Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di attività. Il 6 febbraio 1937 a Trieste nasceva Gianfranco Pieri, playmaker dell’Olimpia dal 1955 fino a tutta l’epopea del Simmenthal degli anni ’60. Ecco la sua incredibile storia

Quel giorno provarono a marcarlo in tanti. Provarono tutti. Alla fine della partita, Cesare Rubini decise che era giunto il momento di chiudere il capitolo attivo della sua carriera nel basket. Era giocatore e allenatore del Borletti. Decise di limitarsi ad allenare. Gianfranco Pieri segnò 34 punti per la Ginnastica Triestina contro l’Olimpia a soli 17 anni di età nella stagione 1954/55. Era alto 1.90, elegante, atletico, trattava bene la palla. Era già stato due volte campione d’Italia juniores con Trieste ma non era nato giocatore. Il suo primo sport era stato come per tanti triestini la pallanuoto (giocava in porta). E anche quando aveva capito che il suo sport era il basket era afflitto da una sorta di timidezza che lo convinse a rinviare il più possibile il debutto in prima squadra. Che era pronto apparve eufemistico. Segnò 34 punti contro Pesaro praticamente all’esordio, ne segnò 35 contro la Stella Azzurra Roma e altri 34 alla squadra più forte d’Italia, il Borletti appunto. L’anno successivo con tutta la famiglia si trasferì a Milano per giocare nell’Olimpia. Rubini non lo voleva come avversario. Pensava a lui per ricostruire parzialmente la squadra, farne uno dei perni del nuovo corso dopo la partenza del grande Sergio Stefanini.

C’era solo un problema. Il ruolo.

“Quel giorno provarono a marcarlo in tanti. Provarono tutti. Alla fine della partita, Cesare Rubini decise che era giunto il momento di chiudere il capitolo attivo della sua carriera nel basket. Pieri gli segnò 34 punti!”

Pieri era stato impostato come pivot ma Rubini intuì che sarebbe stato più efficace come playmaker. Per completare il cambio di ruolo impiegò un anno. “E ci furono dubbi perché non andai bene. Non dico che pensarono di restituirmi a Trieste ma qualche tentazione la ebbero”, ricorda Pieri. Se dubbi furono davvero, durarono appunto un anno. Già al secondo anno milanese, Pieri guidò la squadra allo scudetto numero 10, il primo di nove conquistati nell’arco di 11 stagioni. 

Gianfranco Pieri, il Professore dell’Olimpia

Giocava con gli occhiali: per quest’aria da intellettuale oltre che per il gioco illuminato venne ribattezzato Il Professore. Ma la sua unicità era nella taglia fisica e nel modo totale di interpretare il ruolo. Fino a Pieri, il playmaker doveva portare palla e passarla. Poteva difendere duro come faceva Ricky Pagani ma raramente un playmaker aveva il diritto di decidere quando coinvolgere i compagni e quando mettersi in proprio. Pieri fu il primo. Il Simmenthal in questo era una squadra diversa: spesso poteva ricevere palla e poi lasciarla avanzare dalla guardia, Riminucci, o da un’ala piccola. E inoltre grazie a statura, forza fisica da non sottovalutare, nonostante fosse asciutto, e passato, era in grado spesso di difendere su un lungo permettendo a Rubini di usare due o tre piccoli contemporaneamente. Indicò una strada e su quella venne seguito da un altro triestino, Giulio Iellini che forse fu la prima combo-guard del basket italiano. 

Pieri debuttò in Nazionale già nel 1955 prima di arrivare a Milano e fu una delle colonne della squadra che arrivò quarta a sorpresa alle Olimpiadi di Roma. L’Italia era nel girone eliminatorio degli Stati Uniti quindi per andare avanti e non essere relegata alle posizioni di retrovia sapeva di dover battere Ungheria e Polonia. Pieri segnò 15 punti e fu il migliore in campo nel successo sui magiari. Nel girone successivo l’Italia sfiorò il primo posto: perse con il fortissimo Brasile dopo un tempo supplementare, risultato che la obbligò alla semifinale con gli USA di Jerry West, Oscar Robertson, Jerry Lucas e Walt Bellamy, una specie di Dream Team dell’epoca. Pieri guidò la squadra anche nel 1964 a Tokyo quando gli azzurri arrivarono quinti. Persero inopinatamente con Portorico e Giappone nella prima fase condannandoli alle semifinali per il quinto posto in cui batterono Jugoslavia e Polonia. Quella fu l’ultima Olimpiade di Pieri: erano altri tempi, aveva impegni lavorativi e l’estate doveva recuperare i giorni persi d’inverno giocando nel Simmenthal.

“Non fu mai un grande realizzatore ma solo perché a Milano non serviva. Il suo lavoro era innescare Romanutti e Riinucci. Vittori e Vianello. E gli stranieri. Pieri fu il playmaker della prima squadra italiana che vinse il titolo europeo”

Non fu mai un grande realizzatore ma solo perché a Milano giocò sempre ad altri grandi campioni. I primi furono Romeo Romanutti e Sandro Riminucci, che lo raggiunse a Milano da Pesaro un anno dopo. Poi arrivarono Paolo Vittori e Gabriele Vianello. E naturalmente quando erano consentiti anche gli americani, come Ron Clark, George Bon Salle fino a Skip Thoren e naturalmente Bill Bradley.

Pieri era il playmaker del Simmenthal che vinse la Coppa dei Campioni nel 1966 a Bologna battendo in finale lo Slavia Praga, un successo sofferto per tutto l’anno, ottenuto ribaltando la differenza canestri nel girone finale con il Real Madrid, una rimonta al Palalido in cui Pieri dovette soverchiare problemi di falli, e finendo dietro lo Slavia condannandosi a giocare la semifinale più complicata, contro il favorito CSKA Mosca. Alla fine, il 1° aprile 1966 il Simmenthal diventò la prima squadra italiana a vincere la Coppa dei Campioni dopo la semifinale del 1964 e prima di una nuova finale persa nel 1967 a Madrid in trasferta. Pieri fu il playmaker di tutte queste imprese. Un giocatore indimenticabile.

Gianfranco Pieri

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