Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di attività. Il 28 febbraio 1951 nasceva a Torino, Gianmario Gabetti: è stato prima con la sua famiglia poi da solo il proprietario – e presidente – dell’Olimpia degli anni ’80, quella di Mike D’Antoni, Dino Meneghin, Dan Peterson. Ecco la sua storia
La data ufficiale è 6 giugno 1980. Quello è il giorno in cui la famiglia Gabetti assunse la proprietà dell’Olimpia Milano chiudendo l’epopea di Adolfo Bogoncelli che se ne andò perché non poteva più sostenere il club, ma lo lasciò praticamente gratis ai suoi successori conservando solo il cartellino di Mike Sylvester che contestualmente venne ceduto a Pesaro, si dice per 300 milioni di lire.
La famiglia Gabetti aveva sponsorizzato la Pallacanestro Cantù nelle stagioni precedenti, ma dopo la stagione 1979/80 – “l’obiettivo era dare maggiore visibilità al nostro gruppo”, ricorda Gianmario Gabetti che allora non era neppure trentenne – la sua presenza nel mondo del basket si era chiusa. Era stata una parentesi apprezzata, divertente, ma era finita. “La colpa di quello che sarebbe successo dopo è di Coach Dan Peterson: fu lui a venire in Corso Venezia, nei nostri uffici, a proporci di rilevare il club perché Bogoncelli stava per passare la mano. Fu una proposta totalmente inaspettata. Ma credo che neppure lui, nemmeno il Coach, si aspettasse una risposta immediata e positiva. Invece, fu così. E sarebbe cambiato tutto. Eravamo stati sponsor, ma gestire un club da proprietari è un’altra cosa. Ci ha cambiato la vita, la mia in particolare”, ricorda Gianmario.
Giovanni Gabetti diventò quindi il terzo proprietario della storia del club dopo Borletti e Bogoncelli. Al suo fianco aveva i figli Elio e Gianmario che poi a 31 anni, nel 1982, avrebbe assunto la carica di presidente e sarebbe rimasto al vertice del club fino al 1994 quando passò la mano a Bepi Stefanel.
Gabetti chiese solo una garanzia per acquistare l’Olimpia ovvero che Dan Peterson rimanesse in carica: “Lui e Toni Cappellari come general manager – racconta Gianmario – Lavorare con il Coach è stato facilissimo perché lui aveva idee ben precise ma poi era un’aziendalista capace di adattarsi alle esigenze della società. Ogni tanto si presentava con idee nuove e all’apparenza irrealizzabili, ma poi qualche volta riuscimmo ad accontentarlo. Ad esempio, su tante stelle americane che inizialmente ci sembrava impossibile prendere e invece non fu così”.
“L’unica condizione per acquistare il club fu la permanenza di Dan Peterson. Per noi era fondamentale che ci fosse lui. Insieme a Toni Cappellari”
“Quando rilevammo il club eravamo molto in ritardo nella costruzione della squadra – ricorda Gabetti -. La nostra prima stagione fu positiva perché arrivammo in semifinale e venimmo eliminati proprio da Cantù che vinse lo scudetto. Poi andammo sul mercato e prendemmo Dino Meneghin e Roberto Premier, due pezzi fondamentali del nostro percorso. Meneghin aveva già un’età avanzata: non tutti erano convinti fosse una buona idea. Poi si fece subito male e si disse che avessimo preso un giocatore consumato, venimmo criticati dalla stampa. Per fortuna, avevamo ragione noi. Premier era un giovane: serviva per rendere più futuribile e fresca la squadra. Meneghin ci dava esperienza, Premier gioventù”, ricorda Gabetti. Dopo pochi mesi, arrivò il primo scudetto.

La forza della società in quegli anni fu la capacità di resistere alle delusioni: dopo lo scudetto del 1982, l’Olimpia perse tra Italia ed Europa quattro finali consecutive, tutte dolorose, ma non ha mai messo in discussione l’allenatore e non ha mai modificato l’asse portante della squadra. “Ci sono state delusioni ma non abbiamo mai perso di vista la realtà: perdevamo in finale, ma in finale puoi perdere solo se ci arrivi. Per me erano risultati importanti. Non si può sempre vincere. Fu doloroso, ma eravamo sulla strada giusta. La ferita della sconfitta con Cantù a Grenoble è ancora aperta. Perdemmo una finale con Roma, ma fu lo stesso una finale straordinaria, per pubblico, interesse dei media, l’apice mai più raggiunto dal basket italiano. Sì, furono sconfitte dolorose ma sportivamente le digerimmo”.
Ma quelle stagioni sono diventate storiche anche per tanti episodi curiosi che hanno costellato il ciclo dell’Olimpia firmato Gabetti. Ad esempio, la fuga di Earl Cureton all’inizio della stagione 1983/84: “Non fu un bel risveglio. Mi chiamò il Coach di primo mattino: aveva visto un taxi e Cureton ci stava salendo sopra con tutte le valigie”, ricorda. Poi arrivarono Antoine Carr, Joe Barry Carroll e infine Bob McAdoo. Era l’epoca dei grandi americani. “Carroll fu un’opportunità cercata dal suo agente: voleva mandare un segnale alla NBA portando un giocatore di quel livello a Milano piuttosto che obbligarlo ad accettare un contratto ritenuto ingiusto. Ci furono tante consultazioni interne per capire se potessimo permetterci quell’investimento su un giocatore fuori portata, sovradimensionato per l’Europa come avrebbe dimostrato in seguito. Quando prendemmo McAdoo sapevamo che era stato una stella ma in America lo definivano una stella cadente. Qui fu un trionfatore, in campo e fuori. Ci parlavano di un personaggio umanamente complesso, che avrebbe potuto sentirsi sminuito nel giocare qui da noi. Invece era un uomo straordinario, uno che voleva vincere sempre: si inserì perfettamente nel nostro DNA”.

Carroll arrivò verso la fine del 1984. Nel gennaio del 1985 il Palazzone di San Siro, adiacente allo stadio, venne colpito da una nevicata epica. Il tetto, a forma concava, cedette sotto il peso della neve. L’Olimpia si trovò dalla sera alla mattina senza la sua casa. “Abbiamo giocato e vinto in quattro impianti diversi: a San Siro, poi alla Tenda di Lampugnano, al Palalido e infine andammo al Forum”, ricorda Gabetti. Per la società fu una mazzata terribile: perse pubblico, incassi e si ritrovò a gestire un’emergenza terribile. Ma il ciclo era già cominciato. La costante era Mike D’Antoni. “È stato la pedina fondamentale dei miei 14-15 anni all’Olimpia, non solo da giocatore ma anche da allenatore. Sul campo, ci ha dato lui le vittorie più importanti, ma storicamente dobbiamo riconoscere al club e a Toni Cappellari in particolare meriti indiscutibili nella sua italianizzazione. Schierarlo da italiano ha elevato la nostra qualità tecnica, ha cambiato la nostra storia”, riconosce Gabetti. Successe dalla stagione 1984/85 quando l’Olimpia utilizzava di conseguenza tre americani: D’Antoni, Russ Schoene e appunto Joe Barry Carroll.
“Mike D’Antoni è stato la pedina fondamentale dei miei 14-15 anni all’Olimpia, non solo da giocatore ma anche da allenatore. Schierarlo da italiano ha cambiato la nostra storia”
L’Olimpia vinse la Coppa Korac del 1985 – primo successo europeo della gestione Gabetti – poi due scudetti di fila prima di vendicare Grenoble e conquistare 21 anni dopo il titolo europeo, a Losanna. “Resta la mia gioia più grande. Vincemmo un trofeo ambitissimo, cancellammo la delusione di Grenoble, quella partita stranissima con un tiro finale sul quale secondo noi c’era stato un fallo, ma ancora più che quello portammo il basket sulla prima pagina della Gazzetta e sulla bocca di tutti. A Losanna con noi c’erano 4.000 tifosi, un esodo indimenticabile. Provai una sensazione stranissima: ero felice e malinconico perché, dopo aver raggiunto quel traguardo inseguito per anni, mi chiesi cosa avremmo potuto fare dopo. Sapevo anche che le aspettative sarebbero cresciute ulteriormente pur avendo raggiunto il massimo”.
Quell’anno l’Olimpia vinse tutto, chiuse la stagione con lo scudetto e poi… “arrivò il trauma, per me anche personale, del ritiro di Peterson. Era stanco, stressato, ma aveva anche altre opportunità. Fu un colpo duro, ma assorbito dalla presenza di Franco Casalini. Era uno di noi. La scelta era scontata, non considerammo neppure le alternative”. E l’Olimpia continuò a vincere: la Coppa Intercontinentale e un’altra Coppa dei Campioni. “Casalini era pronto e avevamo in campo un altro allenatore, che era Mike D’Antoni”, ricorda Gabetti.
“Il ritiro di Peterson fu un trauma personale. La promozione di Franco Casalini però era un fatto scontato. Era uno di noi. Non considerammo nessun altro”
Nel 1987 addirittura l’Olimpia diventò la prima squadra di club europea a giocare in America, contro una squadra NBA, i Milwaukee Bucks, in un torneo ufficiale. “Venimmo chiamati a rappresentare l’Europa: era un riconoscimento. La NBA era un altro pianeta, non potevamo pensare di avvicinarci, ma noi in particolare avevamo raggiunto un certo status. La sera prima di giocare partecipai ad una cena: c’era il commissioner David Stern e c’erano tutti i proprietari dei club NBA. La mia era una presenza surreale”.

Nel 1990 ci fu un altro evento sorprendente: Gabetti scelse Mike D’Antoni come capo allenatore. “Intanto, veniva da una famiglia di allenatori. Poi era stato l’allenatore in campo della squadra per tanti anni. Non aveva esperienza ma era pronto. Era arrivato ad un punto, lui e noi, in cui andavano fatte delle scelte. Avevamo preso Antonello Riva, il miglior giocatore italiano, per ringiovanire la squadra. Ma serviva un cambiamento. Una mattina convocai in sede Mike e gli dissi che avremmo rifatto la squadra e avevamo pensato a lui per guidarla. Non in campo. In panchina. Fu un trauma perché non se l’aspettava e poi gli stavamo dicendo che la sua carriera in campo era finita. Ma accettò. Oggi sono orgoglioso di quella scelta, ripensando a cosa ha fatto Mike da allenatore, sia qui che ancora di più nella NBA”.

Dopo cinque scudetti, nove finali, due Coppe dei Campioni, due Coppe Korac e due Coppe Italia, nell’estate del 1994, Gianmario Gabetti passò la mano a Bepi Stefanel. “Non ero più in grado di mantenere l’Olimpia a certi livelli. Ci furono tante pressioni attorno alla società, ma riuscii a gestire il trasferimento del club ad una persona che conoscevo. Stefanel era a Trieste ma non era triestino. Non poteva tornare nella sua città perché a Treviso c’era un avversario potente, Benetton. Gli proposi di venire a Milano, di portare le sue forze a Milano. Lo fece. E così in un certo senso fu un cerchio che andava a chiudersi: Stefanel fece quello che a suo tempo aveva fatto anche Bogoncelli”.
“Nel 1987, a Milwaukee mi ritrovai ad un meeting attorniato dai proprietari delle squadre NBA. Poi c’ero io. Fu una scena surreale”
“L’Olimpia è stata un momento fondamentale della mia vita – chiude Gabetti -, ce l’ho nel corpo, nell’anima. Sono stati 14 o 15 anni – rimasi anche un anno dopo l’arrivo di Stefanel – straordinari, in termini di emozioni che sono tutte lì e ogni tanto ritornano. Anche se io penso che lo sport sia fatto di presente e futuro, non di passato, per cui la mia felicità oggi è vedere che la mia Olimpia è ancora molto competitiva. Questa è la mia felicità”.
