Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha compiuto 90 anni di attività. Il 18 gennaio 1950, 76 anni fa, nasceva ad Alano di Piave, in provincia di Belluno, uno dei più grandi giocatori che abbiano indossato la maglia del club: Dino Meneghin. Ecco la sua storia.

Se il padre anziché a Varese si fosse trasferito in qualunque altro posto del paese, Dino Meneghin, nato e cresciuto ad Alano di Piave, forse non sarebbe diventato il più grande giocatore italiano di sempre, o il più vincente. Quando l’ha presentato alla platea della Hall of Fame di Springfield, Bob McAdoo elencò i giocatori con cui aveva avuto la fortuna di giocare in America e poi aggiunse “Meneghin merita di essere incluso in questa lista” che comprendeva Kareem Abdul-Jabbar, Julius Erving, Magic Johnson, Moses Malone, Walt Frazier. Il suo sport originale era l’atletica leggera. Era un lanciatore. Ma si annoiava, era una disciplina solitaria e ripetitiva, poco adatta ad un guascone, istrionico come lui. A Varese, il professor Nico Messina lo convinse ad andare a provare con il basket per cui non aveva neppure le scarpe adatte. L’Ignis non è nata con Meneghin: era già da anni una delle prime squadre italiane e aveva anche vinto una Coppa Intercontinentale, prima di Meneghin, ma il suo arrivo, la sua apparizione, avrebbe stravolto i connotati della sua storia. Dino sul campo di basket esplose in un attimo. A 16 anni, era già in prima squadra. “Nel 1965 giocavo in Serie B alla Robur et Fides. Nell’Ignis c’era un giocatore, si chiamava Toby Kimball, un bianco con un bel fisico, era il centro. Solo che andò via quando arrivai io e mi dissero, “dai prendi l’11”. Non mi hanno detto di scegliere, avevo 16 anni e non potevo scegliere nulla. Così l’ho tenuto, mi piaceva, e poi negli anni mi sono accorto che tanti grandi centri europei giocavano con l’11. Cosic, Tkachenko, il bulgaro Golomev, il ceco Zidek. Mi piaceva, ma sembrava quasi fosse il numero dei centri in Europa”.

Dino Meneghin contro Arvydas Sabonis, due numeri 11 a confronto

A Varese, Meneghin era il nemico di Milano. Il problema del Simmenthal era trovare l’anti-Meneghin. Non lo era per caratteristiche fisiche e attitudine il grande Massimo Masini. Per questo nel 1970 arrivò Arthur Kenney. Ma Arturo fu l’anti Meneghin per tre anni, poi il problema si ripropose tale e quale. Intanto, Varese vinse cinque Coppe dei Campioni, giocò dieci finali europee consecutive, sette scudetti con Meneghin in mezzo all’area. Una dinastia incredibile, irripetibile, che cominciò a scricchiolare nel 1980. Ci fu anche un episodio spiacevole: il coach Dodo Rusconi, che era stato compagno di squadra di Meneghin, si fece sfuggire, forse per motivarlo, che “Dino ormai è solo un nome”. Il divorzio con Varese forse nacque allora. Nell’estate del 1980, Meneghin era sul mercato ma nessuno riuscì ad acquistarlo. Lui andò alle Olimpiadi di Mosca e fu strepitoso. “Meneghin è il miglior giocatore di questi Giochi – disse Sandro Gamba che l’aveva allenato a Varese e poi lo ebbe in Nazionale – Ha giocato partite formidabili e partite eccellenti. Non ha fallito mai. È una delle mie maggiori soddisfazioni perché, quando è arrivato in Nazionale, qualche mese fa, pareva in crisi, avviato al tramonto. Io adesso dico che Meneghin può essere il più forte giocatore non americano del mondo ancora fino alle Olimpiadi dell’84”. L’Italia giocò una gara spareggio contro la Spagna ai Giochi di Mosca: vincendola avrebbe conquistato la finale contro la Jugoslavia. Meneghin segnò 29 punti con 8 su 8 dal campo, 13 su 16 dalla lunetta, e catturò 13 rimbalzi. L’Italia vinse poi la medaglia d’argento.

“Meneghin è il miglior giocatore di questi Giochi. Non ha fallito mai. Qualche mese fa pareva avviato al tramonto. Io adesso dico che può essere il forte giocatore non americano al mondo fino alle Olimpiadi dell’84”

Sandro Gamba durante le Olimpiadi di Mosca 1980 prima che Meneghin arrivasse all’Olimpia

La cessione a Milano arrivò un anno dopo, a maggio, per 500 milioni di lire e il prestito del playmaker Dino Boselli. Dissero che era stato pagato tanto considerata l’età, ma in realtà avrebbe giocato tutto il decennio successivo. Fu una svolta epocale per il basket italiano, perché fino ad allora Dino Meneghin era stato sinonimo di Varese. Ma Varese doveva ripartire e cedendolo mise a posto tante cose.  “Avevo due offerte, di Venezia e Milano. Scelsi Milano perché era una società con grande esperienza e storia, che puntava a vincere, ben organizzata con pochissime persone che decidevano: Gabetti, Cappellari e Dan Peterson. A Varese era stato così con Borghi, Gualco, Nikolic e gli altri allenatori. Poi era vicina a Varese, ero legato alla mia famiglia, genitori, fratello, mio figlio. La vicinanza è stata decisiva”.

A duello contro Arthur Kenney

Nella stessa estate, l’Olimpia prese, oltre a Meneghin, anche Roberto Premier.  “Mi chiamavano Dottor Gibaud perché mi sono fatto male tante volte. A Milano mi vedevano come fumo negli occhi, ero un rivale – prosegue Dino -. Arrivo e mi faccio male. Fu un colpo al morale pazzesco. Farsi male a 20 anni è una cosa, a 31 un’altra. Pensavo al recupero, ma anche a quelli che mi avevano preso e avevano il diritto di mettersi le mani nei capelli, anche se non me l’hanno mai fatto pesare. I tifosi dicevano che ero vecchio. Il primo mese lo feci da solo nella palestra in alto al Palalido con Claudio Trachelio. Non una parola, una pressione da parte della società”, racconta.

“Avevo due offerte, da Venezia e Milano. Scelsi l’Olimpia: aveva esperienza e storia. E un’organizzazione basata su tre figure come a Varese. Qui erano Gabetti, Cappellari e Coach Peterson. I tifosi mi vedevano come fumo negli occhi. E poi mi ruppi subito”

Dino Meneghin sul suo approdo a Milano nel 1981

L’infortunio fu una mazzata perché Meneghin si era rotto tante volte in carriera: nel 1971 si era fratturato un polso mentre era in Nazionale (recuperò abbastanza in fretta da vincere il bronzo agli Europei); nel 1973 uno scontro con Arthur Kenney lo lasciò con il setto nasale fratturato; pochi mesi dopo si ruppe un piede sempre in Nazionale; nel 1974 si lesionò un menisco e dovette rinunciare alla chiamata dei New York Knicks; nel 1975 si ruppe la mano e dovette saltare la finale di Coppa dei Campioni dell’Ignis ad Anversa; nel 1977 ebbe una broncopolmonite e nel 1979 si procurò la frattura scomposta dell’avambraccio. Quando si infortunò a Milano aveva quasi 32 anni. Ma le voci vennero messe a tacere subito: al suo ritorno, Meneghin trasformò il Billy in una macchina da guerra e infine la aiutò ad arrivare allo scudetto.

“Avevo un contratto di due anni, pensavo di giocare due anni e poi smettere. Ma un giorno, Peterson mi disse che avrei dovuto pensare alle Olimpiadi del 1984 a Los Angeles. Dissi sì, come no? Pensavo fosse pazzo, ma può essere che mi abbia dato una sveglia al cervello e spinto a pensare positivo. Poi ho avuto la fortuna di venire a Milano e giocare con grandi campioni, con Mike D’Antoni, John Gianelli, Roberto Premier, Vittorio Gallinari, Franco Boselli. Non erano solo compagni di squadra, ma persone straordinarie alle quali ero molto legato anche fuori del campo. Ricordo le cene a casa di D’Antoni o di Premier. O i dopo partita. Si era costruito un rapporto ottimale che andava aldilà delle gelosie. Era lo stesso che avevo a Varese con Bisson, Zanatta, Morse… È stata una fortuna”.

Meneghin a canestro nel vecchio Palazzone di San Siro

A Milano, Meneghin ha vinto lo scudetto anche nel 1985 e nel 1986, la Coppa Korac nel 1985, ma quello che cercava era la Coppa dei Campioni che gli era sfuggita a Grenoble, contro Cantù. La sconfitta più dolorosa della carriera: “Quando l’ho rivista quella partita mi ha fatto stare male. Io ero l’uomo che aveva giocato 10 finali di Coppa consecutive con Varese. Tutti pensavano che qualcosa avrei dato in quel contesto che conoscevo, invece zero. È stata la peggior partita della mia vita e non mi spiego perché”. Per questo il successo del 1987 lo considera un sollievo. Aveva vendicato Grenoble e ripagato l’Olimpia. “Per me è stata una rivincita personale, e una vittoria straordinaria”.

“La sconfitta di Grenoble nel 1983 mi ha fatto stare male. E’ stata la peggior partita della mia vita e non mi spiego perché. Quando abbiamo vinto la Coppa dei Campioni nel 1987 per me è stato un sollievo Avevo vendicato Grenoble e ripagato l’Olimpia”

Dino Meneghin sulla Coppa dei Campioni

Eppure, anche quella partita rischiò di doverla saltare. Aveva una lesione al polpaccio. Strinse i denti e andò in campo in qualche modo a fare la guerra contro Kevin Magee soprattutto. Tutti ricordano una delle ultime immagini della finale di Losanna contro il Maccabi: il cedimento della gamba sinistra sul lay-up della potenziale vittoria. Ma pochi ricordano che quella fu la seconda crisi di Dino. Sul più tre a 3:23 dalla fine, Meneghin si accasciò a terra per farsi massaggiare il polpaccio dal fisioterapista Gallotti, ma senza uscire dal campo. Sull’ultimo possesso offensivo, sul più due ma senza Mike D’Antoni, uscito per falli, l’Olimpia andò da Premier in post basso. Nel traffico la palla schizzò via, Dino si tuffò per contenderla a Magee e forzare la palla a due. E subito dopo si accasciò ancora a terra, appunto la seconda crisi, quella che ricordano tutti, con il dottor Carnelli in campo per rimetterlo in piedi. “Se resta in campo è un eroe”, esclamò Gianni Decleva, il telecronista della RAI. Meneghin di esperienza, senza saltare, vinse la palla a due schiaffeggiandola. Poi gli arrivò da McAdoo il potenziale assist della vittoria. Ma sul terzo tempo la gamba sinistra cedette e gli impedì di completare il gioco. “McAdoo mi insulta ancora oggi”, ricorda. A 16 secondi dalla fine, zoppicando, andò a difendere un’ultima volta. Il Maccabi non guardò Magee. Tentò di vincerla con un missile sconclusionato di Doron Jamchy sbagliando. L’anno dopo l’Olimpia avrebbe vinto ancora e Meneghin, che non smetteva di avere fame di vittorie, si sacrificò nella marcatura di una guardia, Slobodan Subotic, per ovviare al problema strutturale della squadra del 1987/88. Fu Franco Casalini a chiedergli se pensasse di poterlo fare. Meneghin non esitò un secondo. L’Olimpia sconfisse l’Aris in semifinale e poi di nuovo il Maccabi in finale.

Meneghin giocò la finale di Losanna con un infortunio al polpaccio che stava per tradirlo nel finale

Meneghin ha avuto due carriere, una a Varese, una a Milano (poi anche Trieste, ma più breve), ma nel frattempo anche una terza con la Nazionale. “Quando giochi in Nazionale hai un altro approccio mentale, un’altra pressione, non giochi per i tifosi di una squadra, giochi per tutti, anche per chi non è tifoso di basket. Io ho capito l’importanza della Nazionale la prima volta che giocai a Mannheim. Andai lì in modo un po’ sconsiderato, ma vidi questa palestra gremita di lavoratori italiani all’estero. Avevano i bandieroni, erano tutti eleganti, vestito, cravatta, sembra un matrimonio. Vincemmo il torneo e ci portarono in trionfo. Ho ancora una foto di me portato in braccio, magro come un chiodo, da due tifosi. Poi il giorno dopo dovevamo tornare in treno e ci portarono in stazione con i fiori. Mentre andavamo via, ci salutarono piangendo e ci dissero di salutarci l’Italia, che mancava tantissimo. Da allora quando andavo all’estero cercavo le bandiere tricolori e pensavo di dover giocare per quelle persone. In Nazionale hai il peso morale di rappresentare una nazione”.

“Se resta in campo è un eroe”

Gianni Decleva, telecronista RAI, su Meneghin infortunato nella finale di Coppa dei Campioni 1987

Lungo una carriera durata quasi 30 anni Meneghin ha incontrato avversari di ogni tipo, spessore e qualità, abbracciando generazioni differenti di giocatori. “Il problema è che più si andava avanti e più arrivavano questi “bastardi” che erano più alti, più grossi, più atletici e più veloci. Quelli che mi hanno fatto fare più fatica sono stati Vladimir Tkachenko, il russo di 2.20, 140 chili, che era anche rapido. Fisicamente mi ha messo in croce, era come marcare un armadio a quattro ante: quando avevi finito di girargli attorno era finito il primo tempo. Poi il mio idolo, Cresimir Cosic, che poteva giocare cinque ruoli, dal playmaker al centro, molto tecnico. Lui era il mio idolo: ho provato a imitarlo, ma senza successo. Poi Arvydas Sabonis: l’ho incrociato alla fine della mia carriera e all’inizio della sua. La prima volta, andammo a casa loro, con Milano, e tutti mi parlavano di questo Sabonis, forte, 18 anni, una bestia, veloce. Usciamo dallo spogliatoio e lui non c’è. Dico, meno male, salto una fatica. Arrivò invece all’ultimo momento, con la borsetta, si cambia in cinque minuti e va in campo. Ad un certo punto, sbagliamo un tiro e loro vanno in contropiede. Lui è davanti a me di quattro o cinque metri. Va su per fare un terzo tempo con un braccio intero sopra il ferro. Schiaccia. Ho detto “questo è forte davvero”. E l’ha dimostrato. Ma ho incontrato anche un cinese di 2.40, un coreano di 2.40, un turco che si chiamava Alp e in effetti sembrava una montagna delle Alpi”.

Qui Meneghin è con Bob McAdoo

Nel 2003, Meneghin è diventato membro della Hall of Fame di Springfield, la culla del basket. “E’ stata un’esperienza straordinaria, che devo a Dan Peterson. E’ stato lui l’artefice, si era occupato di tutto quello che serviva per presentare la candidatura, la selezione è durissima. Bisogna andare a Springfield per la cerimonia e io ero in Svezia con la Nazionale. Dovevo essere accompagnato, ma mia moglie ha paura e non vola, mio fratello non poteva lasciare il lavoro, Andrea era in Nazionale. Allora invito Dan e insieme scriviamo il discorso. Arrivati all’aeroporto, arriva un tipo che ci porta i bagagli, poi arriva una limousine bianca. Ho detto al Coach che stava arrivando qualche attore, invece era lì per noi! Salgo sul palco e c’è Bob McAdoo che fa la mia presentazione: io e Dan Peterson avevamo un discorso. Ma Bob disse le stesse cose che volevo dire io!!! Alla fine, me ne sono fregato. Lì davanti – prosegue – avevo davanti James Worthy, Robert Parish, Bill Walton, Larry Bird, George Gervin. La mia paura, un terrore, era che arrivasse qualcuno e mi dicesse “Sorridi, sei su Scherzi a parte”. Quando è finita, ho tirato un sospiro di sollievo”.

Il ritiro della maglia numero 11 nel 2019

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