In occasione della celebrazione dei 90 anni di storia dell’Olimpia Milano abbiamo chiesto al giornalista e storyteller Giuseppe Pastore di raccontarci uno dei momenti più emozionanti della storia del club. Il risultato è una fotografia della Milano del 1986 tra musica, cinema e società, ma soprattutto sport, con un’Olimpia Milano che compie una delle imprese più leggendarie dello sport italiano: la rimonta sull’Aris Salonicco.

Milano 1986, anzi, per l’esattezza, 13 ottobre 1985, pagina 15 del Corriere della Sera.

Ci sono tutti. C’è Valentino, Laura Biagiotti, Krizia, Fendi, Missoni, Moschino, Ferrè… e poi ci sono loro due, Maradona e Pelé. C’è Gianni Versace, barocco, sexy, sfacciato, provocatorio. E poi c’è Re Giorgio, razionale, sobrio, elegante, l’uomo che ha elevato a filosofia di vita il “greige”, il misto tra grigio e beige, il colore del fango sul fiume Trebbia, vicino Piacenza, dove passava le vacanze da bambino. Ma, con tutto il rispetto e l’adorazione per il re, la serata milanese del 6 novembre 1986 sarà bollente, passionale, a tratti anche delirante – molto più stile Versace che stile Armani.

In realtà in questa foto non ci sono tutti, ma quasi tutti. Perché c’è un tredicesimo che non c’è, eppure ha un cognome che sarà fondamentale in questa storia: Trussardi, Nicola Trussardi. Un bergamasco di poco più di 40 anni che a partire da una collezione di giacche di pelle ha messo su in pochi anni un impero da 182 milioni di dollari, con circa 120 boutiques e negozi in tutto il mondo, e lo sguardo rivolto anche fuori dalla moda, come per esempio gli interni di aerei ed elicotteri.

Il 17 gennaio 1985, all’una e mezza di notte, il tetto del PalaSport di San Siro era irreparabilmente collassato sotto il peso di 800 tonnellate e 90 centimetri di neve. Così a Trussardi viene naturale dare una mano quando il Comune di Milano, in cerca di una nuova casa per tutte le principali attività indoor (soprattutto sport e concerti), decide, come si direbbe oggi, di riqualificare una struttura inaugurata in zona Lampugnano da appena un paio d’anni, con il nome di PalaTenda o TeatroTenda, di proprietà della famiglia Togni – quelli del circo. Un enorme telone sostenuto da quattro arcate metalliche, un’arena-bomboniera da 11mila posti a sedere. I lavori costano in tutto 5 miliardi di lire: un miliardo su cinque lo mette Trussardi, che ottiene – come si direbbe oggi – i naming rights della struttura: PalaTrussardi.

Per un anno e mezzo l’Olimpia si è spostata nel vecchio Palalido, dove ha giocato e vinto la finale-scudetto ’86 contro Caserta. Poi sono iniziate le grandi manovre per la prima grande soirée del Palatrussardi, in calendario sabato 27 settembre: concertone di Frank Sinatra, alla presenza del presidente del Consiglio, Bettino Craxi, che con il suo Partito Socialista è, nel bene e nel male, la responsabile della Milano da Bere anni 80. E poi l’avvocato Agnelli, il sindaco Tognoli, assessori, ministri, divi e divetti.

Ma l’inaugurazione quella vera, sei giorni prima, è toccata a un altro americano di grandissimo hype. Il 21 settembre, Tracer Milano-Glomo Venezia, 7.500 spettatori ad assistere al primo show del più grande campione mai arrivato in Italia, come scrivono i giornali. In effetti è vero: è il primo, e tuttora unico MVP di una stagione NBA ad aver giocato nel nostro campionato.

Come diavolo hanno convinto Bob McAdoo ad attraversare l’oceano? La risposta ce l’ha Tony Cappellari, il general manager che nella primavera 1986 è partito dalla palazzina in stile liberty di via Caltanissetta per volare fin nel New Jersey. L’incontro è stato organizzato dal manager Bill Madden; le credenziali di Milano sono importanti, i biglietti da visita di Dan Peterson e Mike D’Antoni possono aprire tante porte. E poi Milano, in quel momento, è famosa anche in America per quei dodici personaggi di prima: e non esiste un solo sportivo professionista sposato che non tenga in grande considerazione i desideri della moglie. Charlina Chandlee coniugata McAdoo, vuoi tu passare almeno un paio d’anni della tua vita a Milano, a due ore da Venezia, due ore da Firenze, il mare, la montagna, il quadrilatero della moda? Sì, lo voglio. Il grande tessitore dell’operazione è Mike D’Antoni, lui e sua moglie Laurel, che diventerà subito la miglior amica milanese della signora McAdoo. Che numero scegli, Bob? “Non dire quel numero… non dire quel numero…”. “Eleven!”. Ehm no, quello no, quello è già proprietà privata. Grande perplessità, la tensione si taglia con il coltello. “Ok. I’ll take the fifteen”. E prende la 15, e all’esordio contro Venezia ne mette 27. Chi ha bisogno di Frank Sinatra?

Poi arriva anche The Voice, il vecchio Frank, canta My Way, “Fly me to the moon”, e Milano si sente il centro del mondo, o perlomeno il centro d’Europa. Abbiamo questo rapporto con gli americani di adorazione assoluta. I motivi sono sicuramente politici, anche se il governo attualmente in carica, guidato da Bettino Craxi ed espressione del celebre Pentapartito, è uno dei meno accondiscendenti a Washington che ci siano mai stati – fino a sfidare apertamente l’America un anno prima, quando tra Craxi e Ronald Reagan si è sfiorata la crisi diplomatica dopo il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di un gruppo di terroristi palestinesi, con il governo italiano che ha rifiutato di consegnare agli Stati Uniti Abu Abbas, l’organizzatore di quel dirottamento.

L’America domina le classifiche dei dischi, con Louise Veronica Ciccone in arte Madonna che mette due suoi pezzi in top ten: True Blue, e Papa Don’t Preach. La commedia italiana di maggior successo del 1986 ha un titolo in inglese, che definisce una nuova generazione di giovani rampanti metropolitani turbo-capitalisti, “young urban professionals”, per gli amici YUPPIES. E questi sono i titoli di testa appunto di Yuppies, regia di Carlo Vanzina, e vi invito a riconoscere i luoghi di Milano che 40 anni dopo sono un po’ cambiati.

il parco dove sui titoli di testa nella prima scena Lorenzo (Boldi) va a fare footing mattutino sono i giardini Indro Montanelli

l’autosalone di Willy (Greggio) si trova in Galleria Manzoni, in Via Manzoni 40 a Milano

Lo studio del notaio Lorenzo (Boldi) è in Piazza Camillo De Meis 2 a Milano

Milano è la città più americana d’Europa, e non solo per Dan Peterson e Bob McAdoo. Sogniamo l’America di continuo, tutti i giorni, ma con il nostro stile. Sulle reti Fininvest, c’è un programma, Drive In, in cui, dietro l’apparenza di un locale anni ’60, dietro le musichette e le paillettes, si nasconde la satira politica e di costume più feroce del periodo. In “Yuppies”, l’abbiamo visto prima, Jerry Calà porta l’orologio sopra il polsino della camicia, perché il punto di riferimento è l’avvocato Agnelli. Federico Fellini punzecchia Berlusconi nel suo ultimo film, “Ginger e Fred”, satira sulla televisione intervallata da finti spot pubblicitari in cui si reclamizzano i prodotti del cavalier “Fulvio Lombardoni”. Berlusconi è già al centro della scena, ma non sta ancora dominando l’immaginario collettivo. È già il presidente del Milan, ma sta ancora inseguendo la Juventus, il cui primato è messo in discussione dal calciatore più forte del mondo – americano anche lui, ma americano del sud, un argentino, un genio. Per batterlo, e vincere lo scudetto, Berlusconi penserà anche al nostro coach, a Dan Peterson. Nel marzo 1987 al teatro Manzoni sta andando in scena la notte degli Oscar dello Sport, un galà faraonico con ospiti d’onore come Edwin Moses e Nelson Piquet, Maradona e Pelé. Presenta proprio Dan Peterson.

Il coach sta già meditando il ritiro: voleva lasciare già nell’estate 86 e affidare tutto al suo vice, Franco Casalini, ma gli rimaneva un’acquolina in bocca: tentare l’ultimo assalto alla Coppa dei Campioni. In una pausa lo avvicinano Adriano Galliani e Bruno Bogarelli, inviati del Cavaliere, e gli chiedono chiaro e tondo: «Sarebbe disponibile ad allenare il Milan?».

«Siete matti? Io sono un allenatore di basket».

«Le stiamo riportando il pensiero del dottor Berlusconi. Il pre­sidente non intende restringere il campo delle alternative ai soli allenatori di calcio».

«Non posso rispondervi adesso. Ci sono i playoff, la finale di Coppa Campioni. Non voglio distruggere la mia squadra. Se po­teste aspettare fine stagione, saprò darvi una risposta più chiara». Sangue freddo anche lì, di fronte a un’offerta da far girare la testa. Tra i soprannomi più belli del coach c’è quello che gli ha dato Oscar Eleni, “nano ghiacciato”, perché Dan ha 62-63 battiti al minuto, rimane tranquillo anche a bordo campo, e allora Eleni si ispira al té freddo di cui è celebre testimonial.

La sera dopo i cancelli di villa San Martino ad Arcore si aprono per far entrare il futuro allenatore del Milan: Arrigo Sacchi.

Ma nel 1986, a Milano, c’è posto per tutti. Anche per un altro tipo di comicità, più sofisticata di quella delle vacanze di Natale, che si raduna intorno alla Compagnia del Teatro dell’Elfo, che quell’anno mette in scena “Comedians”: Claudio Bisio, Silvio Orlando, Paolo Rossi, che diventerà due anni dopo il primo film di Gabriele Salvatores, “Kamikazen”, ovviamente ambientato a Milano.

C’è quella sensazione forse un po’ fasulla, ma esaltante, che a Milano si può fare tutto. Clizia Gurrado è una ragazza di 15 anni che fa il classico al liceo Berchet, è una paninara e passa i pomeriggi a studiare greco ascoltando “Save a Prayer” dei Duran Duran. Un giorno ha bussato alla portineria della casa editrice Piccoli e gli ha consegnato un manoscritto di un centinaio di pagine. Titolo: “Sposerò Simon Le Bon”, cioè, per chi non lo sapesse, il cantante dei Duran Duran. In Italia ha un successo tipo Twilight, vent’anni prima di Twilight: ha venduto 500mila copie e nell’86 ci hanno fatto anche un film, facendo conoscere in tutta Italia luoghi di culto dell’adolescente milanese medio, come il Burghy di Piazza San Babila o le Messaggerie Musicali vicino Piazza Duomo dove si vanno a comprare i dischi e li puoi anche ascoltare in anticipo.

Avete visto quanti film? Ci sono un sacco di cinema a Milano, molti più di adesso. Quasi tutti mono-sala, uno ogni duecento metri per le vie del centro. Il Corriere riserva un’intera paginata ai film: Adria, Ambasciatori, Apollo, Arcobaleno, Ariston, Arlecchino, Astor… e c’è tanta America anche lì, in quell’autunno 1986. Velluto Blu, di David Lynch. Aliens, di James Cameron, Cobra, con Sylvester Stallone. Molti film sembrano il titolo ideale per una grande impresa sportiva: Mission al Mignon, Galleria del Corso; Highlander, al Manzoni; Top Gun al Metropol in viale Piave, 7mila lire.

L’impresa è quella che tocca fare all’Olimpia, che vive la settimana più difficile, forse, della sua storia sportiva all’inizio di novembre 1986. Anzi, alla Tracer, come si chiama da qualche mese, con il nuovo sponsor che ha sostituito Simac. E ora vi faccio la domanda che ingenuamente mi sono fatto io che nel 1986 avevo un anno di vita. Ma Tracer, che vuol dire? Non mi veniva in mente un marchio, uno sponsor di nome Tracer… allora ho scoperto che Tracer era un prodotto della Philips, un rasoio, anzi, “il rasoio dei giovani campioni”. E in effetti era la stessa cosa con Billy, sponsor dal 78 all’83, che oltre ad aver dato origine al soprannome di Costacurta, era il succo di frutta prodotto dalla Levissima.

A Salonicco, la sera del 30 ottobre, la Tracer Milano ha vissuto in anticipo la sua notte di Halloween. Ha superato il primo turno eliminatorio contro gli scozzesi del Murray Edimburgo e al secondo ha pescato l’Aris. Pronostico a senso unico, ma la verità è che nel 1986 non è facile saperne sulle squadre straniere. Secondo Franco Casalini è “una squadra da media classifica di A-1, che sfrutta molto bene il fattore campo”. Lo scouting, a quei tempi, non era quello di ora. Nel 1986 se avessi voluto conoscere gli avversari avresti dovuto andarli a vedere di persona. Peterson non conosce il loro allenatore, Ioannis Ioannidis. Per lui Giannakis è un illustre sconosciuto. E poi c’è questo… come si chiama, questo Galis. Nikos Galis (o Nick Galis, o Nikolas Georgalis), 1 metro e 83, nato nel New Jersey, ha giocato nella Seton Hall University, poi si è affacciato all’NBA nel 1979, scelto al Draft dai Boston Celtics al 4° giro, ma si è fatto male subito e i Celtics non l’hanno più ingaggiato, e a quel punto è tornato in Grecia, ed è l’mvp del campionato da 6 anni di fila. Ai Mondiali di Spagna 1986 si è laureato top scorer del torneo, con 33.7 punti di media a partita.

La stagione di Milano è partita lentamente. Come al solito sono stati gli ultimi a iniziare la preparazione, e il primo mese di stagione è stato all’insegna di un grande equivoco: ‘sti americani non difendono. Premier l’ha detto chiaro e tondo: l’allenatore consente a McAdoo di astenersi dalla fase difensiva. E poi c’è un’età media preoccupante, un Meneghin palesemente alla frutta, una certa mollezza generale: il gruppo è compatto, ma è come se fosse venuta a mancare la fame, la cattiveria, il veleno Olimpia. C’è un po’ di pancia piena. A Salonicco, alla vigilia della partita, durante l’allenamento, duemila tifosi greci irrompono sulle tribune dell’Alexandreio per intimorire i giocatori. Fanno un casino pazzesco: Peterson decide di sospendere, si torna in albergo. Allora gli ultras greci si radunano sotto alle finestre delle stanze dei giocatori intonando cori e scoppiando petardi per tutta la notte, nonostante l’arrivo della polizia. Tra i milanesi inizia a serpeggiare il timore di essere finiti in una trappola e durante la ruota di riscaldamento arriva la conferma: piovono di dracme, sputi e accendini. Due anni prima, 21 febbraio 1985, in coppa Korac, a Varese l’arbitro ha minacciato due volte la sospensione per lancio di monetine in campo e la polizia ha scortato il pullman della squadra fino in hotel. A Varese quella volta è andata bene: ha perso solo di 3, anche perché non c’era Galis. Stavolta sì: ne mette 44. Davanti a un muro di 6.000 tifosi inferociti, l’Olimpia è paralizzata dalla paura. Primo tempo shock, chiuso sotto di 26. 8mila spettatori indemoniati. Zero punti di Meneghin. 29% al tiro, 7/30 nel primo tempo. Finisce con un meno 31. È la sconfitta più pesante mai rimediata da una squadra italiana in Coppa dei Campioni dal 1969.

D’Antoni ha una contrattura, Meneghin un piccolo stiramento all’adduttore, McAdoo un alluce dolorante.

Peterson al Giornale: “Ho visto i miei uomini addormentati dall’inizio alla fine”

Cappellari: “Sono realista, questa volta l’abbiamo fatta grossa”
D’Antoni: “E’ evidente che qualcosa non va e che i due nuovi americani non si sono inseriti”

McAdoo: “31 punti non pensavo di prenderli nemmeno dai Celtics, figuriamoci dall’Aris Salonicco”

Peterson: “E’ la prima volta che mi tocca di rimontare 31 punti in un doppio confronto. È difficile gestire una squadra dall’età media così alta, ma erano uomini vincenti nel 1985 e lo sono stati nel 1986. Spero lo siano anche nel 1987. Quante probabilità abbiamo di rimontare? 5%? 10%? Fate voi, ma le braghe non me le calo: dovranno strapparmele”.

Sul Boeing 727 della Olympic Airways, Dan Peterson legge un libro sulla storia delle Crociate. “Magari ci trovo qualche spunto per la prossima settimana, contro l’infedele greco!”.

La società si appella al pubblico. Il proprietario Gianmario Gabetti in testa; il general manager Toni Cappellari a ruota. Quella era una squadra nella quale – critica a parte – tutti avevano una fiducia incrollabile. E infatti nella bomboniera di Lampugnano c’erano 9.000 spettatori il 6 novembre 1986. Tutto esaurito per una partita che sulla carta avrebbe dovuto essere priva di contenuti agonistici. Peterson aveva parlato alla stampa il giorno prima ricordando che la sua era una squadra da contropiede e che avrebbero dovuto alzare il ritmo ma prendendo i tiri giusti. “In realtà non dormivo da una settimana, non avevo parlato alla squadra, e la domenica precedente avevo lasciato che fosse Casalini a guidare la squadra”.

Domenica 2 novembre al Palatrussardi Milano batte Udine di 15 punti, ma il pensiero è già ai greci. Per la prima volta McAdoo dà segni di vita, e si spinge oltre il 50% al tiro. Barlow segna 32 punti. Peterson fa un po’ di turnover, risparmia D’Antoni che gioca solo i primi 10 minuti, dà qualche minuto al giovane Riccardo Pittis. Peterson ha risparmiato anche sé stesso: la squadra l’ha guidata Casalini. Ha deciso di rimanere zitto una settimana. “Ma come mi ha detto McAdoo quel silenzio è stato interpretato come tranquillità e ha trasmesso fiducia”.

Con la nuova formula del girone finale a 6 squadre, almeno un’italiana c’è sempre stata. A volte anche due. Mentre una squadra greca mai. La critica insiste su questo tasto: sarebbe uno smacco pazzesco, soprattutto per una squadra costata così tanto, con due americani nuovi di pacca. Sarebbe stata con certezza la fine di un ciclo. Meneghin aveva quasi 37 anni; D’Antoni e McAdoo uno in meno. Peterson chiese alla squadra di vincere, semplicemente. “Volevo farlo per noi stessi, per la società, gli sponsor, i tifosi”, dice. Sarebbe stato un modo onorevole di uscire dalla competizione. Ma c’era questa voglia, latente, di rimediare a tutto, anche alla tragedia di Salonicco. “Se volete ribaltare lo scarto – disse Peterson ai suoi – non pensate di poterlo fare in fretta. Dobbiamo recuperare un punto al minuto”. Questo era lo slogan della serata. Un punto al minuto.

McAdoo notò subito che Meneghin non scherzava. Silenzio assoluto. Meneghin scherzava sempre in spogliatoio. Non quella sera.

I greci arrivano a Milano già il martedì sera, si allenano in una palestra della città, il mercoledì provano il Palatrussardi. In città sta montando la febbre.

5mila lire tribuna

15mila lire tribuna numerata

20mila lire parterre

Biglietti disponibili in Bar Lido (Piazzale Stuparich), Bar Mario (via Canonica), Baskety Club (via Piave) e Bar Piceno (viale Piceno)

I tifosi delle Panthers Power hanno realizzato un volantino in cui promettono un caloroso appoggio per giovedì, chiedendo una mobilitazione generale degli appassionati milanesi.

Il pranzo di Peterson il giorno prima: risotto alla parmigiana, agnello con patate, la sua abituale pera con una spruzzata di parmigiano. Nel pomeriggio va a Italia 1 a commentare l’NBA. La commenta direttamente in tuta, perché alle 17 vola all’allenamento della Tracer. “Sono solo uno che deve rimontare 31 punti, non voglio ubriacarmi di un clima da dramma che rischierei di trasmettere a tutta la squadra”. Si dubita sulla tenuta difensiva di una squadra che schiera McAdoo e Barlow. “Pressione e aggressività difensiva saranno alla base di tutto. Per 40 minuti. Lo scopo è recuperare palloni utili per il contropiede e per i tiri agevoli. Cercheremo le conclusioni vicine a canestro che in caso di errore possono fruttare falli o rimbalzi d’attacco”.

Tv: secondo tempo in differita a mezzanotte sulla RAI (inizierà solo a mezzanotte e un quarto), integrale in leggera differita su Telenova (telecronaca Tullio Lauro, interviste Pietro Colnago).

Giovedì 6 novembre, ore 20:30

I greci arrivati al Palatrussardi rifiutano di dissetarsi dalle bottiglie di acqua minerale messe a disposizione dalla Tracer. Alzano la testa e sentono un brivido tagliargli la schiena a metà. 9mila spettatori, tra cui 300-400 greci pescati tra gli studenti universitari tra Milano e Pavia. Due striscioni all’inizio del match. “Pallacanestro Olimpia Milano: un nome, un mito, una fede”. Un altro dice: “Non passerà lo straniero”.

Il resto è storia.

La sera dopo, al Palatrussardi, c’è la prima delle due date consecutive degli Eurythmics. Gli Sweet Dreams, però, erano già iniziati il giovedì notte.

I cavalieri che fecero l’impresa

Da Sant’Angelo Lodigiano, Vittorio Gallinari, 28 anni, da Sant 1 punto, “papà d’arte”, mastino chiamato a francobollare la terza stella dell’Aris Salonicco, lo slavo Slobodan Subotic, altro tiratore micidiale che ne metterà solo 7.

Da Cantù, Fausto Bargna, 26 anni, 8 punti, un suo gancio destro laterale che varrà il +27, 69-42, sarà identificato da Peterson come il punto cruciale della partita

Da Milano, Franco Boselli, 28 anni, 9 punti, grandi bordate

Da Indianapolis, Ken Barlow, 22 anni 12 punti. L’altro americano, era arrivato nelle stesse ore di McAdoo, non dall’NBA bensì da Notre Dame, nel senso dell’Università dell’Indiana da dove l’hanno pescato Dan Peterson e Cappellari. Dopo la partita, quando in spogliatoio entra Cesare Rubini a congratularsi con tutta la squadra, chiede a Peterson: who’s this guy? E il coach: “È uno che ha vinto 15 scudetti, è il Red Auerbach italiano”.

Da Mullens, West Virginia, Mike D’Antoni, 35 anni, 9 punti. Travolto da Galis all’andata, “Ma è colpa mia, quando non conosco l’avversario la prima volta lo soffro sempre, ma la seconda è diversa”

Da Alano di Piave, Dino Meneghin, 36 anni, 12 punti, dato abbondantemente per finito. È lui a realizzare concretamente il canestro del sorpasso, quello del 76 a 44, +32. “Un’altra rimonta così e mi devono portare in rianimazione”.

Da Spresiano, Roberto Premier, 28 anni, 20 punti, la trance agonistica fatta giocatore di basket, uno che sembra solo andare e andare, senza mai tenere conto del risultato. A lui, dopo aver subito fallo da Lipiridis, toccheranno gli ultimi due punti, i liberi del +33 e del +34.

Da Greensboro, Bob McAdoo, 35 anni, 12 punti. Non farà una grande partita al tiro, solo 4 su 14, ma sarà fondamentale su tutto il resto. “ “È stata l’unica volta in cui non ho mai pensato a segnare, ma solo a tentare di prendere ogni rimbalzo, stoppare ogni tiro. Un’emozione e una pressione così, nemmeno nei playoff NBA”.

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

URL Copied to clipboard! icon-share