“Band of Brothers” è il titolo di un libro – non commercializzato, è un’opera privata – realizzato da Arthur Kenney, uno dei grandi miti dell’Olimpia, il numero 18, che è soprattutto un omaggio che ha voluto donare ai suoi ex compagni di squadra ma in generale a tutte le persone che sono state protagoniste, anche indirette, del suo periodo a Milano. Un periodo speciale per lui, per loro, per il club e la tifoseria. Persone come Massimo Masini, Giulio Iellini, Renzo Bariviera, Paolo Bianchi, Giorgio Papetti, Mauro Cerioni, il compianto Pino Brumatti. Forse soprattutto per ricordare Pino Brumatti. Questo volume che Kenney ha donato fisicamente ad amici e compagni adesso è a disposizione di tutti i tifosi dell’Olimpia in formato digitale. Potete scaricarlo qui sotto.

Dall’ingresso del marchio Simmenthal al posto di Borletti, l’Olimpia aveva vinto dal 1956 al 1967 nove scudetti e una Coppa dei Campioni. Aveva firmato un’epoca, era stata una dinastia. I migliori giocatori italiani, con pochissime eccezioni, avevano tutti vestito la maglia rossa dell’Olimpia costruendone la leggenda: Cesare Rubini, Sergio Stefanini, Romeo Romanutti, Ricky Pagani, Sandro Gamba, Gianfranco Pieri, Sandro Riminucci, Paolo Vittori, Gabriele Vianello fino a Massimo Masini e Giulio Iellini che – giovanissimi – avevano legato un’epoca a quella successiva. Quella che qui i suoi protagonisti intendono raccontare.

L’epoca 1970-1973 nel basket italiano sarà sempre ricordata come l’epoca dei tre spareggi consecutivi tra l’Ignis Varese e il Simmenthal Milano. Anche se nel decennio precedente e di nuovo nel decennio successivo, la superiorità di Milano è stata quasi sempre schiacciante, in quel periodo bisogna riconoscere che Varese era davvero un avversario speciale. E persino superiore. Non solo, approfittando dal ricambio generazionale aveva superato l’Olimpia in Italia, ma il suo modello si era rivelato dominante anche in Europa. Nel 1970, quando Arthur Kenney lasciò la squadra francese di Le Mans per giocare a Milano, l’Ignis era la squadra Campione d’Europa. E avrebbe giocato dieci finali consecutive. A quei tempi, per partecipare alla Coppa dei Campioni, dovevi vincere lo scudetto o vincere la Coppa e ottenere la qualificazione come detentore del titolo. Vincendo il discusso spareggio di Roma nel 1971, l’Ignis rese possibile la sua striscia. Se avesse perso, l’anno seguente non avrebbe partecipato. Varese vinse la Coppa
dei Campioni nel 1970, nel 1972, nel 1973, ma giocò la finale anche nel 1971 e nel 1974. In altre parole, durante quel periodo di forte rivalità, quel periodo di spareggi, quasi inevitabili, il Simmenthal doveva competere contro un avversario formidabile. Contro i più forti d’Europa. Questa deve essere la premessa per comprendere appieno quanto fosse difficile il lavoro di quel Simmenthal, di che valore abbiano – riletti oggi – quei tre spareggi e quelle vittorie.

Nel 1972, ad esempio, l’anno d’oro di quel gruppo di giocatori, l’Olimpia sconfisse Varese sia in campionato, nello spareggio di Roma, sia in Coppa Italia, nella finale di Torino. L’Olimpia vinse anche la Coppa delle Coppe completando lo slam dei propri impegni, o il triplete, o la triplice corona. Per farlo dovette sconfiggere la squadra che nello stesso 1972 vinse la Coppa dei Campioni. Era la più forte squadra d’Europa ma non era la più forte squadra d’Italia!

Il segreto di quel Simmenthal speciale era rappresentato da un’organizzazione societaria al tempo stesso impeccabile e familiare. Tutti avevano un ruolo, tutti lo eseguivano al meglio, ma l’atmosfera era quella della confraternita. Lo sponsor Simmenthal, della famiglia Sada, rappresentava un business internazionale, ma era un’azienda a conduzione familiare. I giocatori di basket non entravano a far parte di un club ma di una famiglia. Il proprietario del club, il Presidente Adolfo Bogoncelli, non aveva figli e considerava tali i suoi giocatori: Sergio Stefanini lavorava per lui e gli segnalò Basilio Andolfo per un ruolo molto simile a quello che oggi sarebbe general manager. Andolfo, un tuttofare ricco di passione, energia ed entusiasmo, lavorava per Stefanini. Quando diventò la figura operativa centrale del club considerava i giocatori fratelli da seguire ovunque. Anche Pagani lavorava per Bogoncelli. Nella costruzione di una cultura societaria, prendersi cura dei propri giocatori anche quando se ne andavano era vitale.

Cesare Rubini era una specie di padre surrogato dei suoi giocatori. Era duro, inflessibile, anche provocatorio ma leale. Pretendeva tanto e dava tanto. Trasudava carisma. Anche lui non aveva figli. Anche lui, come Bogoncelli, considerava i giocatori la sua famiglia. E Sandro Gamba era il suo assistente, l’uomo degli schemi, lo scout, ma anche un fratello maggiore per i giocatori di quel gruppo. Quest’atmosfera, questo clima, passava dal vertice alla base. Alla fine, coinvolgeva tutti. Tutti erano fratelli, tutti dispensavano attenzione, rispetto, scherzi, saggezza.

Erano una “Band of Brothers”. Erano fratelli dentro e fratelli fuori del campo. Lo sono anche adesso, a decenni di distanza, a migliaia di chilometri di distanza uno dall’altro, ognuno con la sua storia differente, professionale, umana, familiare. Resteranno sempre fratelli.

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