La prima immagine, sul nuovo maxicubo del Forum, è stata un ricordo di Adolfo Bogoncelli. La seconda, una dedica a Cesare Rubini. Pochi metri sotto, all’interno della palestra di allenamento dell’Olimpia, i nomi di Bogoncelli e Rubini sono in alto, incorniciano la scritta “Olimpia Hall of Fame”, oggi popolata da 46 personaggi. Loro sono i “padri fondatori” della repubblica biancorossa. L’ultima immagine, al termine della cerimonia, è stata per Giorgio Armani, il proprietario che ha strappato l’Olimpia da un lungo periodo buio restituendola al rango preteso dal proprio DNA. Ma in quel momento, quando Bogoncelli e Rubini con i loro volti sono stati salutati dai 12.000 del Forum, il livello di emozione era già al top. Nel video racconto che ha preceduto la cerimonia, il popolo dell’Olimpia era già esploso per Mike D’Antoni, Bob McAdoo e Bill Bradley, l’uomo della Coppa dei Campioni del 1966. “Sono orgogliosi di far parte di questa storia lunga 90 anni. Quando sono venuto, allenato dal grande Cesare Rubini, ho scoperto che la nostra squadra piaceva a Milano almeno quanto noi piacevamo a Milano”, ha detto l’ex Senatore del New Jersey, ex candidato alla Casa Bianca. “Per me Olimpia ha significato famiglia, i compagni, gli allenatori, le persone e i tifosi. Mi avete fatto sentire parte di una famiglia”, è stato il messaggio di D’Antoni. “Ho avuto compagni che sono diventati fratelli per tutta la vita”, è stato il concetto espresso da McAdoo. Famiglia, è stato un tema ricorrente. L’ha menzionato Massimo Masini. L’ha fatto Arthur Kenney. E poi ci sono stati anche Kyle Hines, Gigi Datome – che era in America per la Federazione assieme a Luca Banchi, entrambi altrimenti sarebbero stati presenti – e Sergio Rodriguez a ribadire il mix tra l’orgoglio di far parte di una squadra e la sorpresa di trovarsi all’interno di una famiglia.

E in fondo non poteva esserci immagine più forte e bella di vedere Dino Meneghin, l’eterno guerriero, addolcirsi nello scortare Sandro Gamba, il suo grande maestro, fino a metà campo e poi allontanarsi per prendere una sedia e permettere al suo grande coach che dell’Olimpia è stato il giocatore più vincente di partecipare alla cerimonia seduto, senza obbligare le sue gambe, sacrificate sui campi di tutto il mondo (“Mi sono rotto tutto in carriera ma l’ho fatto per la mia squadra perché volevo vincere, per l’Olimpia e per Milano”) ad uno sforzo supplementare, con Arthur Kenney alle loro spalle a sorvegliare, sincerarsi che tutto andasse bene, per il meglio.
Alla fine della sfilata il campo era totalmente occupato, da canestro a canestro. Con il cuore e lo spirito c’erano coloro che non hanno potuto sfilare per motivi diversi ma non hanno mancato di rivolgere un saluto a distanza, come hanno fatto Nando Gentile, Gregor Fucka, Marco Mordente, Massimo Bulleri, Keith Langford; coloro che stanno giocando altrove da manager come Marco Sambugaro e Flavio Portaluppi, da allenatori come Marco Crespi e Mario Fioretti, come giocatori quali sono ovviamente Nik Melli, Alessandro Gentile, Andrea Cinciarini. E’ stata un’immagine bellissima, toccante, emotiva negli occhi lucidi di campioni leggendari. Ce n’erano davvero tanti. Dino Meneghin e Massimo Masini sono stati interpreti diversi del ruolo di centro che hanno fatto la storia del basket europeo negli anni ’60-’70 (Masini per intenderci ha un record personale di 40 punti segnati in una partita di Eurolega). Paolo Vittori è stato una delle migliori ali europee degli anni ’60: ha un primato di 43 punti in una gara europea che all’Olimpia è stato eguagliato solo da Bob McAdoo. Roberto Premier e Antonello Riva sono stati con Enrico Gilardi le migliori guardie italiane degli anni ’80. Giulio Iellini è stato il prototipo italiano della “combo-guard”. Sasha Djordjevic e Dejan Bodiroga, non solo a Milano ma anche a Milano, hanno fatto la storia del basket europeo. Come da allenatori l’hanno fatta Ettore Messina, Bogdan Tanjevic, Jasmin Repesa. E naturalmente Dan Peterson. Nessun difensore è stato più temuto di Vittorio Gallinari. Nessun americano ha intimidito di più di Arthur Kenney. Lui, Meneghin, Gallinari, Rocca, Cerella, Melli, Hines hanno esemplificato sul campo cosa significhi essere un vero uomo Olimpia, al punto da annullarsi per il bene della squadra. “Giocare nell’Olimpia è stato un onore e ogni giorno anche una responsabilità”, ha detto da Chicago proprio Rocca. E poi c’era Ricky Pittis, la risposta italiana a Toni Kukoc, “io che dell’Olimpia sono stato tifoso prima che giocatore”.



Claudio Trachelio, preparatore atletico storico, sotto Dan Peterson, Franco Casalini, Mike D’Antoni e Bogdan Tanjevic, contava i trofei vinti paragonandoli a quelli del suo “successore” Giustino Danesi. Del gruppo faceva parte Paolo Casalini, scuola Olimpia anche lui, per ricordare il fratello Franco, uno dei tre coach che hanno portato l’Olimpia sul tetto d’Europa. Elisa Brumatti ha sfilato rappresentando il povero Pino, il colpo di maglio della squadra degli anni ’70 con tutto il quintetto schierato: Iellini, Cerioni, Bariviera, Kenney, Masini, oltre a Brumatti ovviamente.
Erano in campo in quaranta. Non tutti Hall of Famer. L’Olimpia non l’hanno costruita solo gli Hall of Famers, solo i grandi campioni. L’Olimpia è stata di Dino Meneghin e di Mario Governa. Di Alessandro Gentile e di Bruno Cerella. Di Dejan Bodiroga e di Paolo Alberti o Marco Baldi. La storia l’ha scritta chi ha interpretato la maglia nel modo giusto. Grazie per questi 90 anni. Ma la storia continua…


