La domanda: dunque meglio Chicago o New York? Meglio giocare allo United Center, l’ex casa di Michael Jordan, o al Madison Square Garden, nell’arena più famosa del mondo? Ognuno ha le sue idee, di sicuro l’Olimpia è entrata nella storia assieme al Maccabi come una delle due squadre europee che per prime hanno giocato una contro l’altra in arene NBA, in quella che è diventata famosa in quanto giardino di casa di Michael Jordan a Chicago, e quella che storicamente nello sport, non solo nel basket, è considerata il tempio per eccellenza, il Madison Square Garden.
Nulla da dire su quanto accaduto in campo: sulla carta erano due amichevoli, nella realtà sono state interpretate con la determinazione e serietà di chi vuole vincere. Non esistono amichevoli quando vai a giocare in queste arene. Certo, se in palio ci fosse stato qualcosa Devin Smith avrebbe giocato anche a Chicago e Oliver Lafayette sarebbe venuto in America con l’Olimpia. Ma insieme a qualche minutaggio è stata l’unica concessione fatta dai due allenatori, Guy Goodes del Maccabi e Jasmin Repesa dell’Olimpia. Maccabi e Olimpia hanno vinto una gara per parte, l’Olimpia ha giocato male solo il primo periodo della prima ma è andata in crescendo e si è tolta la soddisfazione di vincere al Garden davanti a 10.000 spettatori. Il bello è stato tutto il resto.
Lo United Center innanzitutto: entrare e trovarsi il logo dell’Olimpia dappertutto fa una certa impressione. Come calcare il parquet con il Toro gigante in mezzo o posare davanti alla statua di Michael Jordan, The Spirit, che pure è stata ricollocata in una zona attualmente quasi off limits per lavori in corso. Camminare nei corridoi degli spogliatoi davanti ai murales dei grandi campioni dei Bulls, non solo Jordan o Scottie Pippen ma anche Jerry Sloan, Bob Love o Artis Gilmore. Qualcuno era già stato qui, Robbie Hummel che è di Chicago e ha fatto il giocatore e anche il tifoso. A Chicago, l’Olimpia ha scoperto una comunità italiana magari piccola ma felice di ospitarla: l’exhibit aperto alla Hall of Fame dello sport americano, la cena organizzata da Eataly-Chicago per dare il benvenuto alla squadra nella città del vento.
Il Madison Square Garden poi: ha quasi trent’anni di vita in più dello United Center ma è stato rifatto tre volte, l’ultima di recente, è grande uguale ma più elegante, con le poltroncine blu dopo anni di granata. Gli skybox a livello medio, non più in cielo. Il logo dei Knicks al centro del campo e tutto perfettamente lucido. La sosta a New York è stata breve, piovosa, ma intensa. L’allenamento al NYAC, una sorta di tempio dello sport olimpico newyorkese con 248 medaglie olimpiche conquistate nella storia dai suoi membri che includevano il più grande discobolo della storia, Al Oerter, e il più grande lottatore americano, Bruce Baumgartner. Passeggiare lungo la settima avenue, davanti all’entrata del Garden e trovarci l’immagine di Alessandro Gentile non ha prezzo. E’ una cosa che resterà dentro per sempre. Come la possibilità di dimostrare che l’Olimpia è una famiglia e la famiglia non dimentica mai i propri figli: Kiwi Garris e Ken Barlow, Mason Rocca e Arthur Kenney, Albert King e Bill Bradley che non poteva esserci perché la sua storia fuori del campo lo impegna anche a oltre 70 anni tutti i giorni e ha mandato Hawthorne Wingo, che giocava con lui nei Knicks del 1973. Vinsero insieme un titolo NBA, dopo Wingo venne in Italia.
Per Charles Jenkins e Jamel McLean è stata l’occasione di tornare a casa, a New York, giocare davanti a parenti e amici. Jenkins era una leggenda all’università di Hofstra, Long Island: la mattina della partita era indaffarato a rimediare gli ultimi biglietti e forse l’emozione gli ha giocato un brutto scherzo; McLean aveva 35 tifosi personali al seguito e ha rubato due palloni chiave, giocato una partita generosa. E non era questo il significato del viaggio. Il viaggio era un’esperienza di vita come ha opportunamente rilevato Alessandro Gentile, alla sua prima esperienza negli Stati Uniti; una possibilità di fare gruppo, di maturare, di uscire fortificati dalle difficoltà, del fuso orario, dei lunghi viaggi, dell’insidioso ritorno a casa. Un’opportunità anche per la società di testarsi con organizzazioni al top come il Garden di New York, di conoscersi con gli antichi rivali rispettati del Maccabi. E da questo punto di vista non è stato solo un viaggio in America. E’ stato un viaggio dentro la storia.