Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggia i 90 anni di attività. Il 5 marzo 1946 nasceva a New York il grande guerriero Arthur Kenney. Oggi compie 80 anni: è stato il primo giocatore ad avere il numero ritirato, il 18, simbolo della competitività e dello spirito che fanno parte del DNA Olimpia. Ecco la sua storia.

St. Jude si trova nella parte alta di Manhattan, sulla 204ª strada. Il secondo miglior giocatore di basket della scuola era un irlandese che viveva lì vicino: Arthur Kenney. Il primo giocatore ad avere il numero di maglia ritirato nella storia dell’Olimpia, il 18, Kenney era un lungo duro, bravo nei fondamentali, non un grande talento ma un uomo squadra eccellente. Era il partner ideale per Lewis Alcindor, che anni dopo sarebbe passato alla storia con il nome modificato dalla religione islamica: Kareem Abdul-Jabbar!

I due giocarono insieme alle elementari e poi anche alla Power Memorial Academy nella squadra ritenuta da molti esperti la migliore squadra di liceo nella storia del basket. “Prima ancora di avere l’età per andare a Power Memorial, andavo lì a giocare nel tempo libero – racconta Kenney – Ero bravino e mi volevano. Mi chiesero se conoscessi qualcuno anche più giovane che potesse già dare una mano. Portai Alcindor… Feci una bella figura… Fu allora, negli anni del liceo, che sviluppai la mentalità vincente nel mio DNA: a Power Memorial vincemmo 71 partite consecutive”.

Nel basket, Power Memorial era davvero una superpotenza. Vi aveva già giocato anche Joe Isaac (lui pure visto in Italia, a Milano, anche se sull’altra sponda). Durante gli anni di Kenney e Alcindor il capo allenatore era Jack Donohue, in seguito coach della Nazionale canadese, e l’assistente era Dick Percudani, che sarebbe invece sbarcato in Italia, sempre nella seconda squadra di Milano, poi a Vigevano e Varese. Kenney non aveva talento cristallino, ma ne aveva abbastanza da fare un provino nel 1968 per i Baltimore Bullets e poi i Los Angeles Stars della ABA e da mettere assieme una notevole carriera europea, prima a Le Mans in Francia, poi a Milano, di nuovo a Le Mans e infine a Napoli. “Baltimore non mi dava un contratto garantito ma ho sempre pensato che sia stata una fortuna non andare nella NBA – racconta Kenney –. Andai anche a Los Angeles negli Stars della ABA per un try-out. Mi alloggiarono in un hotel: 45 minuti per andare all’allenamento, due ore di allenamento, 45 minuti per tornare indietro, pranzare e ripetere la stessa storia. Non ero mai stato a Los Angeles e sarei anche stato felice di vederla. Se l’avessi vista”. Prima di venire in Europa, ebbe anni importanti a Fairfield con coach Joe Bisacca (che ha allenato la Virtus Bologna ed è apparso anche a Pesaro e Fabriano sempre in panchina) ottenendo risultati che il college gesuita che sorge a 75 chilometri circa da New York non ha mai più ripetuto.

“In via Caltanissetta ogni giorno vedevo la foto di Bill Bradley, poi quella di Skip Thoren. Bradley e Thoren. Thoren e Bradley. Tutti i giorni. Mi chiesi cosa avrei potuto fare per avere un giorno anche la mia”

Arturo, come l’avrebbero ribattezzato a Milano e come orgogliosamente si è sempre fatto chiamare dai tanti amici italiani, giocava a Le Mans nell’estate del 1970 quando l’Olimpia era alla ricerca di un “big man” per la sua squadra. Erano anni complicati perché in America non c’era più solo la NBA ma anche la ABA a rastrellare giocatori di buon livello all’uscita dal college. Sandro Gamba, la “longa manus” di Cesare Rubini sul mercato, suggerì Kenney che in un torneo estivo la stagione precedente non era arretrato di un metro contro Jim Tillman in una gara teoricamente amichevole dell’Olimpia. “Eravamo in Sicilia, penso a Messina – dice Kenney -. Giocavo nella squadra di Coach Jim McGregor nei tornei estivi. Vincemmo il torneo, ma diedero il premio di miglior giocatore a Tillman, del Simmenthal. Eravamo alla cerimonia di premiazione e mi voltai dicendo al mio compagno di squadra, il playmaker Billy De Angelis, che era stato derubato del trofeo. Tillman sentì e non la prese bene, venne verso di me con la coppa in mano. Fissammo un appuntamento fuori della palestra – ironizza – Presi un pugno anche da Rubini: penso sia stata l’unica volta in vita mia in cui ho preso un pugno senza battere ciglio”.

Arthur Kenney: alle sue spalle Dino Meneghin

L’episodio era rimasto stampato nella mente di Rubini. E in quella di Gamba. Anziché puntare su un talento dei college di seconda fascia com’era in uso all’epoca il Simmenthal chiamò Kenney. Per la verità aveva chiamato anche Bob Lienhard, newyorkese come Kenney, stella alla Rice High School e poi all’università della Georgia. “Ma io ero un’ala forte, lui era un centro, stesso ruolo di Masimo Masini. Avevano bisogno di uno come me, per questo Lienhard andò a Cantù”, ricorda Kenney.

Viveva in via Caltanissetta, accanto alla sede storica dell’Olimpia, quella che il Cavalier Sada consegnò al club, “e ogni giorno salendo e scendendo le scale della sede vedevo la foto di Bill Bradley. Poi vedevo quella di Skip Thoren. Bradley e Thoren. Thoren e Bradley. Mi chiesi spesso che cosa avrei pouuto fare per avere anche io la mia foto in sede. Tornando in sede nel 2013, a quei tempi era al Lido, ho visto che l’avevano messa. Finalmente”, ricorda Kenney.

“Il fisioterapista Cattaneo mi fasciò la caviglia ridotta male che più stretta non poteva. Mi dava fastidio. Mi feci fare un’iniezione attraverso le bende, strappai tutto e andai a combattere contro Meneghin”

Nel 1970/71, primo anno di Kenney a Milano, la gara di Varese contro la squadra Campione d’Europa e da due anni sul trono italiano era programmata per il periodo natalizio. “Ci allenavamo in Secondaria al Lido – ricorda Kenney – Dopo un rimbalzo caddi male con la caviglia sinistra. Distorsione. Il fisioterapista Angelo Cattaneo mi mise a letto con il ghiaccio sulla caviglia per ridurre il gonfiore. Mangiavo pastiglie di ananase come fossero caramelle. La sera di Natale il mio compagno Giorgio Giomo, Giometto dicevamo noi per distinguerlo dal fratello più grande che all’Olimpia era già stato, mi portò alla cena di squadra. E il giorno dopo zoppicai sul pullman che ci portò a Varese. Cattaneo mi fasciò la caviglia che più stretta non si poteva fasciare. Ma mi dava fastidio e gli chiesi una puntura di antidolorifico attraverso le bende. Strappai tutto e andai a giocare contro Meneghin”. “Quello che ha fatto Kenney – dice Bariviera – è stato cambiare la nostra mentalità: Varese non dico che picchiasse ma diciamo che difendeva. Con lui, abbiamo cominciato a farlo anche noi”. 

In un derby con l’All’Onestà

La leggenda di Kenney, guerriero indomito, che l’anno dopo a Belgrado sarebbe salito in tribuna per farsi giustizia da solo contro un avversario che aveva tirato un calcio a Rubini nacque allora. Varese vinse la partita di Natale ma nel girone di ritorno, il Simmenthal si prese la rivincita, 73-72, con due liberi allo scadere proprio di Kenney. “Feci un’entrata e subii almeno tre falli poi la palla si impennò e Pino Brumatti tentò di tirare al volo. Ma ci fu un fischio. Rubini avrebbe voluto Brumatti in lunetta ma mandarono me”. Arturo fece 2/2. L’Olimpia vinse la partita e si guadagnò lo spareggio di Roma, il primo di tre consecutivi contro l’Ignis, con diretta tv nazionale e il palasport dell’Eur esaurito, oltre 12.000 spettatori. La gara fu dominata dall’Ignis che guidò nel primo tempo anche con venti punti di vantaggio. C’erano 15.500 spettatori a vedere quella partita tra le due squadre più forti d’Europa.

“Bariviera stava eseguendo una rimessa davanti alla panchina della Stella Rossa. Venne colpito alle spalle. Rubini intervenne e si prese un calcio da Slavnic. Nessuno poteva toccare Rubini. Quando salii sulla tribuna in mezzo alla gente, la folla si aprì come il Mar Rosso davanti a Mosè”

“Quando arrivai a Milano, sapevo di dovermi adattare ad una squadra di nazionali, giocatori di alto livello. Capii subito che avrei dovuto riempire i buchi, aiutare, ma avevo giocato per McGregor e poi avevo avuto un’evoluzione atipica quindi sapevo fare un po’ di tutto. Da bambino giocavo guardia poi sono cresciuto e sono diventato un’ala piccola, poi un’ala grande accanto ad Alcindor-Jabbar. È stata una fortuna: non ci fosse stato lui avrei fatto il centro”, racconta Kenney. Fatto strano in un’epoca in cui l’americano doveva segnare tanto e prendere i rimbalzi, Kenney doveva fare il comprimario anche se poi segnò 14 punti di media nei suoi anni milanesi. “Infatti, tutti parlano di quanto fosse combattivo, ma Arturo era anche un grande giocatore”, ricorda Meneghin.

Con Dino Meneghin quando l’Olimpia festeggiò i suoi 50 anni

Nel 1971/72, Kenney fu nominato miglior straniero del campionato: il Simmenthal nel girone di ritorno non perse neppure una partita; raggiunse in classifica l’Ignis battendola a Milano nella stessa settimana in cui vinse anche la Coppa delle Coppe superando in finale a Salonicco la Stella Rossa Belgrado dopo la maxirissa del girone eliminatorio. : “Bariviera stava eseguendo una rimessa davanti alla panchina della Stella Rossa. Venne colpito alle spalle. Rubini intervenne e si prese un calcio da Slavnic. Nessuno poteva toccare Rubini. Quando salii sulla tribuna in mezzo alla gente, la folla si aprì come il Mar Rosso davanti a Mosè. La partita la vinsero loro, ma la finale di Salonicco la vincemmo noi. Pino Brumatti si mise in mezzo e si ruppe una mano. Gli dissi di lasciare che fossimo noi duri a fare a pugni e lui conservasse le sue mani per tirare, che era la cosa che sapeva fare meglio. Ero molto legato a Brumatti, la sua scomparsa è stata un colpo tremendo. Non ho mai conosciuto una persona più buona, sincera, di Pino. Era come un fratello per me, il mio fratello italiano”. Infine, vinse lo spareggio di Roma, sempre davanti a 15.500 spettatori e poi la finale di Coppa Italia a Torino sempre contro Varese che era diventata Campione d’Europa per la seconda volta ma in Italia non aveva vinto nulla!

“Brumatti si mise in mezzo e si ruppe una mano. Gli dissi di lasciare che fossimo noi a fare a pugni. Le sue mani servivano ad altro. A tirare. Per me era un fratello, Pino, era il mio fratello italiano”

Kenney è sempre stato una persona iperattiva, impegnata, interessata. Dopo il rientro in America, ha lavorato nel mondo della finanza senza mai lasciare Manhattan. “Il Dottor Bogoncelli pensò che sarei stato perfetto per la Costa Crociere che era a New York. Ho lavorato per loro fino a quando non si sono trasferiti a Miami. Io invece volevo rimanere a New York: sono andato a Lehmann & Brothers e poi a Barclays”, racconta. L’11 settembre 2001 lavorava nella zona delle Torri Gemelle. Fortunatamente non si trovava lì nel momento degli attentati. “Ma per alcuni giorni non sono stato in grado di contattare gli amici e loro me. Ho capito quanta gente a Milano ci tenesse alla mia salute”. Quando è tornato per il ritiro della maglia nel 2013, ha scritto da solo il suo discorso in italiano. Voleva che fosse chiaro quanto i suoi allenatori e compagni avessero contato per lui. “Avevo grande rispetto per la squadra di Varese, per la società, ma quando seppi che Meneghin era stato ceduto a Milano ho pensato che finalmente il suo navigatore avesse cominciato a funzionare correttamente. Mi sarebbe piaciuto giocare con Meneghin perché avevamo caratteri simili. Lui giocava in allenamento come se si trattasse di una partita amichevole ma giocava le amichevoli come se fossero partite di campionato e ogni partita di campionato per lui era come Gara 7. Per me era la stessa cosa”, dice Kenney.

“Mi sarebbe piaciuto giocare con Meneghin perché eravamo simili. Lui giocava in allenamento come se fosse una partita di campionato. E le partite di campionato erano tutte come una Gara 7. Io ero identico”

Kenney ha sempre dialogato perfettamente in italiano perché è figlio di una differente generazione di giocatori. A quei tempi c’era un solo straniero per squadra, al massimo due per giocare nelle coppe, e imparare la lingua era l’unico modo per comunicare davvero soprattutto in un’era in cui l’inglese non era popolare come in seguito. Kenney è stato un figlio dei suoi tempi e anche la quintessenza non solo del combattente ma dell’uomo squadra, del perfetto compagno in spogliatoio, quello che mette gli interessi del gruppo davanti ai suoi. Ma era anche un eccellente giocatore il cui carattere da gladiatore e appunto le risse hanno nascosto le qualità di supremo rimbalzista, di eccellente attaccante. Ma di sicuro quando si menziona il carattere del giocatore che più piace al pubblico di Milano, uno che si butta sulle palle vaganti, gioca infortunato, con energia e coraggio, uno che non ha paura di nulla, bisogna ricordare che tutto nacque con Arthur Kenney. Poi ci sono stati Dino Meneghin a terra con i crampi nella finale di Losanna contro il Maccabi. Ci sono stati guerrieri come Roberto Premier e la maxirissa di Livorno, come Mason Rocca, Bruno Cerella e Kyle Hines. Ma tutto ci riconduce a Kenney. Il suo modo di interpretare il basket è quello che ha descritto una tipologia di giocatore perfetto per rappresentare l’Olimpia. “Quando arrivò a Milano, Brumatti gli disse che il pallone doveva buttarlo nel canestro, non sbucciarlo come fosse un’arancia – ride Masini -, ma era un lottatore incredibile, era davvero l’anti-Meneghin”.

“Quando arrivai a Milano, sapevo di dovermi adattare ad una squadra di nazionali, giocatori di alto livello. Capii subito che avrei dovuto riempire i buchi, aiutare, ma ero abituato a farlo”

Il suo vero rimpianto, che si è portato dietro tutta la vita, riguarda lo spareggio del 1973. “Nella vita credo che rifarei quasi tutto come l’ho fatto ma se potessi cambiare qualcosa sarebbe lo spareggio del 1973 contro Varese, a Bologna”. Fu la sua ultima partita con la maglia del Simmenthal, i migliori anni della sua vita.

Arthur Kenney continua a frequentare il Forum ogni anno

“Dopo il Simmenthal, tornai a Le Mans in Francia – dice Kenney -: bella esperienza ma a quei tempi avevano una mentalità dilettantistica, ci allenavamo due volte alla settimana poi il sabato giocavamo. Mi feci consegnare le chiavi della palestra per allenarmi da solo o con qualche compagno volenteroso. Poi ci fu Napoli: segnai il canestro che ci portò allo spareggio salvezza. Venni stoppato, ripresi la palla e tirai ancora segnando. Le stoppate non mi intimidivano: a Power Memorial in allenamento quante volte mi avrà stoppato Abdul-Jabbar? A Napoli vidi un altro modo di concepire la vita. A Milano si vive per lavorare, a Napoli si lavora per vivere. Ricordo che in allenamento ad un certo punto ci si fermava a prendere il tè. Io restavo in campo a tirare i liberi”. Sorride. Sono stati i migliori anni della sua vita.

Con la figlia Kirsten e la moglie

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