton, in California, John Gianelli. Arrivato a Milano nel 1980, fu il protagonista della stoppata scudetto del 1982. Ecco la sua storia.

Per alcuni tifosi era “Pisolo” come uno dei sette nani della fiaba, quello che tendeva ad addormentarsi. Ma John Gianelli non era né addormentato né un giocatore distaccato, John Gianelli – origini italiane, nato e cresciuto nella California del Nord, star a Pacific dove è nella Hall of Fame e dove hanno ritirato la sua maglia – era semplicemente fatto così, un giocatore che non tradiva emozioni. Era il suo difetto, quello che gli imputavano persino i tifosi dei Knicks degli anni ’70, la squadra in cui trascorse cinque stagioni, dal 1972 al 1977, vincendo il titolo NBA da rookie, con 541 presenze in otto anni e una stagione in doppia cifra media nei punti, tra i primi 15 sia nei rimbalzi che negli assist. John Gianelli non era un giocatore qualunque, era un giocatore di alto livello. Ironicamente, lasciò i Knicks quando New York acquistò Bob McAdoo da Buffalo dirottando proprio lui agli allora Braves. “Lo chiamavano Pisolo e per un po’ è stato un mistero anche per i compagni di squadra – racconta Dan Peterson – Ci furono tifosi che mi mostravano le forbici durante le partite, che volevano tagliarlo”. Invece, a Milano sarebbe rimasto tre anni con lo scudetto vinto nel 1982 e addirittura controfirmato con la stoppata risolutiva su Mike Sylvester. L’anno dopo, l’Olimpia perse la finale di Coppa dei Campioni con Cantù e la finale scudetto con Roma. Una grande parentesi milanese avrebbe potuto diventare leggendaria.

John Gianelli ai tempi in cui giocava ai New York Knicks

Il suo arrivo a Milano fu accolto con scetticismo ma soprattutto con una punta di delusione. Nell’ultimo impegno prestagionale, il classico Trofeo Lombardia al Palalido, l’Olimpia si era presentata scortata da Kevin McHale, scelto al numero 3 dei draft NBA ma in rotta di collisione con i Boston Celtics sul contratto. McHale aveva deciso di venire a Milano. Aveva conosciuto Mike D’Antoni e per alcuni giorni tutti i benefici dell’esperienza italiana vennero enfatizzati da D’Antoni per convincerlo a firmare. McHale si era convinto, infatti. Al Trofeo Lombardia aveva guardato con interesse compagni e avversari. Aveva addirittura rilasciato la prima intervista a Superbasket.

Quella sera, scaduto l’ultimatum, era andato a dormire convinto che ad attenderlo ci fosse un anno a Milano. Toni Cappellari e Dan Peterson, la mattina seguente, lo andarono a prendere in hotel per la firma e il brindisi. Fu in quel momento che i Celtics – in pieno panico – lo chiamarono accettando le sue condizioni. L’Olimpia rimase senza il suo straniero. Dovendo rimediare in un attimo andrò a prendere John Gianelli, che aveva 30 anni e aveva appena concluso la sua esperienza NBA. “Volevo giocare professionalmente almeno dieci anni, questo era il mio obiettivo – racconta John Gianelli -. Dopo i Knicks, ho giocato a Buffalo, Milwaukee e infine a Utah. Ma la situazione non era buona e il taglio fu un sollievo. In Italia, giocavamo la domenica, poi avevamo il lunedì libero e questo ci ha dato modo come famiglia di visitare tutta l’Italia”.

“Ero a Utah. Ma la situazione non era buona e il taglio fu un sollievo. In Italia, giocavamo la domenica e avevamo il lunedì libero. Come famiglia abbiamo visitato tutta l’Italia”

John Gianelli

Peterson impiegò un secondo ad innamorarsi di Gianelli. “Organizzammo un allenamento al Palalido per mostrargli i nostri schemi prima che andasse in campo. Ma finì tutto in pochi minuti: io cominciavo a spiegare e lui finiva la frase anticipando lo sviluppo dei giochi. Molti erano gli stessi che aveva eseguito nella NBA. Aveva un’intelligenza cestistica impareggiabile anche se non amava allenarsi”, ricorda il Coach. In tre anni, Gianelli imparò solo una parola di italiano, “finito”, che era quanto chiedeva a Franco Casalini quando il rompete le righe si avvicinava inesorabilmente. “Era abituato ai ritmi NBA, trenta allenamenti e ottanta partite; qui era il contrario”, ricorda Peterson. “Cinque allenamenti alla settimana – ammette Gianelli – possono diventare lunghi e noiosi”.

John Gianelli a Milano

Aveva anche le sue idee, ad esempio non era un tifoso della difesa a zona. L’Olimpia usava la famosa 1-3-1 che era una zona ma una zona aggressiva, propositiva, non passiva. Gianelli non ci credeva e Peterson la utilizzava solo quando lui non era in campo. In una partita di playoff con Mestre, con Gianelli fuori per falli, il Billy rimontò proprio usando la 1-3-1. A fine gara, Gianelli si complimentò con Peterson per la scelta e poi aggiunse: “Coach, puoi farla anche con me, adesso ci credo anch’io”.

“Il primo anno la gente mi mostrava le forbici, volevano che lo tagliassi. Quando andò via gli stessi si domandavano come potessimo giocare senza Gianelli”

Dan Peterson

Nel suo primo anno a Milano, Gianelli era il centro della squadra sostenuto da Vittorio Ferracini e Vittorio Gallinari. Nel 1981, arrivò Dino Meneghin, e il suo ruolo diventò quello di ala forte libero di usare il tiro da fuori mentre Dino battagliava dentro l’area con i centri americani. Era la situazione ideale e l’Olimpia cavalcò l’assetto fino alla vittoria conclusiva. “Gianelli era anche la guardia del corpo di D’Antoni. Ricordo una partita a Forlì – dice il Coach Peterson – in cui Mike era aggredito da Toni Francescatto, il playmaker avversario, e stava perdendo il controllo dei nervi. Chiamai time-out, tra l’altro ero malato e avevo solo un filo di voce ed energia. Tentai di calmare Mike senza alcun successo. Poi John prese la parola. ‘Mike chiama la elle’. Lo schema elle cominciava con un blocco del centro per D’Antoni in palleggio. Gianelli andò a eseguire un blocco su Francescatto. Fu così duro che per il resto della partita non si avvicinò più a meno di mezzo metro da Mike. Aveva decisamente risolto il problema”.

Il Billy dello scudetto numero 20. Gianelli è al centro nell’ultima fila

Per quanto fosse un eccellente tiratore da fuori, Gianelli era soprattutto un difensore di squadra. Lo scudetto del 1982 lo vinse lui stoppando il tiro della potenziale vittoria di Sylvester. Ha segnato 1826 punti in 112 gare con la maglia dell’Olimpia (16.3 di media, settimo assoluto), ma ha anche catturato 1275 rimbalzi, oltre 11 di media per gara, quinto assoluto ma primo nella media. Con 150 stoppate in campionato, è secondo assoluto dietro McAdoo ma primo nella media, 1.34 a partita contro 1.30. “Dopo aver vinto il titolo, festeggiammo fino a tarda notte al solito Torchietto. Avevo vinto il titolo nella NBA ma ero giovane, io e Hawthorne Wingo che ritrovai in Italia, non eravamo proprio coinvolti. Ma a Milano ero protagonista: non importa dove ti trovi vincere è sempre speciale”, ricorda.

“Avevo vinto il titolo NBA a New York ma ero giovane, non mi sentivo protagonista. Ma a Milano festeggiammo tutta la notte al Torchietto. Vincere è speciale”

John Gianelli

La sua ultima partita con la maglia dell’Olimpia fu a Roma nello spareggio scudetto del 1983 contro il Banco allenato da Valerio Bianchini. Aveva 33 anni e avrebbe potuto andare avanti ma non lo fece: “Avevo un bambino di tre all’epoca e mia moglie Sharon aspettava la nostra prima figlia. L’idea era di tornare a casa dopo il 1982, ma restammo un anno ancora”. Una volta ritirato, tornò nella sua California del nord, a Strawberry, in una casa acquistata quando ancora giocava dove ha cresciuto cinque figli, ora tutti adulti ovviamente, prendendo in mano il business di famiglia, ovvero la manutenzione e riparazione di strumenti agricoli. Il suo miglior amico nel basket è Phil Jackson, di cui era compagno di squadra a New York. Quando i Knicks hanno festeggiato i 40 anni dal titolo del 1973, ebbe la sua standing ovation al Madison Square Garden, ma non ha partecipato alla festa per i 50 anni tenuta nel 2023. Troppo lungo il viaggio per raggiungere Manhattan.

In un derby con Cantù: alle sue spalle CJ Kupec e Bruce Flowers

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