Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha compiuto 90 anni di esistenza. Il 16 aprile 1985, 41 anni fa, nasceva a Belgrado uno dei giocatori più apprezzati dell’era moderna: Vlado Micov, il Professore. Ecco la sua storia.
Nella storia recente dell’Olimpia, Vlado Micov ha lasciato un segno molto più profondo delle vittorie (uno scudetto, una Coppa Italia, tre Supercoppe di cui una da MVP, le Final Four raggiunte nel 2021). Vlado è rimasto quattro anni a Milano, ha messo le radici a San Siro, ha chiamato questa città la sua seconda casa dopo Belgrado. Sono stati, i suoi, quattro anni, intensi, indimenticabili. A Milano è diventato il Professore. Era venuto che sembrava un giocatore in declino a fine carriera. Nei primi due anni ha giocato oltre 30 minuti a partita in EuroLeague, leader spesso silenzioso, che sapeva colpire quando pronunciava due parole, qualche volta le più scomode, ma non ammettevano repliche. Aveva parlato e aveva ragione. Lo sapeva lui, lo sapevano tutti.

Vlado viene da Belgrado, ha avuto un passato importante nelle giovanili della Nazionale serba, l’oro europeo Under 16 nel 2001 e il bronzo Under 20 nel 2005. È passato attraverso diverse esperienze, le giovanili del Beopetrol Belgrado poi Nova Pazova, OKK Belgrado, Buducnost in due momenti diversi vincendo due titoli montenegrini e tre coppe nelle stagioni decisive della sua evoluzione, e il Partizan dove ha conquistato il titolo serbo. Il suo percorso non è stato lineare: nel 2009 fu ceduto al Panionios Atene, poi ha giocato anche a Vitoria ma senza trovare stabilità. Così la svolta c’è stata a 25 anni, forse più tardi del previsto, con l’arrivo a Cantù, stagioni importanti, l’EuroLeague. In sostanza ha fatto un passo indietro per poi muoverne due avanti.
Da Cantù è volato addirittura al CSKA Mosca giocando due volte le Final Four di EuroLeague. Era al top del movimento europeo, era uno starter (nel secondo anno aveva il 48.8% da tre, il massimo in carriera). Dopo il CSKA, è andato al Galatasaray per altri tre anni, vincendo un Eurocup nel 2016 (ed è stato incluso nel primo quintetto All-Eurocup della competizione). “Quando è arrivata la chiamata di Milano, ho detto al mio agente di trovare un accordo. Non voglio dire che fosse il mio sogno venire a Milano, ma era una delle mie destinazioni preferite fin da quando giocavo a Cantù. Firmare per Milano, vivere a Milano”.
“Non voglio dire che fosse il mio sogno venire a Milano, ma era una delle mie destinazioni preferite fin da quando giocavo a Cantù. Firmare per Milano, vivere a Milano”.
Vlado Micov
Era l’estate del 2017. L’Olimpia stava partorendo una sorta di rivoluzione. L’allenatore era Simone Pianigiani. In campo c’era Andrew Goudelock come punta di diamante. “Serviva tempo per comporre il puzzle, per mettere tutti i pezzi del mosaico a posto, è sempre così quando cambi l’allenatore e tanti giocatori. Quell’anno avevamo tanti stranieri e poi tanti giocatori che in Europa non avevano tanta esperienza ad alto livello. Questo è il motivo per cui non abbiamo giocato i playoff di EuroLeague. Ma abbiamo vinto lo scudetto. Quando arrivi alla fine di una stagione così impegnativa, è sempre duro vincerlo, ma ce l’abbiamo fatto”. Negli occhi di tutti c’è quella reazione ai limiti dell’indifferenza dopo la stoppata con cui Andrew Goudelock salvò il risultato di Gara 5 della finale scudetto del 2018. 12.000 persone ebbre di gioia e un uomo immobile nell’angolo. “Sono stato un pessimo compagno di squadra”, ammise. Ma senza crederci, perché in quel momento stava semplicemente riflettendo su due aspetti: l’Olimpia era stata fortunata a vincere quella partita e soprattutto quella prodezza di Goudelock non aveva ancora vinto lo scudetto per tutti. In quel momento lui pensava a Gara 6. A chiudere i conti.

Nella stagione successiva arrivarono Mike James e Nemanja Nedovic. Ma alle Final Four di Supercoppa fu lui l’MVP. Per una volta l’uomo squadra per eccellenza venne premiato per quello che aveva fatto individualmente. “Non ho mai giocato o inseguito traguardi individuali – dice -. La mia filosofia di gioco è sempre stata la stessa per tutta la mia vita: il basket è uno sport di squadra. Quando la squadra vince sono felice, è tutto qui. La Supercoppa si gioca all’inizio della stagione, molte squadre non sono in grado di arrivarci in forma o non sono in grado di giocare come vorrebbero. In quell’edizione di Brescia le condizioni erano ideali perché vincessimo con una certa facilità. Il titolo mi ha sorpreso, sapevo che avevo giocato bene, ma non mi ero tanto preoccupato di quanto avevo giocato bene. Un giorno mio figlio mi ha portato alla sua scuola, mi ha chiesto di mostrare le mie clip, qualche canestro vincente, i trofei. E poi mi ha domandato quante volte sia stato MVP. Ho spiegato che è molto difficile, perché tutto deve essere allineato. La squadra deve giocare abbastanza bene da vincere, e un singolo giocatore, in aggiunta a tutto ciò, deve giocare così bene da essere il migliore tra quelli che hanno vinto. È veramente difficile riuscirci”.
“Dan Peterson diceva che giocavo come un sottomarino. Giocavo bene, restando immerso sott’acqua. I tifosi hanno cominciato a chiamarmi Il Professore. Lo considero un onore. E’ stato divertente”
Vlado Micov
Quella fu una stagione cominciata bene e finita male. Fu la stagione che poi avrebbe portato Ettore Messina a Milano. In quel momento, Vlado però a Milano era già diventato “Il Professore”: “I tifosi mi hanno chiamato così. Per tutta la carriera ho giocato mostrando pochissime emozioni e a qualche allenatore non è piaciuto, volevano vedere più emotività, delle reazioni in campo. Chi di loro mi conosceva sapeva che sono fatto così. Qui credo sia stato Dan Peterson a dire che giocavo come un sottomarino. Giocavo bene, ma restavo sempre immerso sott’acqua. Facevo tante cose buone, ma nessuno riusciva a vederle. Ho sempre fatto quello che serviva alla squadra per aiutarla a vincere. Ci sono state cose che non si vedono nel foglio delle statistiche, che non appaiono, ma sono fondamentali. Mi viene in mente Kyle Hines, perché non voglio parlare di me stesso: ci sono tante cose che fa in campo, ti fanno vincere, ma non appaiono da nessuna parte. È quello che ho cercato di fare per tutta la carriera. E per tutte queste cose, in campo e fuori, con un tipo di vita molto riservato, alla fine hanno cominciato a chiamarmi così, il Professore. Lo trovo divertente, ed è anche un grande onore che la gente mi abbia chiamato così”.

Nel baseball si chiama “walk-off home run”, è il fuoricampo che esegui all’ultimo inning, quello che chiude la partita senza dare possibilità all’avversario di rispondere. Nel basket, la cosa più simile è il canestro della vittoria segnato sulla sirena. In quattro anni all’Olimpia, Vlado Micov ne ha segnati tre nella stessa stagione, il 2019/20. È successo contro Cremona, in campionato, dall’angolo destro. È successo a Venezia, un difficilissimo tiro frontale. Poi è successo a Valencia in EuroLeague, ancora un tiro frontale e persino, documentato dalle immagini, un gesto di esultanza, uno di quelli rarissimi cui Vlado si è lasciato andare raramente. “Sono così, una volta a Istanbul dopo aver vinto l’Eurocup in televisione mi hanno chiesto perché di queste reazioni fredde, ma non ho una spiegazione sono fatto così”, dice. “Sì, è un numero incredibile, tre volte in una stagione segnare il canestro della vittoria è anomalo. Non so cosa dire, la cosa più importante è aver vinto quelle partite. In quel particolare momento mi sono sempre trovato nella posizione giusta. Contro Cremona ero liberissimo. A Venezia, Chacho ha eseguito una penetrazione in mezzo all’area, poi ha scaricato fuori e ho segnato. Ma il più significativo è stato quello di Valencia, era il periodo del Covid, sarebbe stata la nostra ultima partita dell’anno, a porte chiuse. Quello è stato il modo in cui in pratica abbiamo chiuso la stagione di EuroLeague, con quel canestro. Sono stati tutti grandi momenti”.

L’anno successivo, l’ultimo a Milano, a 36 anni, Micov ha giocato la sua terza Final Four di EuroLeague. Le prime due furono a Mosca. Ma non è mai andata bene. “Non rimpiango nulla, di tutto quello che ho fatto nella vita. Sfortunatamente, non le ho mai vinte le Final Four, tre volte ci sono arrivato e tre volte ho perso subito la semifinale e tutte e tre le volte l’allenatore era Ettore Messina, due volte a Mosca e una volta a Milano. Se devo guardare a tutta la mia carriera, tracciare un bilancio, l’unico aspetto negativo è questo: non essere riuscito a vincere l’EuroLeague. Ma in generale sono super felice di come è andata la mia carriera, non ho alcun rimpianto”.
“Sono cresciuto con la squadra, ho giocato bene, abbiamo raggiunto le Final Four dopo oltre vent’anni che il club non ci riusciva. Sono stati anni felici. Dal profondo del cuore, posso dire che questa è casa mia”
Vlado Micov
Dopo i quattro anni a Milano c’è stata un’ultima stagiona al Buducnost, un ritorno a casa. Ma la sua squadra, alla fine, è stata l’Olimpia. “Conosco molti giocatori che cambiando squadra, città, paese hanno potuto dire di sentirsi a casa, con la loro famiglia – ragiona Vlado -. Di sicuro è vero, dipende molto da quanto peso dai ad una frase del genere, ma per me trascorrere quattro anni qui, è stato particolare. Sono cresciuto con la squadra, ho giocato bene, abbiamo raggiunto le Final Four dopo oltre vent’anni che il club non ci riusciva. Sono stati anni felici, la mia famiglia si è divertita, è stata bene, e come ho detto nella mia ultima intervista comprare un appartamento a Milano è la prova migliore di quanto mi senta a casa. Ora con mia moglie abbiamo la chance di cominciare una nuova vita a Belgrado, dove non abbiamo avuto modo di vivere davvero per circa 17 anni. Ma Milano rappresenta sempre un’altra possibilità. Tante cose mi piacciono di Milano. Ho avuto un grande rapporto con la tifoseria, con la gente di Milano, con il club e con l’Olimpia in generale. Onestamente, dal profondo del cuore, posso dire che questa è casa mia”.
