Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano compie oggi, 9 gennaio 2026, 90 anni di attività. Nello stesso giorno nasceva a Evanston, Illinois, Dan Peterson. Ecco l’intervista realizzata in occasione del ritiro della “sua” maglia numero 36

Coach Peterson, aveva allenato l’università del Delaware negli anni ’70, poi ricevette la chiamata del Cile. Avrebbe allenato la Nazionale

“Ero felice in Cile, più che felice. Amavo il Cile, amavo la Federazione, amavo il Corpo della Pace che mi aveva portato ad allenare la Nazionale cilena. Amavo Santiago del Cile, la squadra, i giocatori, amavo la palestra in cui ci allenavamo, che era una discarica, brutta, sporca, ma con il tempo avevo imparato ad apprezzare anche quel posto. Era casa mia”.

Poi cosa successe?

“Erano gli anni di Salvador Allende. Ogni notte c’erano incidenti, lacrimogeni, non potevi fare una passeggiata in centro di sera. Ad ogni incrocio, avevi otto poliziotti e incidenti quotidiani. Avevo una moglie, due bambini e il Corpo di Pace mi consigliò di spedirli a casa, perché era troppo complicato vivere lì”.

E si trasferì in Italia, alla Virtus Bologna.

“Avevano preso Rollie Massimino, ma all’ultimo momento firmò per l’università di Villanova e Bologna rimase senza allenatore. Ero rimasto io. La Virtus aveva promesso alla piazza un allenatore americano. Ma si aspettavano un grande nome. Invece arrivai io. Però vincemmo la Coppa Italia, avevo John Fultz come americano. Fu una vittoria molto importante per me, per il club, una vittoria che ci consentì di andare a giocare in Europa. Rimasi cinque grandi stagioni”.

Era il 1978: la chiamò l’Olimpia.

“Non avrei voluto lasciare il Cile. E non avrei voluto lasciare Bologna. Ma ero un professionista e come tale se qualcuno mi avesse chiamato sarebbe stato giusto esplorare ogni opzione. Quindi andai a Milano. Quando arrivai il nostro general manager Cappellari mi disse che Bogoncelli, il proprietario, non era lì. Era a Parigi. Andammo a Parigi”.

Adolfo Bogoncelli: una leggenda.

“Un uomo di classe. Andai in questo ristorante di lusso, con un dress code. Non si poteva entrare senza una cravatta. Me ne prestarono una perché non ne avevo. Stavano aspettando un idiota senza cravatta. Prima impressione di Peterson su Bogoncelli? Certamente negativa. Invece fu lui a farmi grande impressione, perché in realtà io ero andato a parlare, non pensavo di accettare. Consigliai addirittura di prendere un ex giocatore dell’Olimpia che stava allenando. Ho fatto campagna elettorale per altri allenatori”.

“Non avrei voluto lasciare il Cile. E non avrei voluto lasciare Bologna. Ma incontrati questo personaggio di classe, Adolfo Bogoncelli. Mi disse che ispiravo fiducia. Pensai che dovevo lavorare per un uomo come lui”

Dan Peterson

E invece?

“Invece mi disse senza esitazione: voglio che alleni la mia squadra. Rimasi interdetto. Mi chiese se conoscessi la ragione. Pensai che fosse per i risultati ottenuti a Bologna, avevamo vinto una coppa, uno scudetto, avevamo fatto delle finali. No, mi disse: lei, mi dava del lei, è un uomo che mi ispira fiducia. Rimasi molto colpito. La mia filosofia era di essere severo ma non duro, semmai esigente. Era l’esatta descrizione del mio lavoro: devi ispirare fiducia. La mia squadra aveva bisogna di sentire fiducia. Quello che mi ha detto mi ha colpito. Mi emoziono ancora a parlarne. In quel momento mi sono detto: devo allenare la squadra di quest’uomo”.

Ricorda il suo primo giorno all’Olimpia?

“Eravamo al Palalido. Franco Casalini e Gugliemo Roggiani erano i miei assistenti. I giocatori stavano arrivando. Casalini ad un certo punto mi chiese se fossi pronto per cominciare l’allenamento. Risposi: aspettiamo che siano tutti. E lui disse: Coach, sono tutti. Avevamo sei juniores, Francesco Anchisi, Valentino Battisti, che avevano 19 anni, Vittorio Gallinari, Paolo Friz, i due Boselli, che ne avevano 20. Più Mike D’Antoni e Mike Sylvester. Poi prendemmo CJ Kupec e aggiungemmo Ferracini che era in nazionale”.

Avevate quindi quattro veterani e un ragazzo giovane in quintetto.

“Sarebbe stato Gallinari. Ma sapevo che non potevo usare uno di loro e tenere tutti gli altri in panchina. Dovevo motivarli tutti, per avere allenamenti di qualità e poi con i ragazzi giovani sai che, se loro sanno che andranno in campo, poi lavoreranno come dei muli, instancabili. Abbiamo vinto tante partite sfiancando squadre che utilizzavano sei, sette giocatori. Noi correvamo, cambiavamo su tutto, pressavamo. La soddisfazione che ho provato allenandoli è impossibile da descrivere. Anche quando perdevamo – e un allenatore a fine partite vuole farsi sentire – non potevo dire nulla perché mi davano tutto. Hanno superato ogni difficoltà. In semifinale, abbiamo vinto due volte a Varese. Nessuno vinceva a Varese. Noi due volte in una settimana, con una sconfitta a Milano”.

Dan Peterson con il suo playmaker in ogni stagione a Milano: Mike D’Antoni

Quella volta però non li usò tutti.

“No, quella volta giocai con lo stesso quintetto per 40 minuti. Nessun cambio quel giorno. Nessuno è uscito per falli, nessuno ha dato segni di stanchezza. La squadra del primo anno fu speciale. Quando vado ancora oggi a parlare di team building nelle aziende tutti mi chiedono di raccontare due cose: la rimonta con l’Aris e quella che era stata ribattezzata la Banda Bassotti, quella squadra del mio primo anno a Milano. Era un gruppo che era considerato da retrocessione e invece raggiunse la finale, andò oltre i suoi limiti, dando il 101% di quello che aveva. È stato un piacere e un onore allenarlo”.

Il primo grande acquisto della sua gestione fu John Gianelli.

“Un personaggio. Odiava allenarsi. Era abituato allo stile NBA. Per otto stagioni, aveva giocato le partite e non si era mai allenato. Gli dicevo “John, nella NBA hai 80 partite e 30 allenamenti. In Italia hai 30 partite e 80 allenamenti”. Ma non rideva lo stesso, era inferocito per questo. Conosceva una sola parola di italiano: finito. Alla fine di ogni allenamento si rivolgeva sempre a Franco Casalini: “Franco, finito?”. In realtà, parlava a lui perché intendessi io. Sì, John, abbiamo finito”.

Ma non partì subito bene, giusto?

“Durante la sua prima stagione veniva fischiato. Non mostrava emozioni, si muoveva al rallentatore e sembrava quasi che dormisse. Invece, era un difensore terrificante, 2.11, braccia lunghe, poteva marcare le ali piccole, le ali grandi, le guardie. Lui prendeva un giocatore avversario, ne ricordo uno a Gorizia, che era il capocannoniere. Giocò 34 minuti contro di noi a Milano e John gli fece fare zero punti. Nella sua prima stagione anche gli altri giocatori non lo capivano bene. Ma un giorno, giochiamo a Forlì, ero ammalato e Francescatto stava maltrattando D’Antoni. Durante un time-out, con le poche forze rimaste, con un filo di voce, dissi a Mike D’Antoni di non farsi innervosire da questa guardia, Toni Francescatto, altrimenti l’avrebbero espulso, squalificato.  Ma le parole non ebbero alcun impatto. Mike era furioso. Gli usciva il fumo dalle orecchie. Dopo trenta secondi, Gianelli mi prende per un braccio. E mi dice: “Dan, ci penso io. Mike chiama il gioco a L”. Mike chiama il gioco a L, Gianelli sale a portare un blocco e con l’avambraccio spazza via la testa di Francescatto. Da quel momento, non si è più avvicinato a meno di due metri da Mike per il resto della partita”.

“Ho allenato più partite contro Bianchini che contro ogni altro allenatore. 38 gare. Una volta mi definirono l’anti Bianchini ma era lui l’anti-Peterson. Con lui non bastava essere preparato a giocare una partita di basket, dovevi prepararti a molto di più”

Dan Peterson

Ci fu però un’eliminazione dolorosa con Cantù, a San Siro, dopo due tempi supplementari. Potevate rinunciare ai tiri liberi in situazione di bonus; eppure, avete scelto di tirarli.

“Credevo nel concetto di tirare i liberi, di far pagare i falli tattici. Dino Boselli segnò il primo, ma sbagliò il secondo. Loro risposero con un canestro dall’angolo destro, di Giorgio Cattini. Perdemmo per un secondo. Ma non cambia nulla nella mia valutazione. Fu colpa mia e sono dispiaciuto ancora oggi. Anche quella squadra era andata oltre le aspettative. Non dovevamo essere lì, a giocare per lo scudetto. Avevamo Gianelli, ma era andato via Sylvester, avevamo perso Kupec, Bonamico, Cerioni era a fine carriera. Avevamo i due Boselli che erano giovani. Meneghin non era ancora con noi. Premier non c’era ancora. Non dovevamo arrivare in finale, ma avremmo potuto, e io sono la ragione che gliel’ha impedito”

Fu una delle tante battaglie contro il suo rivale Valerio Bianchini.

“Ho allenato più partite contro Bianchini che contro ogni altro allenatore. 38 gare. Una volta mi definirono l’anti Bianchini ma era lui l’anti-Peterson. Questo era quello che raccontavo. Una stagione, mi ricordo un’amichevole, forse in Valtellina. Stava allenando Cantù. Eravamo avanti di 25 punti. Un mio giocatore, credo fosse Andrea Blasi, rubò palla e stava andabdo a segnare in terzo tempo. Da dietro arriva credo proprio Cattini e l’ha schiantato. Ci fu quasi una rissa, per un’amichevole vinta di 25 punti. Ma il messaggio, la mentalità era quella di chi non ti permette di segnare due punti facili, non importa quali siano le circostanze. Questa era una mentalità da killer. Con Bianchini non bastava essere preparato a giocare una partita di basket, ma molto di più”.

Una volta erano nemici: Dan Peterson e Valerio Bianchini

Nell’estate del 1981 arrivò Dino Meneghin.

“Non guardate alla grandezza del giocatore, il più grande che ci sia mai stato in Italia. Lui era il migliore giocatore di squadra, lui faceva squadra, gruppo. Non si atteggiava come divo, lui era il compagno ideale. Quando mi chiedevano come abbiamo fatto a rimontare con l’Aris io rispondo semplicemente Dino Meneghin. Se guardate quella partita, che McAdoo considera la più intensa della sua vita, vedrete che cosa fece Meneghin. Una partita strepitosa. Ad un certo punto D’Antoni sbagliò un lay-up importante, e Meneghin rimise la palla dentro. Correzione, canestro”.

Con Meneghin però venne anche Roberto Premier.

“Lui era l’incoscienza. Lui non aveva paura di niente. Non era “normale”, ordinario, Premier non conosceva il punteggio, i falli, il tempo, non gli interessava nulla. Era un giocatore di playground. Aveva la palla, c’era l’avversario, il canestro ed era tutto quello che gli serviva sapere. Infatti, contro l’Aris, quando dovevamo rimontare 31 punti, sul più 29 chi è segna da tre? Lui era questo tipo di giocatore. Non ho idea di quante partite ci abbia fatto vincere”.

“Premier non conosceva il punteggio, i falli, il tempo, era un giocatore di playground. Aveva la palla, c’era l’avversario, il canestro ed era tutto quello che gli serviva sapere”

Dan Peterson

Nel 1982 finalmente arrivò lo scudetto.

“Quella stagione potevo far giocare una squadra di killer. Gianelli, Meneghin, Ferracini, Premier. Ricordo la semifinale contro Torino. Facevamo sempre il gioco a L. Meneghin portava un blocco per D’Antoni e su un lato c’erano Gianelli e Ferracini. Fortunatamente, non c’erano le Nazioni Unite a giudicare i crimini di guerra! Sacchetti marcava Premier. Ma arrivava il blocco, Sacchetti veniva fermato, Premier riceveva e tirava indisturbato. Oppure Boselli. Fermare Sacchetti credetemi non era facile. Boselli segnò quattro canestri di fila sui blocchi di Ferracini o Gianelli su lui o su Brumatti. Non avevano speranze. Gianelli era una leggenda”.

E intanto cresceva il binomio indimenticabile con Franco Casalini.

“Un grande conoscitore di basket, grandissima lealtà, mi ha permesso di risparmiare tanta energia gestendo gli allenamenti da solo. Gli consegnavo il programma e lui lo eseguiva. Aveva più energia di una centrale nucleare. “Dino maglia blu, Mike maglia grigia”. Ma era anche un grande tecnico, ha vinto scudetti giovanili in serie. Nel 1981 gli dissi di pensare ad una nuova difesa da alternare alla 1-3-1 perché ormai la gente la stava studiando. Avevamo una difesa a uomo, cui lui diede il nome “pivot”.  Lo scopo era raddoppiare in tre situazioni diverse: quando la palla andava dentro al centro, un difensore veniva da dietro e un altro difendeva il passaggio poi ruotavamo; sui passaggi consegnati e poi negli angoli quando urlavamo “pivot”. La installò con tre esercizi. Ha inventato la difesa, l’ha costruita e l’ha resa efficace. L’anno prima con Sylvester, Kupec e Bonamico avevamo l’attacco numero uno. L’anno successivo, persi alcuni realizzatori, con questa difesa avevamo la prima o la seconda difesa. Franco ci ha dato tantissimo”.

Dopo lo scudetto arrivarono quattro finali perse di un niente.

“E venni ribattezzato il John Wooden dei secondi posti. Ho sofferto per la finale di Grenoble persa con Cantù e anche quella di Ostenda contro il Real Madrid, un furto. Senza Meneghin, che era uscito per falli con 15 minuti da giocare, e senza Antoine Carr che non poteva giocare. Senza Carr siamo andati lo stesso in finale, battendo Pesaro in semifinale, battendo il Cibona. Arrivammo in finale a suon di miracoli. Queste due sconfitte mi fanno stare male ancora oggi perché meritavamo di vincere”.

Accennava a Carr: venne perché Earl Cureton scappò dalla sera alla mattina.

“Una volta D’Antoni mi disse che, quando Cureton marcava il centro avversario, nessuno provava a passargli la palla. Poi una sera Mike è fuori e quello che vede è Cureton su un lato, poi dietro, poi davanti, era dappertutto. Era impossibile passare la palla al centro. Nessuno ci provava. Con Cureton in campo il gioco interno avversario era automaticamente azzerato. E non voglio parlare di rimbalzi, stoppate, palle rubate. Un giocatore incredibile. Non ho mai avuto questa sensazione prima o dopo, ma sento che con lui in campo non avremmo perso neanche una partita. Andò via e prendemmo Antoine Carr. Grandissimo giocatore, ma giovane, inesperto. Per spiegare che atleta fosse. Eravamo al Palalido. Ero seduto in panchina. Lui arriva. Non ha fatto stretching, non ha fatto riscaldamento. Ma raccoglie la palla dal pavimento, si piega, sale in aria e schiaccia”.

La grande sorpresa fu portare a Milano un fuoriclasse nel suo “prime” come Joe Barry Carroll.

“Era infatuato di Dino Meneghin. Mi chiedeva spesso di fare in modo che Meneghin lo marcasse in allenamento perché lo faceva migliorare. Era un uomo da 25 punti a partita nella NBA; eppure, aveva bisogno di Meneghin per migliorare. E ha finito innamorato di tutto l’ambiente. Tutti conoscono la storia degli orologi donati ai compagni prima di ripartire. Un grande gesto di riconoscenza per tutti. Con lui diventammo la prima squadra italiana a finire un’edizione dei playoff senza sconfitte, completammo la Coppa Korac senza sconfitte. Tutto questo con Joe Barry Carroll”.

Wally Walker venne tagliato per fare posto a Joe Barry Carroll nel 1984/85

Ma per avere Carroll dovette tagliare Wally Walker e puntare su Russ Schoene che non stava convincendo.

“Un famoso giornalista della Gazzetta dello Sport fece una classifica dei 64 giocatori stranieri del campionato italiano. Fece il suo ranking. Il numero 63 era Wally Walker che cambiammo per Carroll. E il 64 era Russ Schoene. Non dissi niente. Ma Schoene è migliorato. Quell’anno vincemmo la Coppa Korac e lui contro Varese segnò 33 punti. Allora dissi a Enrico Campana, che era quel giornalista, un grande giornalista, scherzando, di rifare il proprio ranking per vedere dove avrebbe collocato Schoene. Come dico sempre, con lui due anni due scudetti due coppe e zero problemi. È stato un sogno. Poteva giocare ala piccola e marcare le ali piccole, poteva giocare ala forte e centro, poteva tirare e passare la palla, zero egoismo”.

“Ci sono ancora persone che mi dicono come abbia fatto a vincere con Cedric Henderson. In Gara 3 della finale con Caserta, due volte Gentile ha rubato palla a D’Antoni. Non c’era niente tra Gentile e il canestro. Due volte ha sprintato per tutto il campo, ha stoppato Gentile, recuperato la palla”.

Dan Peterson

Un’altra sorpresa: nel 1985 Carroll tornò ovviamente nella NBA ma lo sostituiste con Cedric Henderson, un bambino.

“Ci sono ancora persone che mi dicono come abbia fatto a vincere con Cedric Henderson. Non capiscono. Se guardi alle statistiche: il record dei rimbalzi d’attacco nei playoff appartiene a lui. Ha conquistato 40 rimbalzi d’attacco, quattro a partita. Se prendi un rimbalzo offensivo di media sei bravo, se ne prendi due sei eccezionale, quattro non li prende nessuno. E le palle recuperate. In Gara 3 della finale con Caserta, due volte Nando Gentile ha rubato palla a Mike D’Antoni. Non succedeva mai. Mike soffriva un po’ Nando. Non c’era niente tra Gentile e il canestro. Cedric era sulla linea di fondo. Due volte ha sprintato per tutto il campo, ha stoppato Gentile, recuperato la palla”.

Nel 1987 avete finalmente vinto la Coppa dei Campioni. Era un risultato atteso?

“Avremmo dovuto vincerla l’anno prima. Le due finaliste furono lo Zalgiris, che avevamo battuto di 29, e Cibona, che avevamo battuto di 24. Eravamo migliori di quelle squadre. Ma in trasferta perdemmo le prime due gare del girone. Per andare in finale avremmo avuto bisogno della vittoria del Real Madrid con Zalgiris. Stava vincendo di 10, 12, 15 punti ma perse. Quando andammo a Zagabria e perdemmo, Dran Petrovic segnò 47 punti, ma a Milano lo tenemmo a 16 e dominammo la partita. Sono sicuro che li avremmo battuti. Entrando nella stagione successiva avevamo grande fiducia. E poi l’arrivo di McAdoo la aumentò addirittura”.

Dan Peterson con Bob McAdoo, appena arrivato a Milano

Come nacque quel colpo?

“Ci provavo da quattro anni, forse cinque. Avevo cominciato quando era ai Lakers. Dopo il titolo del 1985 lo lasciarono libero e fece un anno a Philadelphia. Non l’aveva presa bene. Per due anni aveva fatto il sesto uomo partendo dalla panchina dietro Kurt Rambis, lui un Hall of Famer, che permetteva a Kareem Abdul-Jabbar di riposare, che aveva dato tutto, era stato costretto ad andare a Philadelphia? Sentiva che non ci fosse gratitudine. Era amareggiato. Da tempo parlavo con lui e con il suo coach al college, a North Carolina, il grandissimo Dean Smith. Parlavamo spesso di cosa avrebbe fatto Bob dopo la NBA. Quell’estate, Smith gli disse che forse era arrivato il momento di pensare a quella possibilità”.

Era un marziano.

“Il giorno del primo allenamento, eravamo al Palalido. Avevo chiamato alcuni giovani e Mike per fargli vedere gli schemi. E c’era Franco Casalini. Chi conosce Casalini sa che parlava incessantemente, come una radio. Non esisteva una radio che parlava più di Casalini. Ma quel giorno era in silenzio. Allora, mi avvicinai e gli chiesi se stesse bene. Rispose di sì. Ma allora perché sei in silenzio? Coach, mi stavo chiedendo che cosa ci fa McAdoo qui da noi! Non poteva crederci”.

“Avevamo fatto il Grande Slam, avevamo vinto tre scudetti in fila, due coppe. Con sincerità dico di aver sbagliato. Avrei dovuto continuare. Ma non volevo tenere la società ostaggio dei miei capricci e Casalini aspettava il suo momento”

Dan Peterson

Dopo la rimonta sull’Aris, la vittoria sul Maccabi, lo scudetto contro Caserta ancora, decise di ritirarsi a soli 51 anni.

“Avevamo fatto il Grande Slam, avevamo vinto tre scudetti in fila, due coppe. Era un momento particolare, ero esaurito, ma con sincerità dico di aver sbagliato. Avrei dovuto continuare. Ma non volevo tenere la società ostaggio dei miei capricci. E c’era Franco che stava aspettando il suo turno. Così abbandonai. Però fu un errore: avrei dovuto andare al mare qualche settimana, ricaricare le pile, prendere tempo. Perché dovevo rimanere. È stato uno sbaglio. Non dovevo rimanere per vincere ma anche per rinnovare la squadra. Meneghin aveva 37 anni, Bob McAdoo e Mike D’Antoni 36. Avrei dovuto gestire la ricostruzione. Invece lo fece Mike quando subentrò a Franco, con Pittis, Djordjevic, lo stesso Riva. Avevo anche il desiderio di fare come in Cile e lasciare qualcosa al mio successore. Quando arrivai in Cile, il giocatore più giovane della Nazionale aveva 24 anni. Quando lasciai il più vecchio ne aveva 23. Ed era un buon gruppo anche se dopo la rivoluzione è stato distrutto tutto. A Bologna, lasciai a Terry Driscoll la squadra che vinse due scudetti e a Milano lasciai a Franco un gruppo che vinse ancora. E’ un dovere di un allenatore pensare al futuro del club che gli ha dato un’opportunità. Ha inciso, ma in generale colpa mia, ero stanco e in parte perché avevo vinto quello che dovevo vincere”.

Il ritiro del numero 36 in suo onore

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