Ecco chi sono tutti i personaggi che hanno sfilato durante l’intervallo della celebrazione dei 90 anni dell’Olimpia Milano, in ordine di apparizione. Venti di loro fanno parte della Hall of Fame societaria
FRANCO CASALINI (rappresentato dal fratello Paolo) – Una vita dedicata alla professione e in particolare all’Olimpia. Nota per essere una vera fabbrica di allenatori, un centro di idee e innovazione (dopo Sandro Gamba, dall’Olimpia sono passati personaggi come Riccardo Sales e Dido Guerrieri), l’Olimpia lanciò Casalini (nato il 1° gennaio 1952 a Milano) all’indomani delle partenze di Cesare Rubini e Sandro Gamba. Il giovane Franco era uno dei due assistenti di Pippo Faina e poi di Dan Peterson del quale diventò gradualmente una specie di replicante. Peterson valorizzò Casalini, coinvolgendolo direttamente nella gestione della squadra e allevandolo come sostituto. Quando nel 1987, a 51 anni, Peterson si ritirò davvero, Casalini completò la sua grande scalata diventando capo allenatore dell’Olimpia. Al primo colpo vinse Coppa Intercontinentale e Coppa dei Campioni, al secondo tentativo vinse anche lo scudetto. In seguito, ha allenato a Roma, Forlì, in Svizzera e ancora l’Olimpia nella parte finale della stagione 1997/98 (finale di Coppa Europa persa con lo Zalgiris). Casalini è morto il 28 luglio del 2022 a Milano.
FILIPPO FAINA – Nato a Roma il 19 ottobre del 1944, a soli 30 anni è diventato capo allenatore dell’Olimpia ereditando la squadra da Cesare Rubini, un compito impossibile per chiunque. Faina, tuttavia, nel suo primo anno da capo allenatore ha portato una squadra in fase di rinnovamento al terzo posto. La stagione seguente è stata quella della retrocessione in A2 ma al tempo stesso, potendo utilizzare Mike Sylvester da straniero di Coppa, l’Olimpia vinse la Coppa delle Coppe per la terza volta nella sua storia. E la stagione successiva sempre Faina vinse il campionato di A2 (18-4, il suo record) e portò di nuovo la squadra alla semifinale di Coppa delle Coppe. Nel suo ultimo anno in panchina, l’Olimpia da neopromossa fu sesta e arrivò alla semifinale di Coppa Korac. Sempre Faina ha il merito di aver battezzato l’esordio in Serie A di Mike D’Antoni. È poi stato all’Olimpia da assistente con Mike D’Antoni e poi di nuovo capo allenatore.
CLAUDIO TRACHELIO – È stato per circa un ventennio il preparatore atletico dell’Olimpia dopo una carriera di livello internazionale nell’atletica leggera, in numerose specialità ma soprattutto come velocista. Trachelio è stato fidato collaboratore di Dan Peterson in tutte le vittorie della squadra e poi ha lavorato con Casalini, con D’Antoni finendo la sua carriera con Bogdan Tanjevic e vincendo anche lo scudetto del 1996. In tutto ha conquistato sei titoli italiani, due Coppe dei Campioni, altre tre coppe internazionali e due Coppe Italia.
BOGDAN TANJEVIC – Nato il 13 febbraio del 1947 in Bosnia, è stato uno dei più grandi allenatori europei di tutti i tempi. Provocatore nelle idee, qualche volta sognatore, ha avuto una carriera incredibilmente longeva, riscuotendo successo con le nazionali (Jugoslavia, Italia d’oro nel 1999, Turchia) e le squadre di club a partire dal Bosna Sarajevo. A Milano è rimasto poco, alla fine del suo idillio con Bepi Stefanel: vinse scudetto e Coppa Italia nel 1996, giocando due finali di Coppa Korac consecutive. È sembrato sempre più attratto da qualcosa di più alto delle vittorie, tipo farlo con giocatori giovani, svezzando talenti, dimostrando la validità di idee apparentemente strane, cavalcando solo la sua mente, non le mode come quando a Caserta prese uno straniero brasiliano, Oscar Schmidt, poi una guardia uruguagia, Tato Lopez, o un centro bulgaro, Georgi Glouchkov. Almeno tre giocatori importanti dell’Olimpia sono stati letteralmente inventati da lui, Nando Gentile, Dejan Bodiroga e Gregor Fucka.
GIUSTINO DANESI – È stato il preparatore atletico con più trofei nella storia dell’Olimpia, ben 15 inclusi sei scudetti e le Final Four di Eurolega raggiunte nel 2021. Teramano, nato nel 1967, ex ostacolista, ha lavorato anche nel tennis e nella pallamano, nel basket prima nelle minori poi a Livorno e Montegranaro fino ad approdare a Siena e nel 2013 a Milano, voluto da Luca Banchi. È rimasto nello staff di Jasmin Repesa, Simone Pianigiani ed Ettore Messina fino al 2025. In tutto, 12 stagioni e appunto 15 trofei con il suo stile dissacrante, di preparatore che parlava al cervello oltre che ai muscoli.
JASMIN REPESA – Nato a Capljina in Croazia il 1º giugno 1961, Repesa è stato uno degli allenatori più precoci d’Europa, che ha vinto in Croazia, in Turchia e in Italia a Bologna prima di arrivare a Milano nell’estate del 2015. In due stagioni all’Olimpia, ha vinto uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa, quattro trofei consecutivi.
SIMONE PIANIGIANI – Protagonista da capo allenatore del grande ciclo di Siena (dove è nato il 31 maggio 1969), ha poi allenato al Fenerbahce in Turchia e all’Hapoel Gerusalemme in Israele vincendo il titolo nazionale. Nell’estate del 2017, è arrivato a Milano e in due anni ha conquistato uno scudetto, quello della stoppata risolutiva di Andrew Goudelock, e due Supercoppe consecutive a Forlì e Brescia.
ETTORE MESSINA – Uno dei più grandi allenatori nella storia del basket europeo, un punto di riferimento per i tecnici della propria generazione. Nato a Catania il 30 settembre 1959, è cresciuto a Venezia dove cominciò ad allenare a 16 anni. Si è poi trovato a bruciare le tappe a Mestre, Udine e Bologna dove era l’assistente di Alberto Bucci quando la Virtus conquistò lo scudetto del 1984 battendo l’Olimpia in finale. Nel 1989, venne nominato capo allenatore e da lì cominciò una carriera straordinaria che l’avrebbe portato anche a guidare la Nazionale all’argento europeo del 1997 a Barcellona. Ha vinto l’Eurolega quattro volte, due a Bologna e due al CSKA Mosca. Ha guidato anche la Benetton Treviso e il Real Madrid. Ha fatto due esperienze in NBA, la prima breve ai Los Angeles Lakers, la seconda di cinque anni al fianco di Gregg Popovich ai San Antonio Spurs. Nel 2019, è arrivato a Milano come allenatore e presidente delle Basketball Operations. Ha restituito al club una cultura europea oltre che vincente con tre scudetti, due Coppe Italia, tre Supercoppa ma soprattutto le Final Four di Eurolega raggiunte nel 2021. Resterà nella storia come il coach della terza stella.
TONI CAPPELLARI – È stato il general manager della squadra ai tempi di Dan Peterson, anzi fu lui a ingaggiare il Coach per conto di Bogoncelli. Cappellari è un milanese (nato nel 1948) di famiglia veneta, Treviso per l’esattezza, con un passato da giocatore nei club minori e poi una carriera migliore da allenatore, in cui ha guidato Vicenza nella femminile, le Forze Armate ed è stato assistente nella Nazionale donne. Aveva già fatto parte della galassia Olimpia come allenatore nelle giovanili ma vi approdò veramente nel 1975 come assistente di Faina. Un anno dopo, con l’uscita di scena definitiva di Rubini, diventò il general manager del club ad appena 28 anni di età occupando quella posizione per tutti gli anni ’80. In seguito, è tornato a lavorare all’Olimpia soprattutto in momenti di difficoltà del club.
GIANMARIO GABETTI – Il padre Giovanni era stato sponsor a Cantù ma un giorno incontrò Dan Peterson e gli scoccò la scintilla. Comprò l’Olimpia da Bogoncelli. Gianmario, il figlio, nato a Torino il 28 febbraio 1951, aveva idee innovative, moderne, sognava una lega europea e un pubblico costantemente da grandi occasioni. Scelse Lello Morbelli come presidente ma lui era il proprietario. Volle la squadra per sé quando Silvio Berlusconi la stava acquistando dal padre. E ne diventò il presidente. Fu lui ad avere l’intuizione di nominare Mike D’Antoni allenatore facendolo traslocare dal campo alla panchina in un giorno. Sotto la sua gestione, l’Olimpia ha vinto due titoli europei, quattro coppe internazionali, cinque scudetti, due Coppe Italia, ha giocato nove finali scudetto e anche la Final Four del 1992, oltre a portare in Italia giocatori leggendari come Antoine Carr, Joe Barry Carroll, Bob McAdoo. Con lui, l’Olimpia ha anche giocato il primo McDonald’s Open nel 1987 a Milwaukee.
DAN PETERSON – Dan Peterson ha conquistato l’Italia in campo e fuori non perché fosse un grande allenatore ma perché era un personaggio con la mente aperta, pragmatico ma abbastanza intelligente da capire che non doveva colonizzare ma far proprio il meglio della cultura italiana senza rinunciare al meglio di quella americana. La sua storia di allenatore – e stiamo parlando dello straniero che ha vinto di più – è solo una parte della sua storia umana. Si è imposto come personaggio televisivo, come giornalista, come motivatore. Ha scritto libri e vinto coppe, scudetti, guadagnato soldi, diventando immensamente popolare, trascendendo lo sport e il basket. Ha reso popolare la zona 1-3-1 e lo schema ad elle, la NBA e il tè preferito, il wrestling naturalmente. Se Cesare Rubini è stato l’allenatore per eccellenza, Peterson è stato il suo degno erede “anche se all’inizio sentivo disagio nel sedermi sulla panchina che era stata d Rubini”, dice. Nato il 9 gennaio 1936, a Evanston, con l’Olimpia ha vinto quattro titoli italiani, una Coppa dei Campioni, una Coppa Korac, due Coppe Italia. In suo onore, è stata ritirata la maglia numero 36.
SANDRO GAMBA – Sandro Gamba è stato una delle figure più significative del basket italiano a prescindere dal club. Come giocatore, ha dedicato tutta la sua carriera all’Olimpia vincendo 10 scudetti in 15 stagioni. È stato una delle scoperte di Mario Borella, uno dei padri del basket milanese, alla Canottieri e all’Olimpia. Come allenatore si è specializzato nel ruolo di assistente “tecnico” di Cesare Rubini. La seconda carriera di Gamba è stata quella spesa prima a Varese, ironicamente da nemico della sua Olimpia, poi in Nazionale due volte ma sempre accanto a Rubini. Gamba ha avuto alla fine due carriere parimenti ricche di successi, da giocatore duro più che di talento e successivamente da allenatore di grande qualità, un Hall of Famer in ambedue i ruoli anche se è stato come allenatore che la sua reputazione di vincente ha fatto davvero il giro del mondo decretandogli successo internazionale oltre che soddisfazioni. Nato il 3 giugno 1932 a Milano, con l’Olimpia ha giocato 247 partite di campionato.
DINO MENEGHIN – Dino Meneghin è stato probabilmente il più grande giocatore di sempre in Italia, sicuramente quello che ha vinto di più. Ha avuto una prima carriera da giocatore giovane, travolgente a Varese ed era un nemico dell’Olimpia. Anzi era “il nemico”. Poi ne ha avuta una seconda da veterano, adattabile a ogni esigenza, nell’Olimpia. Un vincente nato. Attaccante sottovalutato (tremendo il suo gancetto), difensore speciale, un duro, che portava blocchi monumentali e sarebbe andato nella NBA se fosse sbocciato 15 anni dopo o 20. Scanzonato, irriverente, sarcastico fuori del campo. Quando indossava la canotta diventava il Guerriero dei Guerrieri. Arrivò a Milano al tramonto dell’impero varesino. Si ruppe subito e lo definirono finito. Tornò e l’Olimpia inaugurò un ciclo che sarebbe durato un decennio con tre finali di Coppa dei Campioni di cui due vinte. Era uno scorer quando serviva, era un gregario quando arrivò Carroll, copriva i limiti di McAdoo. Nato ad Alano di Piave il 18 gennaio 1950, ha giocato 342 partite nell’Olimpia, pur essendovi arrivato a 31 anni di età, con 8.566 minuti in campo, 2.820 punti, il primo posto di sempre nei rimbalzi, 2.066, e nei rimbalzi difensivi. Il suo numero 11 è stato ritirato.
ARTHUR KENNEY – Arthur Kenney, newyorkese puro (5 maggio 1946), fu una leggenda a livello scolastico alla Power Memorial Academy dove vinse 71 gare consecutive giocando anche con Kareem Abdul-Jabbar. Poi ebbe una notevole carriera a Fairfield, non lontano da casa, e infine in Europa. Prima a Le Mans poi a Milano (ha giocato anche a Napoli) dove ha vinto lo scudetto e due Coppe delle Coppe (nel 1972 contro la Stella Rossa segnò 23 punti in finale). Ma non sono le vittorie ad aver spedito sul soffitto la sua maglia numero 18. È stato lo spirito da guerriero indomito che ha incarnato alla perfezione quello che la gente di Milano voleva dai propri giocatori. Kenney poteva spezzarsi ma non si sarebbe mai piegato. Non avrebbe mai fatto un passo indietro. Ricordarlo per il gioco fisico, il coraggio significa tuttavia sottovalutarne ingiustamente le qualità di rimbalzista, difensore e anche di attaccante perché in una squadra di realizzatori trovava comunque modo di produrre oltre 14 punti a partita. E fu nominato una volta miglior americano dell’anno. Ha segnato 1.055 punti in campionato con l’Olimpia.
PAOLO VITTORI – Straordinaria ala goriziana (nato il 31 maggio 1938), un giocatore di grande forza fisica e con punti nelle mani. Arrivò al Simmenthal reduce da una stagione bolognese al Motomorini e vi rimase sei anni vincendo tre scudetti. Nel frattempo, diventò una star della Nazionale italiana, quasi 12 punti di media, tantissimi per quell’epoca, in 78 gare ufficiali. Giocò tre Olimpiadi, le prime a Roma quando aveva appena 22 anni. Nell’estate del 1965 a sorpresa decise di lasciare il Simmenthal e passare all’Ignis Varese dove (oltre che giocare per due anni all’Ignis Sud di Napoli) avrebbe vinto altri tre scudetti e due Coppe dei Campioni così recuperando quella che “perse” lasciando Milano alla vigilia del trionfo del 1966. Vittori vinse nel 1961 (23.1 di media) e nel 1965 (25.5) la classifica marcatori. In tutto ha giocato all’Olimpia in campionato 139 partite con 2668 punti, 19.2 di media, quarto di sempre. Ha un primato di 43 punti segnati in una gara di Coppa dei Campioni.
MASSIMO MASINI – Il toscano di Montecatini, detto Ciglione per motivi intuibili, è stato il grande centro dell’Olimpia dei primi anni ’70. Era la risposta milanese a Dino Meneghin. In realtà, Masini venne fuori qualche anno prima, era uno dei giovani talenti che allungavano la squadra del 1966 campione d’Europa (era già in Nazionale in quel momento) e successivamente con Iellini soprattutto diventò una delle colonne del ciclo seguente. Masini non era un centro “alla Meneghin”, era un centro tecnico, con tanti punti nelle mani (nel 1966/67 segnò 19 punti a partita, nel 1967/68 22.6, secondo realizzatore del torneo: fu la sua stagione più produttiva ma ne ebbe molte altre) e anche qualche centimetro di vantaggio sul rivale. Ma fisicamente non erano paragonabili. Era un “finesse player” e come tale si esprimeva al massimo con un muscolare accanto, con Arthur Kenney ovviamente. Masini ha vinto abbastanza a Milano, quando se n’è andato ha giocato in squadre di caratura inferiore e poi ha avuto una discreta carriera da allenatore. È il terzo realizzatore di sempre del club (4002 punti, 15.3 di media – nono assoluto – su 261 presenze in Serie A), il che testimonia le sue qualità e la sua longevità. Ha un primato di 40 punti in una gara di Coppa dei Campioni, ha vinto il titolo europeo del 1966, due Coppe delle Coppe, quattro scudetti. In Nazionale, ha vinto il bronzo agli Europei del 1971, ha partecipato a tre Olimpiadi, la prima nel 1964 a 19 anni (nacque il 9 maggio del 1945 a Montecatini Terme).
GIULIO IELLINI – Portava i capelli lunghi e la barba incolta, da “ribelle” anni ’60, ma il suo gioco ha fatto innamorare tutta la tifoseria milanese. Veniva da Trieste (18 ottobre del 1947, la data di nascita), era il pupillo di Bill Bradley, vinse la Coppa dei Campioni del 1966 da riserva e poi non si fermò più. Non era un vero playmaker, ma una guardia creativa che si esprimeva al massimo con la palla in mano. Aveva fantasia, talento, era irriverente in campo e fuori. Formava una coppia strepitosa con Pino Brumatti ed era l’anti-Ossola nei duelli infiniti con Varese. Giocatori molto diversi come caratteristiche: Ossola poteva giocare senza tirare una volta, Iellini era un attaccante aggressivo. Quando l’Olimpia si sfaldò dopo l’uscita del Simmenthal, lui fu l’unico ad andare subito in un grande club vincendo una seconda Coppa dei Campioni a Varese. Ma la sua carriera sarebbe durata ancora a lungo, l’avrebbe portato anche a Vigevano e alla Lazio in A2 nell’era del doppio straniero, di un basket più vicino a quello dei nostri giorni. Ha brevemente anche allenato a Trieste ma da assistente. All’Olimpia ha vinto quattro scudetti, una Coppa dei Campioni e due Coppe delle Coppe. Nel 1972 e nel 1976 ha giocato le Olimpiadi. Con la Nazionale ha conquistato anche due medaglie di bronzo europee nel 1971 e nel 1975. Ha segnato in biancorosso 2680 punti in 261 partite.
RENZO BARIVIERA – Renzo Bariviera è stato uno dei giocatori più affascinanti del basket italiano degli anni ’70 e ’80. Ha avuto una carriera atipica: cresciuto a Padova (nato a Cimadolmo, il 16 febbraio 1949), arrivò a Milano giovanissimo, faceva impazzire Rubini ma saltava come un “grillo” (infatti diventò uno dei suoi soprannomi) e vinceva tanto. Poi quando Milano venne ridimensionata se ne andò sbattendo la porta perché avrebbe voluto andare in un grande club e viceversa si trovò a Forlì. Si prese le sue rivincite a Cantù salvo tornare a Milano prima che fosse troppo tardi. Vinse giocando con Joe Barry Carroll e con Cedro Henderson e Russ Schoene. La sua carriera è proseguita dopo, facilitata da un fisico clamoroso che l’ha sorretto per anni. Ha fatto anche il general manager ad Arese per qualche stagione. La sua storia resterà comunque abbinata al gancio con cui nel 1970 a soli 21 anni consentì all’Italia di battere gli USA ai Mondiali di Lubiana, un canestro storico. Alle Olimpiadi del 1976 segnò 13.7 punti per gara risultando con Marzorati il miglior realizzatore azzurro. 2859 punti in 266 gare in biancorosso per lui.
MAURO CERIONI – Nativo di Castelvetro Piacentino (3 agosto 1948), cominciò a giocare a Genova approdando a Milano nel 1967. Fece parte del rinnovamento della squadra dopo la Coppa dei Campioni del 1966. Era uno dei membri della squadra della prima metà degli anni ’70. Vinse scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe nel 1972. Era un grande tiratore da fuori ma sapeva incidere anche come difensore. Un vero uomo squadra che nel 1972 a soli 24 anni era nel quintetto della Nazionale italiana a Monaco ’72. Quella squadra arrivò quarta perdendo il bronzo in volata. Cerioni vinse anche la Coppa delle Coppe del 1971. In seguito, venne ceduto a Rieti dove giocò altri quattro anni salvo rientrare per un’ultima recita nel 1981 con Dan Peterson come allenatore. Per lui ci sono 1100 punti in 201 partite.
PAOLO BIANCHI – Cresciuto nel settore giovanile dell’Olimpia (è nato a Milano il 26 maggio del 1953), era in panchina nella squadra del “Piccolo Slam” del 1972 e poi ha vinto anche la Coppa delle Coppe del 1976 segnando tra l’altro 10 punti nella finale di Torino contro i francesi di Tours. Cesare Rubini, incantato dal suo talento, lo considerava prossimo all’esplosione prima di lasciare il club. Aveva talento, tiro, atletismo. Fu anche per un anno il Capitano della squadra. Era il miglior juniores d’Italia ma ebbe la sfortuna di nascere con qualche anno di ritardo e invece di completare lo squadrone dei primi anni ’70, emerse in coincidenza dei problemi economici del club. Finì per andare a Rimini e poi spendere anni molto appaganti a Livorno. Ma è stato un giocatore da 205 presenze e 2137 punti segnati in Serie A, 10.4 a partita.
PINO BRUMATTI (rappresentato dalla figlia Elisa) – Pino Brumatti, il Pinot, razza Piave. Una guardia potente, con un arresto e tiro micidiale, che negli anni ’70, diventò la prima opzione offensiva della squadra. Preso a Gorizia (dov’era nato il 19 novembre del 1948), vincendo l’emozione che lo bloccava quando sapeva che il Simmenthal era ad osservarlo, lavorò come un ossesso sotto Sandro Gamba fino a diventare uno dei più grandi interpreti di sempre in Italia nel ruolo di guardia. Un giocatore moderno, non tanto alto, ma esplosivo, compatto e longevo. Una volta si buttò in una rissa per eccesso di generosità e si ruppe la mano suscitando le ire di Arthur Kenney che gli voleva bene come ad un fratello e gli intimava di stare lontano da quelle cose per le quali non era tagliato. Avrebbe meritato di vincere molto di più, ci sarebbe riuscito se il Simmenthal non avesse dovuto ricostruire cedendo i pezzi migliori, disperdendoli in tante diverse squadre. Brumatti finì a Torino. Purtroppo, è scomparso anzitempo a Gorizia, il 21 gennaio 2011, per un malore che l’ha portato via quando ancora aveva molto da dare. Con l’Olimpia ha vinto uno scudetto, la Coppa Italia del 1971 da MVP della finale, tre Coppe delle Coppe, segnando 29 punti in finale nel 1976. Con l’Olimpia in campionato ha giocato 251 partite segnando 3591 punti, 14.3 di media.
VITTORIO FERRACINI – Nativo di Pordenone (8 novembre 1951), fu reclutato giovanissimo dall’Olimpia, a 17 anni. Era troppo acerbo e fu mandato in prestito a Padova, poi alla Virtus Bologna rientrando nel 1973 a Milano. Diventò subito una delle colonne di una squadra in declino. Vinse la Coppa delle Coppe nel 1976 quando il Cinzano retrocesse in A2. Quella fu anche la sua stagione più prolifica, 13.0 punti di media. Non era un attaccante, non aveva tiro da fuori e faceva il centro nella Banda Bassotti. Però come rimbalzista era devastante, come difensore notevole. Soprattutto da uomo squadra duttile si adattava a tutto. Quando Peterson gli chiese di giocare da ala piccola accanto a Meneghin e Gianelli lui eseguì. E nel 1982 vinse lo scudetto con il Billy, a 31 anni. La sua carriera sarebbe proseguita a Treviso soprattutto e infine alla Fortitudo Bologna. Come presenze (379) è secondo assoluto nella storia dell’Olimpia dopo D’Antoni, ma è anche il secondo rimbalzista dopo Meneghin (2006) e il primo nei rimbalzi d’attacco (763). Ha segnato con l’Olimpia 3.353 punti.
FRANCO BOSELLI – Nato a Milano il 5 febbraio 1958, lo chiamavano “Il Barone” per l’eleganza e la ricercatezza nel vestire ma il soprannome si poteva adattare bene anche allo stile di gioco, pulito, sobrio, senza sbavature. Franco Boselli, come il gemello Dino che durò meno di lui perché coinvolto nello scambio per Meneghin, è cresciuto nel vivaio dell’Olimpia, che lo strappò al nuoto dov’era una promessa. Fu uno dei giovani leoni della Banda Bassotti e poi uno dei plurivincitori di tutto, dal 1981 al 1987 (Grande Slam). Quando arrivò Premier, passò gradualmente al ruolo di sesto uomo che interpretava alla perfezione. In quegli anni le rotazioni non erano quelle di adesso e D’Antoni giocava quasi 40 minuti a partita. Nei rari momenti in cui sedeva, Boselli faceva anche il playmaker. Ma lui era un tiratore con un buon trattamento di palla e disciplina. Venne ceduto nel 1987 quando l’Olimpia pensò di aver bisogno di una guardia più adatta a portare palla e difendere sui playmaker così prese Piero Montecchi. 372 presenze in Serie A con l’Olimpia, 3.106 punti.
VITTORIO GALLINARI – Vittorio Gallinari, nato il 22 ottobre 1958, è stato uno dei simboli dell’Olimpia degli anni ’80. Cresciuto nel settore giovanile del club, nella leggendaria classe dei nati nel ’58, Gallinari arrivò a recitare un ruolo chiave nella Banda Bassotti. Era alto 2.05, mobile e con braccia lunghe. Poteva giocare tre ruoli perché a quei tempi non a tutte le ali piccole veniva chiesto di fare canestro. Non c’è dubbio che Gallo non sapesse farlo. Quando ha lasciato Milano per club di portata inferiore non si è adattato a nuove esigenze e il meglio l’ha dato a Bologna che aveva una squadra forte e di talento diffuso. Ma Gallinari difendeva, occupava la linea di fondo nella zona 1-3-1 di Coach Peterson e poteva marcare chiunque. Anche Larry Wright nella partita più famosa della sua carriera, contro Roma nella finale dell’83. Gallinari è rimasto all’Olimpia finché Peterson è rimasto. Dopo il grande slam dell’87 la società decise di ringiovanire sostituendolo con Massimiliano Aldi. Gallinari vanta 349 presenze con l’Olimpia, 1.192 punti e 1.095 rimbalzi.
ROBERTO PREMIER – Roberto Premier l’ariete, il bomber senza paura. Odiato dagli avversari: si lamenta sempre, cade, piange, è rissoso. Con difetti: la difesa, il fisico. Ma con un senso del canestro superbo, tiro e carattere. Premier, detto Pupuccio che non sbagliava mai i tiri importanti e vinse tutto quello che ha vinto D’Antoni. Premier da Spresiano, nato il 25 gennaio 1958, fu voluto da Peterson perché ne aveva intuito cuore e coraggio. Esploso a Gorizia, accanto ad Alberto Ardessi e Roscoe Pondexter. Guardia e ala, potente, amato dai propri tifosi anche se non ha sfondato in nazionale, anche se dopo la bolgia di Livorno fu ceduto perché a Milano arrivasse Antonello Riva e un po’ venne sfidata la sorte perché Riva era una bandiera di Cantù e Premier – che venne dirottato su Roma – senza l’Olimpia non poteva più essere Premier. Eppure, era solo quattro anni più anziano di Riva, avrebbe ancora potuto dare alla causa. “Non ricordo un tiro importante che non abbia segnato”, dice Mike D’Antoni. Per lui in campionato, ci sono state 301 presenze, 7.387 minuti in campo, 4.814 punti – secondo solo a D’Antoni -, 322 canestri da tre punti, nonostante il tiro da tre non esistesse prima del 1984, quando già da tre anni era a Milano.
RICCARDO PITTIS – Prodotto del settore giovanile di Milano (dov’è nato il 18 dicembre 1968), emerso nello sport nonostante una malformazione al cuore. Lo chiamavano Acciughino perché era alto (2.04) ma magrissimo. Lo è stato per tutta la carriera. Inizialmente veniva dipinto come il Magic Johnson italiano, un playmaker di oltre due metri che poteva dominare una partita in tanti modi. Aiutò la grande Tracer di Dan Peterson nell’anno del Grande Slam, ma soprattutto in finale scudetto, poi quella di Casalini che vinse Intercontinentale e Coppa dei Campioni. Vinse lo scudetto anche dell’89 a Livorno quando ormai era una pedina chiave della squadra. Nella ricostruzione successiva diventò una specie di uomo franchigia, point-forward tutto fare. Con gli anni e un problema alla mano destra diventò sempre meno tiratore e sempre più uomo ovunque anche se il passaggio a Treviso consegnò alla Benetton gli anni migliori di una carriera straordinaria, nata da playmaker e finita da ala forte. Capitano nell’anno della Coppa Korac del 1993. Ha giocato 269 partite in Serie A con l’Olimpia, segnando 2.570 punti e distribuendo 331 assist.
MARCO BALDI – Nato ad Aosta il 7 novembre 1966, cresciuto nelle giovanili dell’Olimpia, è stato uno dei primi giocatori italiani ad andare a svilupparsi negli Stati Uniti, all’università di St. John’s. Ha esordito in Serie A giovanissimo, a 16 anni, poi ha vinto lo scudetto del 1989, ha giocato le Final Four del 1992 e conquistato la Coppa Korac del 1993. Tornato a Milano, ha vinto ancora scudetto e Coppa Italia nel 1996 chiudendo la carriera nel 2001. È sempre stato uno dei centri dalla panchina più efficaci del campionato. Ha giocato con l’Olimpia 246 partite di Serie A.
MASSIMILIANO ALDI – Nato l’8 giugno del 1966 all’Isola del Giglio, cresciuto a Livorno, è stato uno dei giocatori voluti da Cappellari e Casalini per ringiovanire la squadra nell’estate del 1987. Al suo primo anno all’Olimpia ha vinto la Coppa dei Campioni e nel secondo ha conquistato lo scudetto, giocando nelle due posizioni di ala. È rimasto a Milano fino al 1991 collezionando 151 presenze.
PIERO MONTECCHI – Forse scovarlo in alto nelle classifiche storiche dell’Olimpia può sorprendere ma Montecchi è stato un giocatore importante quando arrivò al posto di Franco Boselli nel 1987. Nell’88 vinse la Coppa dei Campioni, nel 1989 vinse lo scudetto di Livorno sostenendo Mike D’Antoni dalla panchina o giocandogli accanto. Quando D’Antoni si ritirò ebbe la grande occasione di avere la squadra tutta per sé. Non fu un fallimento: con Montecchi playmaker titolare, l’Olimpia giocò due finali nel 1991 e raggiunse le Final Four di Eurolega nel 1992. Il problema è che non riuscì a vincere alcuna di quelle partite, sbagliò almeno Gara 5 della finale scudetto del 1991 e perse il duello con Sasha Djordjevic a Istanbul. Ecco perché venne ceduto prima dei 30 anni di età. Ma Montecchi aveva estro, creatività e fisico. È nato il 1° marzo 1963 a Reggio Emilia. Ha segnato 1.768 punti per l’Olimpia, ha distribuito 347 assist con 186 presenze in campionato.
DAVIDE PESSINA – Aostano, nato il 7 febbraio 1968, Pessina è cresciuto a Torino e poi acquistato da Milano dove ha vinto lo scudetto del 1989, l’ultimo di D’Antoni, Meneghin e McAdoo. Poi ha fatto parte della ricostruzione della squadra conquistando la Coppa Korac del 1993 un anno dopo aver giocato le Final Four del 1992 sempre con D’Antoni allenatore. Per lui ci sono 181 presenze in Serie A e 1.539 punti segnati.
ANTONELLO RIVA – Il suo arrivo a Milano creò scalpore. Riva era cresciuto nelle giovanili di Cantù e con Cantù aveva vinto tutto diventando una specie di bandiera del club. Quando l’Olimpia lo acquistò – valore stimato sui 7 miliardi di lire – Riva aveva appena 27 anni. Fu un acquisto clamoroso per il valore del giocatore, la rivalità con Cantù, la valutazione e si pensava che con Riva, Milano sarebbe stata inavvicinabile. In realtà andò diversamente perché la squadra comunque era in declino anagrafico e Riva non riuscì a invertire la tendenza. Diventò una delle pietre angolari della squadra successiva, quella allenata da D’Antoni, ma alla fine se a Cantù aveva vinto tantissimo, a Milano si appropriò solo di una Coppa Korac e purtroppo come Montecchi perse troppe partite importanti, come lo scudetto del 1991 e la semifinale di Eurolega del 1992. Le cifre però dicono che sul piano del rendimento “Nembo Kid” fu tale fino in fondo. I suoi 3.622 punti in 172 gare fanno 21.6 punti per gara in Serie A: solo McAdoo e Sylvester hanno fatto meglio di lui. Le sue 474 triple solo il terzo valore nella storia del club dietro D’Antoni e Portaluppi.
ALEKSANDAR DJORDJEVIC – Figlio di un allenatore, prese il posto di Obradovic come playmaker titolare del Partizan e nella stagione 1991/92 era al top del rendimento. Fu lui a guidare il Partizan alla vittoria sorprendente nei quarti di finale di Eurolega a Bologna contro la Virtus, poi contro Milano in semifinale e fu lui, infine, a segnare il canestro della vittoria in finale contro Badalona. Lì la sua carriera esplose in modo definitivo portandolo a Milano in una sorta di inizio carriera (Coppa Korac 1993) e alla fine (finale scudetto del 2005) con 1.773 punti in 91 gare, 180 canestri da tre punti e 289 assist. In mezzo infinite vittorie con la Nazionale (un Mondiale e tre Europei) ma anche con le squadre di club in cui ha militato (Barcellona e Real Madrid, oltre a Fortitudo e Pesaro). A Milano è anche cominciata la sua carriera di allenatore (argento mondiale con la Serbia).
PAOLO ALBERTI – Milanese, nato il 3 aprile del 1972, altro prodotto del settore giovanile dell’Olimpia, ha disputato 289 partite in Serie A con la maglia biancorossa ed è stato una pedina essenziale della squadra che ha realizzato la doppietta scudetto-Coppa Italia nel 1996 dopo aver conquistato già la Coppa Korac nel 1993. Ha fatto parte del roster della prima squadra dal 1990 al 1996 e poi in altre due occasioni.
DEJAN BODIROGA – Nell’era dei due stranieri per squadra nessuno straniero ha mai debuttato in Serie A più giovane del 18enne Bodiroga quando venne lanciato ovviamente da Bogdan Tanjevic a Trieste. Non era una follia e se ne sarebbero accorti tutti in fretta. Probabilmente, Bodiroga è stato il miglior giocatore europeo mai approdato nella NBA, per sua scelta. Non era veloce e non era atletico ma vedeva il gioco due passaggi avanti. Era una “point forward” quando in Europa non ne esistevano. A Milano arrivò insieme al gruppo dei triestini di Stefanel. Se ne andò dopo aver vinto scudetto (decisivo il suo canestro di Gara 3 a Bologna contro la Fortitudo) e Coppa Italia, per prolungare una carriera fenomenale in Europa, al Real Madrid, al Panathinaikos e al Barcellona. Ha vinto l’Eurolega tre volte, di cui due da MVP, è stato Campione del Mondo con la Nazionale serba e ha finito la carriera a Roma. È nato il 2 marzo 1973 in Serbia, ha segnato 1.723 punti con la maglia dell’Olimpia.
SANDRO DE POL – Nato il 15 giugno del 1972, è uno dei grandi triestini della storia dell’Olimpia. Arrivò nell’estate del 1994 insieme al gruppo dei triestini portati da Stefanel e Tanjevic, era un giocatore poliedrico, che poteva giocare più ruoli e difendere su qualunque avversario, caratteristica che gli ha permesso di giocare a lungo in Nazionale. Ha giocato nell’Olimpia fino al 1997, con 112 presenze, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia, raggiungendo due volte la finale di Coppa Korac.
BRUNO CERELLA – Nato in Argentina nella culla del basket di Bahia Blanca, Cerella è arrivato in Italia, a Massafra e ha scalato le gerarchie della pallacanestro italiano fino ad arrivare a Milano nel 2013. In quattro stagioni all’Olimpia ha vinto due scudetti, due Coppe Italia e una Supercoppa prima di proseguire la sua carriera a Venezia. Era l’uomo delle missioni speciali, empatico anche nei confronti del pubblico che apprezzava il suo stile di gioco totalmente dedito alla squadra. Ha giocato 161 partite in biancorosso.
KRUNO SIMON – Fino ai 27 anni di età, Kruno Simon aveva giocato solo in Croazia e tra l’altro neppure nella squadra simbolo del paese, il Cibona. Era sottovalutato, considerato troppo poco atletico per giocare ad un livello altissimo nonostante la creatività, l’estro, il tiro mancino, la diabolica capacità di passare o tirare in salto, senza equilibrio, senza luoghi in cui atterrare. “Sarà uno dei nostri punti di forza, perché con lui è come avere due playmaker in campo”, disse invece Coach Jasmin Repesa presentandone l’arrivo. Kruno giocava da guardia e da ala piccola, ma poteva portare palla e vedeva il gioco due passaggi avanti. Nel 2012, aveva lasciato per la prima volta la Croazia arrivando a Malaga in Spagna, poi aveva giocato in Russia alla Lokomotiv Kuban ed era diventato una pedina fissa della Nazionale croata (nel 2016 fu uno dei protagonisti della vittoria al Preolimpico di Torino che escluse l’Italia dalle Olimpiadi di Ro de Janeiro). Ma l’Olimpia era la sua grande occasione di dare una svolta decisiva alla carriera. A 30 anni di età. Non avrebbe fallito. In due anni all’Olimpia ha vinto uno scudetto, due Coppe Italia e una Supercoppa. Venne nominato MVP della Supercoppa vinta nel 2016 a Milano (25 punti in finale contro Avellino), e fu decisivo nello scudetto conquistato pochi mesi prima. Fu suo il canestro della vittoria in Gara 6 a Reggio Emilia dal post basso, un fade-away mancino che era la fotografia della sua versatilità. Nei playoff del 2016 ebbe 12.8 punti di media con il 42.8% da tre. In due stagioni ebbe 75 presenze in Italia con 1.014 punti segnati, 31 apparizioni in EuroLeague e 331 punti segnati. Nato il 24 giugno 1985 a Zagabria venne lasciato libero nell’estate del 2017. Con il senno di poi fu un errore. Poi ha vinto due volte l’Eurolega con l’Efes Istanbul.
VLADO MICOV – Serbo di Belgrado, cresciuto poi al Buducnost, è arrivato a Milano nel 2017, era considerato un giocatore declinante dopo una grande carriera a Cantù, CSKA Mosca e Galatasaray. Invece nei quattro anni di Milano avrebbe vinto uno scudetto da protagonista, tre volte la Supercoppa (nel 2018 da MVP), una Coppa Italia. Ribattezzato proprio a Milano “Il Professore” per intelligenza, visione di gioco, qualità di tiro e passaggio, Micov dimostrò una grande qualità, quella di segnare i canestri importanti. Nella stagione 2019/20 tre volte una sua tripla ha vinto la partita per l’Olimpia. In quelle stagioni, è stato leader con l’esempio, cancellando ogni sospetto di essere arrivato qui per vivere il viale del tramonto. In Serie A con l’Olimpia ebbe 1.076 punti nell’arco di 105 presenze in campo e 105 triple messe a segno. Ha giocato di più in Eurolega, 115 presenze, con 1.232 punti (quando se ne andò era secondo solo a Bob McAdoo, poi è stato superato da Shavon Shields). È nato il 16 aprile 1985 a Belgrado.