Irrazionalmente ci sono momenti in cui puoi pensare che tutto sia facile, che tutto andrà bene, anche meglio del previsto. “Sì, ho avvertito quella sensazione illusoria, anche se dentro di me sapevo che i momenti brutti, le difficoltà, sarebbero arrivati. In fondo, le stagioni vanno vissute come sulle montagne russe”, dice Peppe Poeta. La sua prima partita da capo allenatore dell’Olimpia non è stata neppure tale. Coach Ettore Messina era malato e così toccava a lui sbarazzarsi dell’Asvel Villeurbanne pochi giorni dopo una grande vittoria a Istanbul, maturata dopo due tempi supplementari. L’Asvel è una squadra che ti fa giocare male, abbassa i ritmi, non ti permette di avere fluidità. L’Olimpia vinse quella partita 80-72. Una partita da sangue, sudore e lacrime, giocata senza Marko Guduric e senza Shavon Shields. Alla fine, nello spogliatoio ci fu la disavventura di Josh Nebo. Una caduta accidentale significò una notte sotto osservazione in ospedale e l’ingresso nel protocollo delle commozioni cerebrali. L’Olimpia aveva vinto e si ritrovava con un altro giocatore assente in vista dell’incontro successivo con l’Olympiacos. Tornò Guduric in quella partita, ma non Shields, e Bryant Dunston indossò l’elmetto per sostituire Nebo. In qualche modo con una prestazione memorabile, l’Olimpia vinse ancora, 88-87, sopravvivendo al 10 su 11 dal campo di Alec Peters. Era la quarta vittoria consecutiva in EuroLeague. Poeta da allenatore “ad interim” era due su due. La gara successiva in casa con l’Hapoel fu l’ultima da assistente. Poi ci furono le dimissioni di Ettore Messina e la sua promozione definitiva.

Peppe Poeta alla sua prima uscita contro l’Asvel, prima di diventare ufficialmente capo allenatore

Delle prime sei gare di EuroLeague allenate in carriera, Poeta ne ha vinte cinque, con vittime illustri come – dopo l’Olympiacos – il Maccabi in trasferta, il Panathinaikos e il Real Madrid in casa, quest’ultima nella prima uscita al Palalido. “Pensi di poter cavalcare lungo la stagione, ma non è realistico – ammette Poeta – Il livello dell’EuroLeague è altissimo, gli allenatori sono eccezionali. Io sono curioso: da giocatore assorbivo come una spugna quello che dicevano i miei allenatori; da assistente allenatore ho assorbito tutto quello che potevo da Gianmarco Pozzecco in Nazionale e naturalmente da Ettore Messina qui a Milano; ora cerco di carpire il più possibile dai grandi coach con i quali mi cimento, da Jasikevicius a Bartzokas a Scariolo. Non poteva durare, lo sapevo”.

Non è stata una cavalcata trionfale, ma è stata una stagione trionfale. Nell’anno in cui ha festeggiato i 90 anni di storia, l’Olimpia ha realizzato un’impresa storica, ovvero il primo Triplete italiano. “Ero sicuro che avremmo fatto la storia, l’avevamo scritta nel 2021 tornando alle Final Four. Non sapevo cosa e come l’avremmo fatta ma ero sicuro che sarebbe successo ancora”, dice Zach LeDay, l’ottimista del gruppo. L’Olimpia ha vinto tre trofei nel 1972 e nel 1987, aggiungendo alle vittorie italiane il successo internazionale. Al Triplete vanno disegnati i contorni giusti. Nella gloriosa storia del club, ci sono state stagioni addirittura migliori, ma per qualche motivo all’Olimpia non era mai riuscito lo slam italiano. Tra il 2016 e il 2017 aveva vinto quattro titoli consecutivi, realizzando il Triplete a cavallo delle due stagioni, ma mai in una singola annata.

Eppure, tutto rischiava di sfuggire già a settembre, al debutto stagionale, la semifinale di Supercoppa contro la Virtus.  A 59 secondi dalla fine, l’Olimpia era sotto di quattro punti. A 32 secondi dalla fine, Carsen Edwards, il bomber della Virtus, centrò la tripla dell’83-80. L’Olimpia usò il seguente time-out per costruire un tiro da tre ed evitare il fallo tattico avversario. Shavon Shields tentò la tripla frontale, marcato da Karim Jallow. Il tiro rimbalzò sul ferro. Daniel Hackett e Alessandro Pajola andarono a rimbalzo su un pallone conteso e forse sporcato da Leandro Bolmaro. Pajola cercò di evitare di perderne il controllo ma il salvataggio venne perfezionato da Devin Booker. Fu lui a consegnare la palla a Quinn Ellis per permettergli di diventare un eroe nel giorno uno della sua esperienza a Milano. “Appena la palla ha lasciato le mie mani ho capito che sarebbe entrata; infatti, mi sono piegato senza aspettare che entrasse”, ricorda Quinn. L’Olimpia vinse al supplementare la semifinale. Il giorno dopo sconfisse Brescia in finale. Ellis fu nominato MVP. Il primo passo del Triplete venne perfezionato allora. Ma come ha detto Poeta eravamo appena saliti sulle montagne russe.

La tripla di Quinn Ellis che ha salvato la Supercoppa

Nei due mesi seguenti, l’Olimpia ha vinto a Belgrado con la Stella Rossa; ha tirato per vincere a Belgrado con il Partizan; la tripla del pareggio di Lorenzo Brown contro Monaco era stata eseguita prendendo un fallo non fischiato; a Barcellona, l’Olimpia ha perso di due punti morendo con la palla in mano; a Kaunas, ha vinto nella partita più bella della vita di Pippo Ricci; a Istanbul con l’Efes ha vinto; in mezzo aveva perso di tre punti in casa con Valencia. In campionato, aveva vinto nettamente a Varese e Reggio Emilia e dominato in casa con Venezia. Se parliamo di montagne russe, la squadra vi era salita sopra fin dall’inizio.

Poi c’è stata la notte di Trieste. Trieste è una città speciale per l’Olimpia, per tutto quello che significa da un punto di vista storico, affettivo, di legami. L’hotel dove alloggia normalmente la squadra è a pochi metri dalla via in cui è nato Cesare Rubini, via della Torretta. Ma Trieste è una trasferta storicamente insidiosa, perché la squadra locale anche quest’anno era forte e il viaggio lungo. Finì 86-82 per Trieste. Coach Ettore Messina quella sera probabilmente decise che era arrivato il momento di lasciare la squadra a Peppe Poeta. Il giorno seguente, il comunicato confezionato insieme alla proprietà e poi la lettera aperta per spiegare la propria scelta, chiusero un capitolo da allenatore importantissimo nella storia del club, un capitolo fatto di tre scudetti e il ritorno alle Final Four di EuroLeague nel 2021, del credito garantito dalla presenza in biancorosso di Sergio Rodriguez, Kyle Hines, Gigi Datome, Nicolò Melli, Nikola Mirotic.

Il 24 novembre è cominciata così l’era di Peppe Poeta.

Nella storia dell’Olimpia nessun allenatore subentrante ha mai vinto lo scudetto, ma nella storia dell’Olimpia raramente un coach non ha finito la stagione. Nell’era Armani era capitato solo nel 2010/11 quando Dan Peterson sostituì Piero Bucchi. Gradualmente, Poeta è entrato nei meccanismi e disegnato la squadra sulla base delle sue idee, varando un assetto di campionato con quattro esterni stranieri per una rotazione a cinque che poi è stata adattata una seconda volta per ampliarla a sei. Ha cercato il suo primo quintetto e il secondo, tentando di estendere i minuti trascorsi in campo consecutivamente, rinunciando a Lorenzo Brown e Leonardo Totè. “Brown è un giocatore iconico in Europa, una leggenda, ma ha avuto tanti infortuni, troppe pause, e questo ci ha convinto a prendere una decisione dolorosa. Totè è un giocatore di grandi qualità offensive, ma meno funzionale di Ousmane Diop alle esigenze della squadra. Diop è più intenso e più adatto a fare le piccole cose, Totè è un giocatore di maggiore quantità, che ha bisogno di minuti. Anche qui era necessaria una scelta che fosse coerente con quanto serviva alla squadra”, spiega Poeta.

Leandro Bolmaro contro Nikola Milutinov nella grande vittoria sull’Olympiacos

È da rimarcare che l’Olimpia da quel momento in avanti non ha mai rinfoltito il roster. Brown e Totè non sono stati sostituiti e, se nel ruolo di centro la copertura era ampia, in quello di playmaker la scelta è stata di puntare su Quinn Ellis e Nico Mannion, il back-court più giovane d’Europa. “Arrivando da Trento in una squadra come Milano trovarmi con questo tipo di responsabilità mi ha sorpreso. Adattarmi al livello di EuroLeague è stato tosto. Ho imparato tantissimo, ogni partita, ogni giorno. In dieci mesi, abbiamo giocato 80 partite e non c’è mai tempo di spegnere il motore, devi sempre stare lì con la testa. In campo poi c’è meno spazio e c’è meno tempo per fare qualsiasi cosa”, dice Ellis.

Nel primo periodo, quello delle illusioni, l’Olimpia ha battuto il Panathinaikos a Milano con 26 punti e otto triple di Armoni Brooks; ha battuto la Virtus con 23 punti di Brooks e 14 più nove rimbalzi di Josh Nebo. In più, ha vinto sette gare consecutive in campionato, non tutte facili, mentre il decollo di Armoni Brooks da giocatore bravo ma da testare a stella assoluta stava diventando irreversibile. “Venendo dalla NBA, dalla G-League, l’Europa è una cosa differente come stile di gioco e fisicità. La fase di aggiustamento alla fine è stata abbastanza rapida”.  È chiaro che Brooks è il giocatore che ha beneficiato più del nuovo assetto proposto da Poeta. A parte le grandi partite giocate in EuroLeague, c’è stato anche il clamoroso canestro sulla sirena nella partita vinta in campionato con Udine. A ben vedere, quella vittoria sofferta era stata un presagio di un periodo più complicato rispetto alla luna di miele iniziale.

Armoni Brooks marcato da Kendrick Nunn nella prova da 26 punti contro il Panathinaikos

“Abbiamo perso partite non solo di EuroLeague subendo rimonte – ricorda Poeta – Sono state rimonte dolorose, soprattutto quelle incassate da Stella Rossa e Zalgiris, due gare chiave in ottica EuroLeague, ma non credo alla casualità. Siamo stati rimontati perché qualcosa ci mancava. Una volta poteva essere l’assenza di Bolmaro semplicemente, un’altra la mancanza di cinismo e un’altra ancora di esperienza in certi ruoli, ma qualcosa mancava”. Contro Udine, l’Olimpia vinse perché Poeta aveva due time-out da usare nel corpo a corpo conclusivo. Non avrebbe potuto vincere se dopo la prodezza con cui Mirza Alibegovic aveva risposto a quella di Zach LeDay, l’Olimpia non avesse potuto fermare la partita e garantirsi un’altra chance. Quella del missile di Brooks. “Il mio modo di allenare è figlio della mia carriera di giocatore, nel senso che posso capire quello che provano i giocatori, le dinamiche, la psicologia, gli errori. Quindi guardo le cose da due punti di vista. Ad esempio, in Gara 4 della finale a Venezia, con sei minuti da giocare nel terzo quarto, da manuale avrei dovuto sostituire Brooks dopo il terzo fallo, un tecnico. Ma da giocatore ho compreso che dopo aver segnato tre triple di fila non era il momento di cambiarlo, che si sarebbe gestito. Per me è fondamentale rimanere fedele a me stesso, cioè essere da allenatore quello che sono come persona; quindi, tollerante e comprensivo dell’errore che non vuol dire non essere estremamente esigente, perché lo sono. Cerco di rimanere sotto controllo nei momenti di stress e anche quello forse è una conseguenza del mio passato: da playmaker prendi una decisione ogni 30 secondi, parli con un compagno, con l’allenatore. Ecco, in questo senso, sono favorito. Forse è il motivo per cui seguo tantissimo il percorso di Saras Jasikevicius: lui ha fatto lo stesso cammino ad un livello ovviamente molto più alto del mio, prima da giocatore e poi da allenatore. Lo considero un grande coach e lo studio. Come studio anche altri”.

La prodezza di Armoni Brooks contro Udine

Dopo la vittoria con Udine, l’Olimpia ha letteralmente sbriciolato i pronostici e vinto ad Atene contro il Panathinaikos, senza Ellis e con Shields prudentemente tenuto in panchina per non rischiare danni seri. Affrontare una delle squadre più forti d’Europa senza ansie da prestazione, con scelte prudenti, ha rappresentato forse il momento più alto della stagione dell’Olimpia e anche di Coach Poeta. Ci furono ad OAKA altri 24 punti di Brooks e 17 di Lorenzo Brown in una gara giocata con grande orgoglio. Ma poi è arrivato il mese di febbraio e con quello sono arrivate le difficoltà. “Il brutto di allenare è questo: capisci di vincere grazie ai giocatori ma ti attribuisci tutte le colpe in caso di sconfitta. Pensi sempre che avresti dovuto fare qualcosa di diverso, chiamare un altro gioco, modificare la rotazione”, dice Poeta. Il sogno di arrivare alle Final Eight di Torino senza aver mai subito sconfitte in Italia venne infranto da Varese, poi Brescia cancellò in sostanza anche la possibilità di vincere la stagione regolare. Ma quello è stato il momento delle scelte.

Marko Guduric al tiro contro Prentiss Hubb nella finale di Coppa Italia

“Avevo deciso di giocare con quattro stranieri esterni in campionato perché tutti davano qualcosa di diverso. Bolmaro è il nostro miglior difensore, Shields è il giocatore che raccorda tutto, Brooks era la prima punta e Guduric un giocatore di personalità e qualità. Guardando alla squadra ho pensato che non potessimo fare a meno di nessuno di questi quattro”, ricorda Poeta. Ma in Coppa Italia nei quarti di finale, contro Trieste, si fece male proprio Ousmane Diop, il secondo centro. In EuroLeague, c’era Devin Booker, ma non Italia. “Sì, ma non ho mai pensato che sarebbe stata una buona idea cambiare assetto. Mi sono fidato di Zach LeDay, sapendo che avrebbe potuto giocare anche da centro”, spiega. E poi con un lungo in meno, ha avuto più spazio il miglior Pippo Ricci di sempre: “Sto bene, di fisico e di testa, quando stai bene tutto diventa più facile. Non sono un uomo da statistiche ma le ho sbirciate e credo di essere stato il secondo nel tiro da tre in campionato: è una questione di scegliere bene le opportunità, aspettare il pallone giusto dai compagni, lasciare che la partita ti venga incontro. Io sono un collante, uno che aiuta le sue squadre a vincere. Penso che cinque scudetti in sei anni, quattro a Milano, lo confermino”, dice Ricci. “La Coppa Italia ha rappresentato il momento in cui ci siamo uniti e a quel punto abbiamo dimostrato a noi stessi che qui potevamo superare tutti”, ricorda Shields. “Venivamo da un buon periodo di allenamenti. In generale, quando abbiamo avuto lo spazio temporale per lavorare siamo venuti fuori bene. È stato così anche prima dei playoff”, rileva Poeta.

Ousmane Diop nella sfortunata partita con Trieste in Coppa Italia

A Torino, l’Olimpia ha vinto la nona Coppa Italia superando Trieste, poi Brescia e Tortona, tutte squadre con cui era capitato di perdere nel corso della stagione regolare. La vittoria di Torino è stata quella della consapevolezza. Brooks è stato devastante nelle ultime due partite: “Il tiro in parte me l’ha donato il destino ma poi ci ho lavorato sopra, cerco sempre di essere il primo ad arrivare la mattina, fare sessioni extra oltre all’allenamento perché se fai le cose giuste poi ottieni i risultati giusti”. Il resto della squadra, guidato da Marko Guduric, l’ha supportato. “Per me invece Torino ha rappresentato un momento critico della stagione perché venivo da un infortunio, stavo bene, e stavo giocando bene – dice Ousmane Diop – Quella sera quando mi sono rotto ho avuto un crollo psicologico. Non mi vergogno a dire che ho pianto. Se guardi alla mia storia, quando sono stato in salute ho sempre giocato bene e dato tanto alla mia squadra. È stato così anche a Milano, anche nei playoff. Io sono un lavoratore, lavoro tanto, porto energia alla squadra. Lo dico con la massima umiltà ma gli infortuni, solo loro, mi possono fermare. Purtroppo, è successo spesso nella mia carriera”.

Un’altra insidia materializzatasi nel corso della stagione è quella del mercato. In un’era dominata dai social media ogni voce vera e presunta diventa rapidamente di dominio pubblico, oggetto di analisi, speculazioni, commenti. Non è un’insidia che possa essere nascosta. I giocatori dell’Olimpia sono stati coinvolti nel mercato ben prima della fine della stagione. Succede in tutte le squadre. Ma non significa che sia facile, non significa che questo trend non comporti problematiche da risolvere. Alla fine, prevale chi ha dentro qualcosa, chi ha dentro la voglia di vincere, chi ha dentro la forza del gruppo, come Armoni Brooks, Zach LeDay, Quinn Ellis, Nico Mannion, Josh Nebo oltre ovviamente a Shavon Shields, l’uomo delle dieci vittorie in sei anni. “La forza di questa squadra era il gruppo – spiega Brooks – in campo e fuori. Siamo sempre stati uniti. Quando riesci a compattarti e sinceramente provare affetto per i compagni tutto diventa più semplice”.

La difesa che era stata a lungo considerata l’aspetto debole della squadra, nei playoff è salita di tono dopo che la squadra si era chiusa in palestra. “Abbiamo ridotto il numero di regole per andare più sull’istinto e meno sulla riflessione, poi le abbiamo semplificate”, sottolinea Poeta. “La difesa è qualcosa che è dentro di me, lo è fin dal giorno in cui ho cominciato a giocare, che mi è servita da professionista per conquistare minuti da spendere in campo. Poi anche in attacco ho fatto cose importanti. Credo che l’aspetto mentale, trovarmi nello stesso posto per due anni, mi abbia dato stabilità e fiducia”, rileva Leandro Bolmaro che è stato nominato difensore dell’anno di tutte le competizioni italiane. C’è un altro aspetto che Bolmaro sta costruendo per farlo diventare uno dei pilastri della cultura Olimpia: “L’etica del lavoro, quella che mi dà la fiducia di andare in campo e performare”.

Leandro Bolmaro è stato nominato quattro volte miglior difensore della competizione in Italia

Prima dei playoff, Bolmaro è stato nominato difensore dell’anno e Dino Meneghin in persona ha consegnato a Brooks la notizia della nomina come MVP della stagione: “Tutti i premi individuali sono premi di squadra riservati ad un singolo. Ho avvertito sempre il sostegno dei compagni e la fiducia dello staff. Mi hanno messo nelle condizioni di fare ciò che so fare meglio”, dice Brooks. Proprio Brooks però proprio in quel periodo era apparso in difficoltà al tiro. “Quando sei in un periodo di difficoltà ne esci con la fiducia costruita in allenamento e la fiducia dei compagni che ti vedono tirare ogni giorno a credono in te. Le partite da 0 su 7 o 0 su 8 alla fine diventano partite da 7 su 10”, rileva.

Josh Nebo in finale

Nei playoff non solo la difesa è salita di colpi ma anche l’abilità di performare nelle partite cruciali. L’Olimpia ha strappato il servizio a Brescia in Gara 1, ha chiuso i conti quando doveva e ha finito con sei vittorie su sei in casa. “Siamo partiti un po’ da underdog onestamente – ricorda Poeta – perché non avevamo mai avuto la continuità di esprimerci ad alto livello e sapevamo anche che non sarebbe stato facile vincere a Brescia e magari a Bologna in una finale. Ma nei playoff ci siamo compattati e quando uso il plurale mi riferisco proprio ai giocatori meno usati, penso a Flaccadori e Tonut. Essere propositivi e partecipi, lo dico da ex giocatore, so perfettamente che non è comune”. “Non ho ancora ben realizzato cos’abbia fatto. Ho provato a parlarne a mia moglie e l’abbiamo spiegato ai bambini ma non l’hanno realizzato neppure loro. Adesso sto vivendo il momento, ma sono sicuro che ad un certo punto guardandomi indietro ‘Dirò, Wow, tutto questo è incredibile’”, aggiunge Brooks.

Lo scudetto è stato il numero 32 in 90 anni di attività. La media dell’Olimpia è vincere un titolo italiano per ogni tre anni di partecipazioni, ma questo è il quarto in cinque stagioni e il settimo nei 18 anni di proprietà del Gruppo Armani. Nel basket moderno non si può parlare di dinastie in senso classico, i giocatori cambiano troppo frequentemente. Ma questa costanza al vertice rappresenta la costanza dell’eccellenza, la cultura di un club che ti entra sottopelle, come ha dimostrato Shavon Shields esibendo a Venezia dopo lo scudetto la maglia dell’equipment manager Alessandro Barenghi, un ragazzo che in 14 anni di Olimpia ha saltato forse tre trasferta ma non c’era proprio in quella del Triplete per un infortunio sportivo. Questo è il gruppo, questa è la cultura Olimpia. “Alzare tre coppe nello stesso anno, farlo da Capitano, è stato come avverare un sogno. Non sono soddisfatto ancora, vorrei fare meglio in EuroLeague, ma dopo dieci mesi di lavoro, sacrifici, quando vedi un gruppo in cui ognuno toglie un pezzettino di sé stesso per il bene collettivo, allora tutto il lavoro vedi che è stato ripagato”, dice Ricci.

Il primo scudetto da Capitano: Pippo Ricci

Armoni Brooks

Diego Flaccadori

Giampaolo Ricci

Josh Nebo

Leandro Bolmaro

Marko Guduric

Ousmane Diop

Peppe Poeta

Quinn Ellis

Shavon Shields

Stefano Tonut

Zach LeDay

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