Olimpia e Olympiacos si sono incontrate spesso negli ultimi anni di Eurolega. Probabilmente le due affermazioni più significative della strepitosa partecipazione dell’Olimpia di due anni fa sono state realizzate proprio contro i rossi del Pireo: prima in casa, un clamoroso più 30 che interruppe l’imbattibilità europea della squadra greca e nel girone di ritorno in trasferta, una vittoria che lanciò l’EA7 verso i playoffs, la prima esterna nelle Top 16. Ma è vero che l’Olympiacos è stata una delle grandi potenze del basket europeo dell’ultimo ventennio. Il club è stato fondato nel 1930 e ha vinto il primo titolo greco nel 1949 ma non si può parlare di una grande realtà internazionale fino agli anni ’90 quando Ioannis Ioannidis costruì una superpotenza. Ioannidis era stato in precedenza l’allenatore dell’Aris Salonicco che incrociò le armi con lo squadrone milanese di Dan Peterson nel famoso preliminare ribaltato da meno 31.
L’Olympiacos vinse il primo titolo europeo nel 1997 con Dusan Ivkovic in panchina, David Rivers in campo e il bomber Eddie Johnson a crivellare le retine. Successe a Roma: l’Olympiacos aveva vinto in precedenza quattro titoli ellenici così l’affermazione del Palaeur – in un’edizione delle Final Four che l’Olimpia non raggiunse perdendo gara 3 dei quarti in casa contro l’Olimpia Lubiana – fu il coronamento di un ciclo. Nelle stagioni seguenti, il club si perse un po’ a livello europeo salvo riemergere con investimenti a tratti clamorosi nell’ultima decade. L’Olympiacos ha strappato Josh Childress alla NBA, riportato in Europa il centrone Rasho Nesterovic, Linas Kleiza quando era un giocatore importante nella NBA, Milos Teodosic ma il colpo di tutti i colpi fu il ratto di Vassilis Spanoulis, strappato agli eterni rivali del Panathinaikos. Per qualche tempo, ad Atene, Spanoulis è stato costretto a guardarsi le spalle… Ma con Spanoulis, l’Olympiacos è tornato ad imporsi in Europa vincendo l’Eurolega nel 2012 (con Ivkovic) e nel 2013 (con Coach Bartzokas, sostituito l’anno passato da Sfairopoulos, ora firmato fino al 2018) mai da favorito, anzi in un momento in cui gli investimenti massicci degli anni precedenti si stavano riducendo. Incredibilmente però il successo internazionale non ha coinciso con quello interno dove il Panathinaikos più che un rivale è stato soprattutto un incubo. Il titolo vinto nel 2015 è stato il secondo in 18 stagioni: per una squadra come questa, un’anomalia pura.
I reds restano anche quest’anno una delle grandi potenze dell’Eurolega, finalisti anche la stagione scorsa con l’impresa di Madrid in semifinale contro il CSKA, ma sul mercato hanno dovuto cambiare strategia passando dal rastrellamento dei giocatori più forti, senza curarsi dei costi, alla valorizzazione di giocatori non ancora affermati come è stato per Kyle Hines – passato poi a Mosca -, per Bryant Dunston – volato all’Efes – o Kostas Sloukas (al Fenerbahce). Kostas Papanikolau è andato da qui al Barcellona e poi nella NBA. Quest’anno l’operazione viene ripetuta con Patric Young soprattutto ma anche DJ Strawberry. L’unico giocatore sul quale non ci sono stati sconti è stato Spanoulis: da quando il budget pur rimanendo di prima fascia non è più stato uno dei primi tre-quattro d’Europa, la squadra è stata costruita attorno alla classe di questo giocatore di qualità soprattutto offensive fantastiche. Un’altra caratteristica è sempre stata quella di puntare sulla quantità, con grandi rotazioni e tanti giocatori alternabili in ogni ruolo anche se della formazione odierna è facile identificare in Young, il bomber Matt Lojeski e naturalmente Giorgios Printezis i cardini del gruppo a parte Spanoulis.
Come tutte le squadre di Atene, anche l’Olympiacos è fortemente legato ad una zona geografica, in questo caso quella del porto del Pireo. Il palasport, incredibilmente somigliante al vecchio elefante di San Siro che crollò nel 1995 sotto la neve, si trova a poche centinaia di metri dal mare. L’Olympiacos è una polisportiva ma la gestione dei club è separata. Solo le tifoserie si mischiano: la scritta “Gate 7” che i tifosi si portano dappertutto ricorda un disastro calcistico che si verificò nel 1981: dopo una vittoria sull’AEK Atene per 6-0 i tifosi corsero fuori dello stadio per celebrare uscendo appunto dal cancello 7. Pare però che una porta fosse parzialmente chiusa rendendo l’uscita difficoltosa al punto che la folla si ammassò sullo stesso punto determinando la morte di 21 tifosi. Da allora la tifoseria prende sempre posto dietro lo striscione “Gate 7” per ricordare quanto accadde in quel tragico giorno di febbraio.
Nella foto Bruno Cerella a canestro durante l’81-51 di due anni fa.