In occasione della celebrazione dei 90 anni di storia dell’Olimpia Milano abbiamo chiesto al podcaster Antonio Giorgino di incontrare un giocatore del passato recente dell’Olimpia, Bruno Cerella, e uno del presente, Stefano Tonut. Ecco una parte dei loro racconti.

Bruno Cerella: “Vengo da Bahia Blanca, forse l’unica città argentina in cui se ti trovi davanti un pallone non lo calci ma lo raccogli. Ci sono 27 squadre di basket a Bahia Blanca. Io ho cominciato nell’Estudiantes, la stessa in cui ha giocato Manu Ginobili e poi Pepe Sanchez, altri ancora. Come per tutti i ragazzi della mia generazione gli idoli erano quelli della Nazionale argentina che poi ha vinto l’oro olimpico nel 2004”.

Stefano Tonut: “Mio padre era un giocatore di alto livello, ma non mi ha mai spinto a giocare a basket. Anzi all’inizio preferivo il calcio, ero un attaccante, abbastanza bravo. Ma poi mi sono indirizzato verso il basket e la svolta l’ho avuta quando sono andato a giocare a Monfalcone, perché ero giovanissimo ma avevo spazio. Il mio campione preferito era Jobe Bryant”.

BC: “I miei genitori non finirò mai di ringraziarli anche solo per avermi permesso di venire in Italia, a Massafra, a 17 anni. Guadagnavo 200 euro al mese, più un ristorante in cui mangiare e una bicicletta per spostarmi. Ma Massafra è stata decisiva per la mia carriera”.

ST: “A me interessava divertirmi. Quando con la Nazionale Under 20 abbiamo vinto l’oro europeo per me era la prima volta in azzurro. Dopo Monfalcone, sono tornato a Trieste e poi ho avuto altre opportunità, ma non sognavo. Volevo solo divertirmi”.

BC: “Ero in Argentina, stavo per tornare in Italia quando mi chiama il mio agente dicendomi che Luca Banchi mi voleva a Milano. Ho chiesto dove firmare. Non ho chiesto dei soldi o del contratto, mi bastava quel nome, poter venire a Milano. L’Olimpia rappresenta in un certo senso anche una responsabilità sociale, quella di rappresentare un club di questo prestigio e storia”.

ST: “A Venezia ho passato sette anni meravigliosi, ho vinto due scudetti, una Coppa Italia, una Fiba Europe Cup, sono stato MVP del campionato. Dovevo venire a Milano un anno prima, ma ero sotto contratto e Venezia non mi ha lasciato andare. Giustamente, perché avevo un ruolo importante. L’anno dopo mi sentivo pronto. E rifarei quella scelta mille volte. Anche se non è facile giocare insieme a tanti campioni, migliori di te, quando devi ritagliarti uno spazio. Con l’Olimpia ho sempre avuto tanta familiarità, perché mio padre nel 1989 a Livorno giocò una finale scudetto contro Milano. E non ha mai digerito quell’epilogo, il canestro prima dato poi cancellato”.

BC: “Il compagno più forte con cui ho giocato è stato Keith Langford. In allenamento, Banchi metteva me e David Moss a marcarlo e lui se ne andava sempre arrabbiato. Ma quando arrivava in partita, non trovava difese così forti. CJ Wallace invece è il più divertente che abbia mai avuto”.

ST: “Mi ha sempre impressionato Nikola Mirotic. Non è solo forte, è anche una persona squisita, che aiuta tutti. Continuo a sentirlo anche adesso”.

BC: “Se penso al primo scudetto dei due vinti a Milano ho ancora la pelle d’oca. Alla fine saltavo sul cubo dei cambi, non vedevo l’ora di festeggiare. L’Olimpia non lo faceva da 18 anni. Ricorde l’invasione di campo, il Signor Armani sballottato da una parte all’altra, in un mare di persone”.

ST: “Il secondo scudetto a Milano, il mio quarto, è speciale, avevo un ruolo importante, poi sono stato fortunato perché io li ho vinti tutti e due in casa, a Milano, in mezzo alla nostra gente”.

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