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E’ solo “The Kid From Sicklerville” ma ora è anche il miglior rimbalzista offensivo della storia di EuroLeague

08/02/2022
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Sicklerville, New Jersey, è un centro lungo la East Coast americana, attraversato dalla Atlantic City Expressway che in 40 minuti ti porta dritto sull’oceano in una delle capitali del gioco d’azzardo. Ma gli abitanti della cittadina fondata nel 1851 da John Sickler, di qui il nome, preferiscono gravitare verso il fiume Delaware e la città di Philadelphia. In condizioni di traffico agevole, si arriva nel cuore della Città dell’Amore Fraterno in 25 minuti. Kyle Hines è di Sickerville ed un fanatico dello sport, come il fratello minore Tyler, come il padre. Dicono che il padre gli avesse depositato il pallone da basket nella culla, ma lui ha provato anche l’atletica, il karate e il football. Ma quando arrivò il momento di andare al liceo, e doveva ogni mattina percorrere 32 chilometri per arrivare a Camden, il basket diventò la sua unica passione. Fortunatamente, nel 2001 venne aperta la Timber Creek High School, molto più vicina e affrontabile da Sicklerville. Il suo allenatore si chiamava Gary Saunders, fratello di Leon Saunders che alla Roosevelt High School di Long Island (zona New York ma non lontana dal South Jersey da cui proviene Kyle) negli anni ’60 era stato compagno di squadra di Julius Erving, il leggendario Doctor J: a quei tempi, Erving giocava con il 42. Saunders decise che Hines aveva una personalità simile e volle che indossasse appunto il 42. “Per me la motivazione è un onore, Doctor J è stato un giocatore leggendario, ma anche una grande persona”, dice Kyle.

Hines è appena diventato il primo rimbalzista offensivo nella storia dell’EuroLeague, un’altra perla da aggiungere alla sua collana di record, trionfi, pietre miliari. È un grande risultato, perché – superato Felipe Reyes -, Kyle ha un vantaggio tale sui giocatori che lo seguono in classifica (Ante Tomic, Othello Hunter) da poter ipotizzare una sua permanenza nella posizione numero 1 per un bel po’ di tempo. Per raggiungere questa posizione, Hines ha sconfitto prima la leggi della statura (si è mai visto un centro così efficace sotto i due metri?) e poi quelle del tempo visto che a quasi 36 anni non ha perso nulla della sua brillantezza agonistica. Ma tutto questo è frutto di esperienza, carisma, del rispetto che si è guadagnato in anni di carriera.

Kyle Hines era un eccellente giocatore a Timber Creek, ma quando sei confinato in una piccola città della parte meridionale del New Jersey, lontano dagli occhi delle grandi università, non è facile catturare il loro sguardo. Hines poi era costruito come un linebacker, ma con il gioco riservato all’epoca a chi era alto 2.10 (in realtà non era proprio così: a molti è sempre sfuggito l’incredibile ball-handling di Hines, uno che è capace di palleggiare come un playmaker, tenendo basso il palleggio). A notarlo fu Fran McCaffery, ex playmaker, di Philadelphia, capo allenatore a UNC-Greensboro, sempre East Coast, ma a sud, nel North Carolina, la città natale di Bob McAdoo. McCaffery, usando i suoi contatti nella zona di Philadelphia, ebbe la dritta giusta e decise di dare spazio e fiducia a Kyle Hines. I suoi Spartans diventarono subito una potenza nella Southern Conference. Il playmaker era Ricky Hickman, Kyle Hines era il centro. Cinque titoli europei in un quintetto. A UNC-Greensboro, Hines ha stabilito ogni tipo di record scolastico, è stato anche giocatore dell’anno di conference da junior, finendo secondo dietro Steph Curry – che giocava a Davidson – da senior. La sua carriera universitaria è stata di altissimo livello: è stato uno dei soli sei giocatori della storia ad aver accumulato almeno 2.000 punti, 1.000 rimbalzi e 300 stoppate in carriera. Gli altri cinque? Quattro numeri 1 del draft (Pervis Ellison, David Robinson, Tim Duncan e Derrick Coleman) e un numero 2 (Alonzo Mourning).

In realtà, dopo due anni, McCaffery lasciò UNC-Greensboro per salire di livello, al Siena College, e adesso guida un college importante come Iowa. Ha fatto strada, insomma. Mike Dement prese il suo posto. Nel basket universitario cambiare scuola a quell’epoca era permesso senza osservare un anno di stop, solo in casi eccezionali, come appunto quando un allenatore lascia un posto di lavoro per un altro. Hines avrebbe potuto approfittarne, ma si trovava bene a UNCG e decise di rimanere. Da junior incontrò sulla sua strada anche Virginia Tech di un primo anno promettente che partiva dalla panchina di nome Malcolm Delaney.

Il suo draft avrebbe dovuto essere quello del 2008. Aveva giocato in una scuola piccola, in una conference considerata debole, ma con grandi numeri e in un periodo dominato dalla Davidson di Steph Curry. Hines si presentò a Portsmouth, al camp predraft, accendendo tante spie con la sua energia e le condizioni atletiche strepitose. Quando lo misurarono, denunciò un 3.8% di grasso corporeo inusitato. Ma la statura fu subito un problema. Con le scarpe era sei piedi, cinque pollici e 25. Tradotto fa 1.96. L’apertura di braccia era 2.15, buona ma non eccezionale. C’erano anche Othello Hunter e James Gist per citare due giocatori che poi hanno fatto la storia dell’EuroLeague. Ma Hines venne etichettato, sul sito ufficiale della NBA, come un’ala piccola/ala grande. Nessuno aveva il coraggio di identificare come centro un giocatore di 1.96. Infatti, non venne scelto.

Non la prese bene, onestamente. Non immaginava quello che sarebbe successo di lì a poco, altrimenti se ne sarebbe fatto una ragione. Provò per Oklahoma City e Charlotte, vicino al college che aveva frequentato per quattro anni, con tanto di maglia ritirata e l’etichetta di miglior giocatore della sua storia. Poi venne invitato a Cleveland. Ma non successe nulla e quando Andrea Trinchieri gli propose di andare a giocare a Veroli in A2 non fu difficile convincerlo. “Ero in un piccolo posto, ma non sarei diventato quello che sono senza Veroli. Ho conosciuto persone importanti, come Jerome Allen in campo, Trinchieri e Massimo Cancellieri come allenatori, Antonello Riva come general manager. Ero un ragazzino che non aveva mai viaggiato. La città era piccola, ma mi ha adottato, hanno fatto tutto per permettermi di sentirmi protetto”, racconta.

È facile dire adesso che tutto cominciò a Veroli e tutto fu subito chiaro. Non lo fu per nulla. A Veroli, Hines rimase due anni. Un centro sotto i due metri non convinceva nessuno. I più bravi furono quelli di Bamberg. L’allenatore canadese Chris Fleming, che oggi è assistente allenatore a Chicago nella NBA, gli costruì attorno la squadra. In Germania è rimasto un anno, prima che arrivasse Nicolò Melli nello stesso posto, vinse il titolo tedesco da MVP e conobbe l’EuroLeague. L’Olympiacos, che lottava per vincere il titolo, con Dusan Ivkovic in panchina, gli offrì una chance al livello europeo massimo tra lo scetticismo generale. La risposta furono due titoli di EuroLeague in due anni. Nel primo anno, non giocò delle grandi Final Four, ma fu decisivo nei quarti di finale vinti con il fattore campo a sfavore contro Siena. Nelle tre vittorie dell’Olympiacos, segnò 49 punti con 20 rimbalzi. La stagione successiva, alle Final Four di Londra, ebbe 13 punti e 10 rimbalzi nella vittoria in semifinale contro il CSKA e 12 punti (4/4 dal campo, 4/5 dalla lunetta), cinque rimbalzi, tre palle rubate e tre stoppate nella finale contro il Real Madrid. A quel punto era già una leggenda. Ma quello che ha fatto va oltre le vittorie.

Nei due anni al Pireo, Hines ha aperto una strada, ha dimostrato che i centri “undersized” possono fare tanta strada in Europa e possono farla anche senza essere grandi tiratori da fuori. “Credo che Michael Batiste al Panathinaikos sia stato il primo, il basket si è evoluto in modo tale da permettermi la carriera che ho avuto, nonostante la taglia fisica, ad esempio in difesa dove adesso si cambia su tutti i blocchi. Questo mi ha aiutato”, spiega. Kyle Hines ha vinto l’EuroLeague altre due volte a Mosca, nel 2016 e ancora nel 2019 quando giocava accanto a Sergio Rodriguez. Al CSKA, allenato il primo anno proprio da Ettore Messina, è diventato due volte difensore dell’anno di EuroLeague e infine nei mesi scorsi è stato incluso nella squadra ideale del decennio. “Quando ho cominciato a giocare in EuroLeague, a Bamberg, non mi sarei mai immaginato nulla di simile, una carriera così lunga, tutte le vittorie e tutte le Final Four”, ha confessato di recente dopo aver appreso dell’inclusione tra i primi 10 giocatori di EuroLeague degli ultimi dieci anni. A Mosca, Hines è arrivato nel 2013 e la sua striscia di partecipazioni alle Final Four è proseguita. La prima fu proprio a Milano. Poi ha vinto nel 2016 e nel 2019, quest’ultima giocando accanto a Sergio Rodriguez. “Nella mia carriera sono stato fortunato: ho giocato vicino a Roma e visto il Colosseo, sono stato ad Atene e ho camminato sulla pista della prima Olimpiade moderna, sono stato a Mosca passando regolarmente dalla Piazza Rossa. E il basket mi ha portato in posti che altrimenti non avrei mai visto”, ha confessato negli Stati Uniti dove l’estate è attivo con camp e attività per ragazzi, assieme al fratello Tyler. “Quando ero piccolo non c’erano camp e opportunità nella nostra zona, dovevamo andare fuori o nell’area di Philadelphia, per questo abbiamo pensato di aiutare chi si trova nella nostra posizione”, ha spiegato.

Hines è arrivato a Milano nell’estate del 2020 e a Milano ha prolungato la sua striscia di partecipazioni alle Final Four. Nessun americano ha giocato tante Final Four o vinto tanti titoli quanti ne ha vinti lui. L’ha fatto sempre con classe, stile, educazione, apprezzamento per quello che ha trovato in Europa. I giocatori americani, non solo i compagni di squadra, lo guardano come si guarda ad una leggenda, solo che poi la leggenda va in campo e a quasi 36 anni di età continua a macinare gioco, vittorie, record. Ha giocato oltre 300 partite in EuroLeague, ha segnato oltre 2.500 punti, ha catturato oltre 1.500 rimbalzi. Gli americani in EuroLeague arrivano tardi e finiscono di giocarci prima degli europei, per ovvie ragioni. Per questo i numeri di Hines valgono davvero tanto. Essendo il prototipo del giocatore di squadra, però, la statistica che significa di più è quella dei titoli vinti e delle partite vinte. Nessun giocatore, americano od europeo, ha vinto più partite di lui in EuroLeague.

Il futuro? Non è detto che sia dietro l’angolo, anche se Hines – laurea in comunicazione, attivo con documentari, podcast e v-log – resterà nel basket in qualche modo, perché non potrebbe essere diversamente. “Il ritiro non può essere lontano, ne sono cosciente, ma mi piace ricordare che Darryl Middleton, che è nello staff del CSKA Mosca, ha giocato fino a 44, 45 anni. Lui mi diceva che la sua carriera è davvero cominciata a 35 anni”, dice. “Se mi guardo alle spalle – conclude – non ho rimpianti, ho conosciuto l’Europa, ho giocato in EuroLeague, ho fatto tante esperienze, ho vinto tantissimo, ho giocato con grandi giocatori e per grandi allenatori, per alcuni dei club con più storia al mondo. Ho sempre avuto il sogno di giocare nella NBA, ma oggi sono quasi felice che non si sia avverato. Ho capito ad un certo punto che il mio vero sogno era un altro, ed era qui in Europa”.

Una clip con le sue azioni spettacolari può avvenire ovunque, attraverso una stoppata miracolosa, inaspettata, generata non tanto dallo stacco da terra, ma da forza, tempismo e velocità di salto. Oppure può riguardare un contropiede condotto in palleggio e chiuso da un assist. I rimbalzi offensive sono il suo tratto caratteristico. È quasi più efficace sotto lo specchio d’attacco che quello difensivo. Ma il suo segreto è nella serietà con cui si prepara, nell’applicazione, nell’intelligenza. E poi tutto questo è diventato carisma. Kyle Hines sta al basket dei giorni nostri come Dino Meneghin stava a quello degli anni ’80. Non è mai una questione di statistiche personali, la loro enormità serve solo per generare l’unica cosa che conta davvero. Vincere.