Il 9 gennaio 2026 l’Olimpia ha festeggiato i 90 anni di storia. Il 3 maggio 1964, 62 anni fa oggi, Sandro Riminucci vestendo la maglia del Simmenthal segnò 77 punti in una partita di Serie A contro il Marina La Spezia. Ecco la storia di quella gara
L’Olimpia non avrebbe vinto quello scudetto. L’aveva vinto nelle due stagioni precedenti e l’avrebbe vinto nelle tre successive. Ma non nel 1964. Nel 1964 si era consumata alla ricerca della Coppa dei Campioni perdendo tutto nella semifinale di Madrid, giocata con un roster tutto italiano come prescrivevano i regolamenti italiani dell’epoca. Così in realtà aveva perso non una ma due Coppe dei Campioni perché, finendo dietro Varese, aveva anche smarrito il diritto di giocare per il titolo europeo l’anno seguente. Per evitarlo, i giocatori di Cesare Rubini tentarono una disperata rimonta. Vinsero tutte le partite del girone di ritorno. Ma non fu abbastanza. Tuttavia, quella stagione sarebbe passata comunque alla storia. La storia sarebbe stata scritta il 3 maggio 1964 al Palalido contro il Marina La Spezia.
3 maggio 1964 Milano, ore 16:00
Cesare Rubini aspetta la squadra nello spogliatoio del Palalido, adiacente a Piazzale Lotto a Milano, un chilometro da San Siro. È una domenica di fine stagione. Ci sarebbe da vincere contro il Marina La Spezia, squadra di bassa classifica, destinata a retrocedere, ma questa per il Simmenthal è una formalità. Ogni partita fa storia a sé ma non questa. Questa è scritta in partenza. Cesare Rubini ha in mano un foglio. La legge e rilegge nervosamente. Ci sono stampati i nomi dei giocatori convocati in Nazionale dal Commissario Tecnico, Nello Paratore. Hanno già battuto la Francia in amichevole. Sono gli stessi che giocheranno le successive Olimpiadi di Tokyo. Ci sono molti dei suoi giocatori, che a breve entreranno in quello spogliatoio per cambiarsi in vista di una gara di routine: Pieri, Vianello, Vittori naturalmente, ma anche il giovanissimo Massimo Masini e Gianfranco Sardagna. Cinque giocatori dell’Olimpia, quasi la metà. Ma non c’è Riminucci. Sandro Riminucci, l’Angelo Biondo di Pesaro, non è tra i convocati. Non ha giocato contro la Francia. Non giocherà a Tokyo.

Viale della Vittoria, 1956 Pesaro
In principio si chiamava Victoria Pesaro. Un’altra squadra era la Libertas. Ad un certo punto si fusero e diedero vita alla Victoria Libertas Pesaro. Il padre putativo del progetto basket a Pesaro si chiamava Agide Fava. Fu lui a portare Sandro Riminucci sul campo di Viale della Vittoria, rigorosamente all’aperto. Aveva 16 anni quando debuttò in prima squadra, vinse un titolo juniores e aveva attirato l’attenzione di Cesare Rubini per il suo gioco avveniristico. Riminucci giocava a ritmi impressionanti, aveva un motore e lo portava sempre a pieni giri, saltava, correva incessantemente, era un improvvisatore. Spericolato nell’uso del fisico. Ed era una macchina da canestri. Nel 1955/56, ormai era già in Nazionale, finì secondo nella classifica marcatori del campionato italiano. Il Simmenthal lo voleva. Il Simmenthal lo ebbe.
Cesare Rubini ha in mano un foglio. La legge e rilegge nervosamente. Ci sono stampati i nomi dei giocatori convocati in Nazionale. Cinque giocatori dell’Olimpia, quasi la metà. Ma non c’è Riminucci
11 maggio 1956, Milano, Pala Ghiaccio di via Piranesi
È una serata speciale. L’Olimpia sta per cambiare sponsor, da Borletti a Simmenthal. Che nel frattempo è già nel calcio con la squadra di Monza. Adolfo Bogoncelli, che da anni porta in Italia gli Harlem Globetrotters, ha sostenuto la Federazione nell’organizzare una tournée con le squadre professionistiche americane. I Syracuse Nationals, che diventeranno anni dopo i Philadelphia 76ers, hanno già giocato a Bologna e Roma. Completano il viaggio italiano, voluto dal proprietario italoamericano Danny Biasone, al PalaGhiaccio. L’Olimpia non è al completo, rinforzata da giocatori di altre squadre, tra cui Riminucci. In realtà, non è un prestito ma un’anteprima: Riminucci giocherà nell’Olimpia dalla stagione successiva. In questa sera di maggio, davanti a 15.000 spettatori, Riminucci sta per subire una ovvia sconfitta sonora, 99-59 contro la squadra che ha appena vinto il titolo NBA. Ma non è per questo che brillano gli occhi di Riminucci nell’indossare la maglia numero 10 color rosso fuoco. In spogliatoio vede Romeo Romanutti, il bomber di Trieste, che ha vinto la classifica marcatori davanti a lui. Lo ammira tantissimo, come ammira Ricky Pagani e Sandro Gamba, che non ci sono quella sera, ma il giocatore che ammira di più è in un angolo, timido, è quello che non sembra neppure un giocatore. Gianfranco Pieri, triestino, ha un anno meno di Riminucci ma è arrivato a Milano un anno prima. Riminucci lo conosce bene. Sono già compagni di squadra in Nazionale. Giocavano contro a livello giovanile. E la prima volta che si affrontarono in Serie A, Pieri lo guardò dall’alto verso il basso quando saltarono contro per la palla a due. Pieri era un pivot di 1.90. Era abituato a saltare per la contesa iniziale. Ma Riminucci era una guardia. Pieri lo guardò domandosi perché fosse lì. La risposta la ottenne due secondi tempo quando l’arbitro alzò la palla e Riminucci saltò come se fosse su un ascensore. Ma ora sono compagni di squadra. Pieri ha molto da dimostrare: Rubini gli ha cambiato ruolo e lui ha fallito. Ma Riminucci ha un altro carattere, è una star nata. Non ha alcun dubbio.
10 settembre 1960 Roma, ore 20:25
Nello Paratore è davanti ad un bivio. Deve prendere una decisione importante, che forse determinerà il futuro del basket italiano. Per fare bella figura alle Olimpiadi di Roma nel 1960, la Federazione ha chiuso le frontiere per essere certa che gli azzurri avrebbero tutti giocato da protagonisti in campionato prima dei Giochi. La squadra si era preparata bene, tornei, amichevoli, raduni. Aveva addirittura convocato i migliori americani del campionato per rendere più competitivi gli allenamenti. George Bon Salle, il centro con gli occhiali e le mani d’oro del Simmenthal, si era preoccupato di far crescere e migliorare i lunghi italiani. E l’Italia aveva fatto molto più che una bella figura a Roma. Dopo un debutto shock, 88-54 contro gli Stati Uniti, aveva battuto Ungheria e Giappone accedendo al turno successivo. Poi aveva perso di tre dopo un tempo supplementare contro il quotato Brasile, ma aveva battuto Cecoslovacchia e Polonia qualificandosi a sorpresa per il “Medal Round” portandosi dietro la sconfitta con i sudamericani. Contro gli Stati Uniti, che avevano Jerry West, Oscar Robertson, Jerry Lucas, insomma erano un Dream Team, l’Italia aveva giocato molto meglio rispetto al primo tentativo. All’intervallo, sotto di cinque, sembrava persino potesse fare il miracolo. Alla lunga, gli Usa vinsero nettamente. L’Unione Sovietica sconfisse il Brasile mettendo le mani sulla medaglia d’argento. Il 10 settembre 1960 alle 20:25, quando la squadra italiana sta per entrare in campo per l’ultima partita con l’URSS la situazione è chiara: perdendo sarebbe quarta, vincendo sarebbe sul podio forse addirittura da seconda (l’URSS aveva più due sul Brasile, il Brasile aveva vinto di tre con l’Italia, quindi, era a più uno, all’Italia serviva un successo di tre per buttare i sovietici giù dal podio e finire terza; oltre quello scarto sarebbe andata a prendersi l’argento). Ma Nello Paratore sa che squadra sia l’Unione Sovietica. Era arrivata a Roma coltivando il sogno di interrompere l’egemonia americana alle Olimpiadi, è fisicamente fortissima. E teme una disfatta. Così parla, spiega quanto sarebbe importante limitare i danni, abbassare il ritmo, usare tutti i secondi a disposizione prima di tirare. Paratore non vuole che un crollo contro i sovietici modifichi la percezione positiva dell’Olimpiade azzurra. Vuole che il quarto posto sia un trampolino di lancio. I giocatori si guardano negli occhi ma nessuno parla. Non Mario Alesini, esperto scorer della Virtus Bologna; non Dado Lombardi, che ha solo venti anni e a cui qualcuno ha fatto persino balenare l’ipotesi di andare a giocare in America; e nemmeno i più esperti come Calebotta, Gamba o Canna. Parla solo Riminucci. E Riminucci non è d’accordo: certe occasioni capitano una volta nella vita, si può andare sul podio, non ci riusciremo ma dobbiamo provarci, non ha senso lasciare ai sovietici la medaglia, accontentarsi di una buona sconfitta. Riminucci parla e Paratore non gradisce. È un allenatore della vecchia scuola, di un’epoca in cui i giocatori devono obbedire, fidarsi che qualcuno più saggio farà la scelta giusta anche per loro. Riminucci è estroverso, istrionico, ha fiducia in sé stesso e pensa che in fondo in quello spogliatoio ci sia più talento di quanto si ritenga. Pensa che quella sia una squadra più forte di quanto ci si aspettasse. E convince i compagni: l’Italia gioca una grande gara, è sotto di due a metà partita, cede 78-70. È quarta, ma esce tra gli applausi. Solo Nello Paratore non sembra così contento. Il suo obiettivo è stato raggiunto ma Riminucci non avrebbe dovuto contraddirlo.

3 maggio 1964, Milano, ore 16:55
Fuori del Palalido escono i tifosi dell’Inter. La loro squadra ha appena battuto la Juventus 1-0: sembra un passo decisivo verso uno scudetto che invece verrà vinto di lì a poco dal Bologna nello spareggio di Roma. Qualcuno, come succedeva spesso, decide di fermarsi, prolungare la domenica sportiva e assistere alla partita del Simmenthal. Rubini entra in spogliatoio per il discorso prepartita. Non c’è molto da dire. Lo scudetto è perso, la Coppa dei Campioni è finita: a Madrid, Riminucci ha segnato 18 punti ma non sono bastati. L’Olimpia aveva dieci italiani, il Real Madrid due americani veri e uno naturalizzato. Armi impari. Questa storia degli americani proibiti in Italia deve finire. Finirà nel giro di un anno. Ma intanto Rubini vede i nomi nell’elenco degli azzurri, vede giocatori bravi come il pesarese Franco Bertini, che a Milano ha allenato per una stagione, Augusto Giomo, anch’esso durato un anno all’Olimpia, Giusto Pellanera, Giovanni Gavagnin. Ma continua a non vedere Riminucci, il giocatore che è arrivato a Milano da Pesaro nel 1956, che ha firmato personalmente lo scudetto del 1957, la prima stella, e ancora ha vinto nel 1958, 1959, 1960, 1962, 1963. Rubini ha dubitato di Pieri per qualche mese, ma non ha mai dubitato di Riminucci. “Se il basket non l’avessero già inventato, lo inventerebbe lui”, ha scritto la rivista “Pallacanestro” notando quanto fosse portato per questo sport. Rubini ha grande rispetto per Paratore. Tutti i suoi giocatori ce l’hanno. Ma escludendo Riminucci ha ferito il gruppo di Milano. Riminucci conosce la storia: ha contraddetto Paratore davanti a tutti, poi ha parlato con i giornalisti e ha ripetuto le stesse cose. Paratore è rimasto in silenzio, l’ha anche portato ai Mondiali del 1963 quando ha diviso la Nazionale in due gruppi, uno agli Europei e uno ai Mondiali che contavano di meno. Ma c’erano da preparare le Olimpiadi del 1964 e Riminucci è fuori. Riminucci ha capito. Non ha margine per intervenire. La stampa è dalla sua. I tifosi sono dalla sua parte. Paratore è stato criticato aspramente. Ma Rubini decide che sarà una giornata speciale. “Oggi – dice ai suoi giocatori – Riminucci farà il record di punti nel campionato italiano. Giocheremo per lui, gli passeremo la palla, resterà in campo anche tutta la partita se necessario, non commetterà falli e tirerà ogni volta che potrà”. Riminucci sorride. Poi si volta verso il numero 6 della squadra, Gabriele Vianello da Venezia. Il record italiano è suo, 67 punti. Non deve dire neppure una parola: Vianello con uno sguardo gli fa capire che va bene così. Se deve rinunciare al primato, lo farà per uno del gruppo, lo farà per lui.
“Di questa ingiusta esclusione Riminucci ha sofferto perché, se c’è un giocatore che alla grandissima classe abbina costantemente entusiasmo e spirito agonistico, quello è proprio lui”.
Gabriele Cecchini, Corriere d’Informazione
Milano, 3 maggio 1964, ore 19:00
101-46. Il Simmenthal vince 101-46. La Spezia ha capito presto che cosa stesse succedendo. Nessuno dei suoi giocatori voleva entrare nella storia dalla parte sbagliata. Ad un certo punto, visto che tirava solo Riminucci, La Spezia ha cominciato a difendere solo su Riminucci. Raddoppi, marcature triple, gabbie. Niente da fare. Alla fine del primo tempo, Riminucci aveva già 35 punti, in ritmo record. Nel secondo ne aggiunse 42. Segnò 31 canestri su 54 tentativi. Non c’era – ricordiamo – il tiro da tre. Gli altri 15 punti, Riminucci li ha segnati dalla linea di tiro libero, 15 su 20, usando la sua tecnica: due mani dal basso. Luigi Cecchini sul Corriere d’Informazione scrive il giorno dopo: “E’ stato messo inspiegabilmente da parte dal prof. Paratore, non è stato chiamato a far parte della Nazionale che ha giocato e vinto a Parigi, non è stato designato quale probabile olimpico per Tokyo. Indubbiamente di questa ingiusta esclusione Riminucci ha sofferto perché, se c’è un giocatore che alla grandissima classe abbina costantemente entusiasmo e spirito agonistico, quello è proprio lui”. “Che mi abbia aiutato Vianello a battere il suo record dimostra una cosa sopra tutte le altre: siamo una squadra con un grande spirito e tanto altruismo”, è il commento post-partita di Riminucci.

Post-scriptum: i 77 punti sono ancora record per il campionato di Serie A (ne segnò 81 Carlton Myers ma in Serie A2), ma non fecero cambiare idea a Paratore. Alle Olimpiadi di Tokyo, senza Riminucci – che non giocò più in azzurro – l’Italia si classificò quinta, un grande risultato va riconosciuto. Paratore la guidò fino al 1968 quando venne sostituito da Giancarlo Primo. Riminucci con l’Olimpia vinse anche lo scudetto del 1965, del 1966 e del 1967. Nel 1966 era in campo da protagonista quando l’Olimpia vinse la Coppa dei Campioni a Bologna battendo in finale lo Slavia Praga. Ha giocato a Milano fino al 1970, ultimo della grande dinastia degli anni ’60, a lasciare.
