Nella settimana che si concluderà con l’inizio della semifinale scudetto numero 33 della sua storia, riviviamo i grandi momenti dell’Olimpia in semifinale. Qui ci occupiamo della stagione 1984/85, con la recita da 38 punti di Joe Barry Carroll a Torino.
25 aprile 1985: Auxilium Torino-Olimpia Milano 90-91
Berloni Torino: Della Valle 20, May 21, Gibson 21, Vecchiato 2, Mandelli 3, Morandotti 20, Caglieris 2, Carraria.
Simac Milano: D’Antoni 5, Meneghin 7, Premier 22, Carroll 38, Schoene 14, Boselli 5, Bariviera.
Il contesto – L’Olimpia aveva giù vinto la Coppa Korac, ma il vero obiettivo stagionale era riprendersi lo scudetto dopo due finali perse nella gara di spareggio. Dopo aver sostituito Wally Walker con Joe Barry Carroll, dopo l’esplosione di Russ Schoene, l’adattamento di Dino Meneghin al ruolo di ala forte, l’Olimpia aveva preso il volo. Con Carroll perse la prima partita in casa, contro Udine, ma poi ne vinse 12 di fila, 16 delle restanti 18. A fine stagione, con Carroll in campo, l’Olimpia avrebbe vinto 28 partite su 31. Ma la griglia dei playoff si stagliava come insidiosa: al primo turno, l’Olimpia incontrò i campioni d’Italia della Virtus, una delle tre squadre che l’avevano battuta con Carroll in campo. Infatti, dopo averla battuta 105-81 in Gara 1, l’Olimpia a Bologna vinse 86-85 rischiando tantissimo. In semifinale, doveva scontrarsi contro un’avversaria fortissima, la Berlino Torino del milanese Dido Guerrieri, con Scott May, Riccardo Morandotti, Carlo Caglieris, Carlo Della Valle, Renzo Vecchiato. Già Gara 1 fu difficile: l’Olimpia la vinse 97-91, nel Palatenda costruito in fretta e furia a Lampugnano dopo il crollo del Palazzone di San Siro. In Gara 2, a Torino, l’Auxilium era pronta a dare tutto, anche contro Carroll.
Il personaggio – Joe Barry Carroll nel 1980 era stato la scelta numero 1 dei draft NBA. Il diritto apparteneva ai Boston Celtics ma questi lo cedettero a Golden State in cambio di Robert Parish e Kevin McHale, uno scambio che fece epoca. Carroll si trovò a Golden State dove per anni aveva accumulato grandi numeri e tante sconfitte. Indispettito per lo stallo nella trattativa di rinnovo del contratto, ma senza potersi svincolare, Carroll decise di venire in Italia. Dan Peterson lo accolse a Milano, ricostruì la squadra e ne ricavò una stagione eccezionale in termini tecnici e sorprendente per come Carroll si calò nel gruppo, con entusiasmo e leadership. Nei playoff, avrebbe segnato 176 punti in sei partite, quasi 30 di media. Ma la partita capolavoro fu quella del Parco Ruffini, a Torino, Gara 2 di semifinale.

La partita – Tutto esaurito a Torino e Berloni determinatissima, a condurre praticamente per tutto il primo tempo anche con nove punti di vantaggio sul 25-16. Roberto Premier nella seconda parte del primo tempo (finirà con 22 punti) guida la rimonta e riporta la Simac a meno uno, 45-44, all’intervallo. Torino, con 21 punti di May, 22 dell’ala forte Michael Gibson, 20 a testa di Morandotti e Della Valle, tenta ancora di allungare andando a più sei, 80-74, con otto minuti da giocare. In quegli otto minuti, Milano apre il campo e va a cercare Joe Barry Carroll vicino a canestro. L’americano entra in una nuova dimensione: segna 16 punti consecutivi con otto su otto dal campo. Sotto di uno, ruba palla a metà campo a Caglieris e va a schiacciare il sorpasso che si rivelerà definitivo. I suoi 38 punti sono il massimo della sua stagione italiana.
Il significato – L’Olimpia conquistò semplicemente il diritto di giocare la quarta finale consecutiva, ma ad aspettarla c’era Pesaro, che oltretutto non poteva schierare lo squalificato Mike Sylvester. Contro Pesaro, l’Olimpia non fece alcuna fatica, vincendo di 22 in Gara 1 e di 20 in trasferta. La vera finale fu quella con Torino. Gara 2 non solo fu nei fatti la gara scudetto ma si rivelò la miglior partita che Carroll abbia giocato in Italia. E chi la vide la ricorda ancora oggi a cominciare da Dino Meneghin. “Il mio amico Renzo Vecchiato che giocava a Torino dopo Gara 2 mi chiese se Joe Barry camminasse anche sulle acque”.
(3-continua)
