Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di vita. Il 25 gennaio 1958 nasceva a Spresiano, in provincia di Treviso, uno dei più grandi bomber della storia del club: Roberto Premier. Questa è la sua storia.

Nella storia dell’Olimpia, l’apporto in termini di talento proveniente dalla città di Trieste è inarrivabile, ma non molto distante da esso figura il contributo proveniente da Gorizia. Paolo Vittori, uno dei più grandi scorer della storia, venne acquistato dalle ceneri della Motomorini Bologna ma era isontino. Così il centro Gianfranco Sardagna, che giocò nell’Olimpia in due momenti differenti con un intermezzo a Bologna vincendo quattro scudetti. E poi era isontino Pino Brumatti, la guardia della squadra dei primi anni 70, oltre a Corrado Vescovo, la cui carriera a Milano è durata però solo due stagioni. Roberto Premier in realtà non è isontino: viene da Spresiano, provincia di Treviso, ma cestisticamente parlando è cresciuto ed emerso a Gorizia nell’allora Pagnossin di Alberto Ardessi e Roscoe Pondexter. Arrivato a Milano nell’estate del 1981 ha vinto cinque scudetti, due Coppe dei Campioni, una Intercontinentale e una Korac. Il palmares da giocatore di Mike D’Antoni è esattamente lo stesso di Premier. Se Mike è il primo realizzatore della storia dell’Olimpia, Premier è il numero 2. 

Il mercato del 1981 fu il primo condotto sotto la gestione della nuova proprietà della famiglia Gabetti. Nel tentativo di dare a Coach Dan Peterson una squadra da scudetto, l’Olimpia andò a prendere Dino Meneghin da Varese e poi completò il mercato acquistando da Gorizia la guardia Roberto Premier, “per avere un giovane in più”, ricorda Gianmario Gabetti. “Mi sentivo pronto per venire a Milano – ricorda Premier -, ero forse incosciente, ma volevo provare a vivere quell’avventura. Gorizia fece molta fatica a cedermi: stava arrivando un grande allenatore, Mario De Sisti, e volevano tenermi. Ma io sentivo che potevo sempre tornare indietro se avessi fallito. Parlai con De Sisti e quando capì che non poteva trattenermi mi disse di giocare come avevo sempre fatto, andando avanti per la mia strada. Io ero già convinto e abbastanza incosciente, ma le sue parole mi hanno dato ulteriore carica. Sapevo di dovermi mettere in discussione ma sentivo di poterlo fare”.

“Gorizia non voleva cedermi. Stava per arrivare un grande allenatore, Mario De Sisti. Provò a convincermi, ma io ero già abbastanza incosciente. Quando lo capì mi disse di giocare come avevo sempre fatto”

Roberto Premier sulla sua cessione a Milano nel 1981

Peterson era un tifoso di Premier perché non aveva paura di nulla, non era un difensore ma era un agonista e come giocatore non aveva coscienza. Peterson pensando a Premier sosteneva che il tiro era un gesto agonistico. Premier era come un quarterback nel football o un lanciatore nel baseball o un portiere nel calcio: non aveva memoria. Poteva sbagliare un tiro ma questo non gli impediva di avere la fiducia per prendersene un altro magari anche più importante. “Non so quante partite ci abbia fatto vincere con il suo tiro”, dice D’Antoni.

Una schiacciata di Roberto Premier

“Ho giocato nella NBA, ho visto centinaia di tiratori e non ne ricordo uno che tirasse meglio di lui”, dice Joe Barry Carroll. “Non aveva consapevolezza di quale fosse il punteggio, il tempo, i falli. Era un giocatore semplice: c’era lui, c’era il pallone, c’era l’avversario davanti a lui, c’era il canestro poco oltre. Era tutto ciò che gli servisse sapere”, ricorda Dan Peterson.  “Sì, è vero, Peterson mi toglieva spesso dopo tre canestri di fila – ricorda Premier -. Ma non mi ha mai detto che lo faceva perché avevo lasciato segnare il mio avversario diretto. Non ero un amante della difesa e magari concedevo qualche canestro facile. Ma quando gliel’ho chiesto, dopo tante volte in cui avevo messo tre, quattro, anche cinque tiri consecutivi, mi disse che non voleva forzassi il tiro successivo, sbagliandolo. Diciamo che sto smentendo il Coach, forse la verità sta nel mezzo”.

Nella semifinale di Coppa delle Coppe del 1984 contro Pesaro, Premier segnò 47 punti in due partite; nella finale persa di un punto contro il Real Madrid ne segnò 27; nella semifinale di Coppa Korac del 1985, segnò 39 punti nelle due semifinali vinte con la Stella Rossa e nella finale contro Varese ne segnò altri 23; nella rimonta sull’Aris del 1986, segnò 20 punti, primo realizzatore (“Ma io ricordo solo che sul più trenta mi pare ho sbagliato un terzo tempo, indisturbato”; quell’anno ne segnò 31 in un successo a Tel Aviv e 23 contro lo stesso avversario nella finale di Losanna; nella storica finale del 1983 contro Roma segnò 79 punti in tre gare; 64 in quella contro Bologna del 1984; nelle due gare della finale del 1985 contro Pesaro, quando l’immagine più bella fu di lui a cavalcioni su Joe Barry Carroll, segnò 52 punti in due partite; 73 in tre nella finale vinta contro Caserta nel 1986; 27 a Torino nella semifinale quando l’Olimpia era sotto 1-0 e doveva vincere per restare viva; nella sua ultima partita in maglia Olimpia, la leggendaria finale di Livorno nel 1989, segnò 20 punti in 24 minuti partendo dalla panchina.  Questo è stato Premier. “Io alle volte tiravo e non sapevo neanche quale fosse il punteggio. Mi è successo tante volte che magari Mike mi dicesse di andare avanti, correre, muovermi senza che io capissi perché, salvo alzare la testa e scoprire che mancavano magari 30 secondi alla fine, o 20 secondi, e serviva un tiro che sarebbe stato decisivo. Questa mia caratteristica forse è la ragione per cui ho segnato tanti canestri incredibili, pazzeschi. E magari ha ragione Mike quando dice che la maggior parte di questi tiri decisivi sono andati dentro”.

“Io alle volte tiravo e non sapevo neanche quale fosse il punteggio. Mike mi diceva di correre, muovermi senza che io capissi perché, salvo alzare la testa e scoprire che mancavano magari 30 secondi alla fine e serviva un tiro che sarebbe stato decisivo”

Roberto Premier sulla sua reputazione di “Clutch Shooter”

Un aspetto incredibile: in otto anni a Milano, Premier ha giocato otto finali scudetto e in generale 15 finali ai tempi in cui non c’era la Supercoppa. “Se devo scegliere un momento scelgo la finale di Losanna, la prima Coppa dei Campioni, ma per me vale molto anche il semplice fatto di aver condiviso il campo per otto anni con Mike D’Antoni. “I primi passaggi di Mike li ho presi in faccia, o in testa, ovunque. Poi ho capito cosa aspettarmi e dove mettere le mani quando uscivo da un blocco per tirare o eseguivo un taglio a centro area. Lui era incredibile. Ti metteva la palla nelle mani e mancava solo ci fosse la scritta: se non fai canestro sei un pirla. Era impressionante, per visione di gioco, qualità dei passaggi, tecnica. Infine, magari non si notava, ma trasmetteva anche una fortissima carica agonistica. Non era visibile come quella che trasmetteva Meneghin ma si avvertiva. Giocare con loro due è stato come vivere il sogno di qualsiasi giocatore, di qualsiasi guardia o di un realizzatore. Io per otto anni sono uscito dai blocchi di Meneghin, nei quali si schiantava qualsiasi difensore, e ricevevo un passaggio con il contagiri di D’Antoni. Poi fare canestro era la cosa più facile”.

Roberto Premier fu protagonista della storica rimonta sull’Aris

L’ultima partita della storia milanese di Premier fu quella di Livorno, il 30 maggio 1989, l’ultimo scudetto di quel gruppo di campioni, anche se poi andarono avanti un’ultima stagione senza successi, mentre Premier venne ceduto a Roma via Cantù, sostituito da Antonello Riva. Premier giocò una grande Gara 5 a Livorno. L’ultima immagine fu lui in mezzo al campo, coinvolto in una rissa, virtualmente solo contro tutti. Colpito alle spalle, si difese con un coraggio estremo contrattaccando. “Che abbiamo vinto l’abbiamo saputo da Toni Cappellari: nella calca, raggiunse lo spogliatoio degli arbitri che era dalla parte opposta allo spogliatoio, incassò il referto dei vincitori e riattraversò il campo, quasi nascondendosi e forse fingendo tristezza. Ma quando entrò lanciò l’urlo della vittoria. Non so se fosse passata un’ora, ma di sicuro successe molto tempo dopo la fine della partita”. Fu un errore la cessione di Premier? L’Olimpia prese Riva da Cantù nel tentativo vano di prolungare il ciclo, anche se poi Riva diventò uno dei punti di forza della squadra successiva, allenata da D’Antoni. “Forse fu un errore non chiudere il ciclo con l’apoteosi di uno scudetto o forse avremmo potuto restare tutti insieme un ultimo anno. Ma questo è il senno di poi”.

Roberto Premier nella finale scudetto del 1986

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