Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di esistenza. Il 27 maggio 1989, a Livorno vinse 86-85 il suo scudetto numero 24, l’ultimo di Mike D’Antoni, Dino Meneghin, Roberto Premier, l’unico di Franco Casalini da capo allenatore. Lo fece dopo una partita leggendaria che sublimò la storia di quel gruppo di campioni. Ecco il racconto di quella gara

Il tiro di Roberto Premier avrebbe potuto chiudere la partita senza bisogno di scavare tra i cronometri, di scrivere libri e realizzare documentari. Un tiro di quelli che Premier sbagliava raramente e mai quando contava. Ne aveva segnati altri, quel pomeriggio del 1989 a Livorno. Premier aveva vissuto un pomeriggio inquieto, come tutti. Quasi un segno premonitore, perché quella sarebbe stata la sua ultima partita con l’Olimpia. L’ultima dopo otto anni. Otto anni in cui lui ha sempre giocato la finale scudetto. Quando il campionato veniva assegnato, lui era in campo. Otto stagioni di fila. A Milano, Premier ha sempre chiuso l’anno primo o secondo. Ma quel tiro uscì male dalle sue mani. Una parabola maligna fin dall’inizio. Andò a urtare, il pallone, contro il ferro, a sinistra. Non aveva una chance. Fu un errore.

Wendell Alexis e Bob McAdoo

Wendell Alexis da Syracuse era al suo primo anno in Italia, dopo una grande carriera universitaria e prima di prolungare una grande carriera europea. Il 27 maggio 1989, Alexis giocò una delle migliori partite della sua carriera segnando 32 punti. Nei minuti conclusivi di una memorabile Gara 5 della finale scudetto, Alexis emerse prepotente sulla scena, un canestro dietro l’altro. L’Olimpia, guidata da McAdoo e Premier, aveva costruito otto punti di vantaggio sull’80-72 prima di incassare un parziale di 8-0 completato da una tripla del capitano della Libertas Livorno, Alessandro Fantozzi. Grande agonista, livornese, una bandiera, reagì a quella prodezza chiamando a raccolta il popolo livornese, a 100 secondi dal potenziale scudetto. L’Olimpia aveva prodotto già il massimo sforzo. “Eravamo vecchi e stanchi, non era uno scudetto che avremmo dovuto vincere”, ammette D’Antoni. Livorno era più fresca, giovane, aveva il fattore campo dalla propria. Ed era il 27 maggio. E fuori dalla bomboniera di Ardenza a Livorno c’erano almeno 30 gradi. Dentro? Molti di più: non c’era l’aria condizionata e il palasport venne riempito oltre ogni limite di capienza. Il pubblico era assiepato persino lungo la linea di fondo.

“Sul momento, non ho realizzato cosa avesse fatto. È dopo, rivedendo il filmato, che sono rimasto esterrefatto”

Franco Casalini sul tuffo di McAdoo

Quando Bob McAdoo si tuffò per impedire ad Alberto Tonut di segnare due punti facili, la sua scivolata, testa in avanti, come un giocatore di baseball impegnato a raggiungere la base prima della palla, lo portò in braccio a fotografi e tifosi. “Sul momento, non ho realizzato cosa avesse fatto – disse in seguito il povero Franco Casalini, coach di quell’Olimpia – È dopo, rivedendo il filmato, che sono rimasto esterrefatto”. “Non so cosa mi successe, perché un gesto del genere non l’avevo mai fatto neppure nella NBA. Istinto puro”, dice McAdoo.

Fantozzi pareggiò a quota 80. Chiamò a raccolta la sua gente. L’Olimpia era stanca. Il possesso successivo fu una sofferenza. Urtando contro un difensore, McAdoo crollò a terra. Guardò gli arbitri, Belisari e Zeppillo (a quei tempi si chiamava ancora Zeppilli, solo in seguito scoprì che c’era stato un errore di trascrizione all’anagrafe e che il cognome reale si concludeva con la o), implorando una chiamata che non arrivò. La palla finì nelle mani di Premier in uscita da un blocco, in una situazione caotica. Premier segnò da tre punti. L’ultimo canestro della sua carriera milanese.

Albert King dominante in Gara 5

Con quel canestro di Premier, l’Olimpia tornò avanti 83-80 gelando il palasport di Livorno. Ma Alexis rispose con una punta della scarpa sulla linea dei tre punti: 83-82. Mike D’Antoni, l’uomo di ghiaccio, “perse” Fantozzi su un blocco di Meneghin e segnò da tre punti anche lui. 86-82. D’Antoni due anni prima aveva firmato lo scudetto con lo stesso tiro, solo che quella volta Nando Gentile gli era franato addosso, e lui si era preso i tre tiri liberi decisivi contro Caserta. Ma era Gara 3. Questa era Gara 5. Alexis dunque. Un altro tiro da tre, un altro canestro. Venti punti Premier. Trentadue Alexis. Olimpia avanti di uno. Ultimo possesso. Casalini fece cenno ad Albert King di andare sul cubo dei cambi. Ma non ci sarebbe stato alcun cambio. Nessuno fermò quella partita. Il coach della Libertas, il grande Alberto Bucci, non comandò il fallo anche se era sotto di uno e mancavano 34-35 secondi alla fine (all’epoca il limite di tempo per andare al tiro era trenta secondi). L’Olimpia mise il pallone nelle mani più sicure, quelle di Premier. Ma Premier per una volta sbagliò e Alexis catturò un rimbalzo facile facile.

“Eravamo vecchi e stanchi, non era uno scudetto che avremmo dovuto vincere”

Mike D’Antoni

Mancavano sei secondi alla fine del campionato quando Premier ricevette palla da D’Antoni ed eseguì il tiro. Scattò il meno quattro esatto quando Alexis – con la palla in mano – si voltò alla ricerca di un compagno. Passò la palla velocemente ad Alessandro Fantozzi, che era già a metà campo. Zeppillo, sotto il canestro di Livorno, sprintò verso il versante opposto godendo così di una chiara visione dell’azione e del cronometro collocato in alto alle spalle del tabellone. Il passaggio di Fantozzi per la guardia Andrea Forti fu un passaggio lento, quasi un lob, perché D’Antoni era l’ultimo baluardo della difesa di Milano e potenzialmente in grado di intercettare o deviare il pallone. Fantozzi alzò la parabola rendendo il pallone intoccabile. Forti, un grande contropiedista, era lanciato a canestro, davanti a tutti. Ricevette la palla e andò a segnare in terzo tempo. Meneghin, arrivando da dietro, tentò con McAdoo la stoppata risolutiva. Ma era in ritardo e commise fallo secondo la decisione dell’arbitro Grotti. Quest’ultimo indicò il fallo su Forti ma non decise nulla riguardo il tempo. Non era nella posizione di poterlo fare e difficilmente avrebbe potuto distinguere basandosi solo sulla sirena in un frastuono incredibile. Ma Zeppillo non ebbe dubbi. McAdoo, Meneghin e D’Antoni furono immediatamente coscienti della chiamata favorevole e si precipitarono in spogliatoio, unici ad esultare.

Bob McAdoo in tuffo su Alberto Tonut

In una situazione di instant-replay dubbi non ce ne sarebbero stati. In una situazione ambientale normale, Zeppillo e Grotti avrebbero spiegato la decisione al tavolo e la partita sarebbe finita lì. Ma nei secondi che seguirono il canestro di Forti, l’Olimpia scappò in spogliatoio, gli arbitri vennero scortati dalla sicurezza, così gli ufficiali di campo. Il parquet diventò territorio di nessuno: Premier, ingenuamente, cercò di capire cosa stesse succedendo e si trovò coinvolto in una rissa senza quartiere, solo contro tutti. Anche Piero Montecchi ebbe problemi a lasciare il campo. Nel frattempo, qualcuno manomise il tabellone elettronico assegnando due punti alla Libertas con il risultato di confondere tutti i presenti. Alexis salì sul canestro a festeggiare. La Rai annunciò il primo scudetto della Libertas. Nello spogliatoio dell’Olimpia nessuno capiva cosa fosse accaduto. Fino a quando Toni Cappellari, il general manager, non si fece largo tra la folla, entrò in spogliatoio e mostrò il referto rosa. Quello riservato alla squadra vincitrice. “Fu la conferma dello scudetto – ricorda Premier – ma era già passata un’ora dalla fine della partita”.

“La partita di Livorno è quella di cui mi chiedono più spesso insieme a quella con l’Aris, la rimonta da meno 31”

Mike D’Antoni

L’Olimpia festeggiò in spogliatoio ma dovette lasciare il palasport di Livorno scortata dalla Polizia. Livorno avrebbe meritato quel titolo almeno quanto Milano, ma quella vittoria – “La partita di cui mi chiedono più spesso insieme a quella con l’Aris”, ricorda D’Antoni – ha sublimato l’anima di quella squadra, dei suoi quasi quarantenni che avevano vinto tutto ma non si adattarono ad accettare una bella, onorevole, sconfitta. Vollero quella vittoria quanto i giocatori di Livorno, che erano alla prima esperienza del genere. Si ribellarono a età, stanchezza, teorico calo di motivazioni, si ribellarono al caldo, all’ambiente, alla tensione, e vinsero una partita ricordata per il canestro fantasma, l’esultanza prematura della Libertas, la rissa a fine gara e troppo poco per la qualità del gioco, la bellezza agonistica dello spettacolo. “E’ una partita che ricordo come avvolta da una nebulosa”, commentò Franco Casalini anni dopo. Per lui che aveva già vinto la Coppa dei Campioni, fu il primo e unico scudetto da capo allenatore. “Quel gruppo di campioni aveva un cuore incredibile. In quel clima, in quella situazione dopo aver perso Gara 4 in casa avrebbero potuto sentirsi comunque in pace con sé stessi. Invece volevano vincere”, ricorda Riccardo Pittis.

Alessandro Fantozzi marcato da Mike D’Antoni

L’Olimpia cedette Premier a fine stagione. Acquistò da Cantù Antonello Riva “nel tentativo di prolungare il ciclo, ringiovanendo la squadra con il miglior giocatore italiano del momento”, ricorda Gianmario Gabetti. Ma Riva era un giocatore, mentre quell’Olimpia come gruppo era arrivata a fine corsa. La stagione seguente non riuscì ad essere protagonista in Coppa dei Campioni e in campionato venne eliminata al primo turno. Così, l’impresa di Livorno rappresentò davvero “l’ultimo ballo” di quella squadra fenomenale.

Franco Casalini intervistato da Franco Lauro: che riposino in pace entrambi

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