Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano lo scorso 9 gennaio 2026 ha celebrato i 90 anni di attività. Il 4 aprile 1972 il Simmenthal vinse a Roma il secondo di tre spareggi consecutivi, epici, giocati contro Varese che aveva appena vinto il titolo europeo. L’Olimpia in quella stagione vinse scudetto, Coppa Italia e Coppa delle Coppe. Ecco la storia di quell’impresa.

Varese era al top. Aveva vinto lo scudetto nel 1969, nel 1970 e nel 1971. Tre di fila. Dopo il primo dei tre titoli aveva conquistato il diritto di giocare la Coppa dei Campioni e nel 1970 era stata la seconda squadra italiana a salire sul tetto d’Europa. Eppure, il ciclo era solo all’inizio. Il roster di Varese era una sorta di futura Hall of Fame del basket italiano: Aldo Ossola playmaker; Manuel Raga, il messicano, guardia, Dino Meneghin e Otorino Flaborea come centri; Ivan Bisson ala; Marino Zanatta, milanese cresciuto nell’altra squadra di Milano generalmente come sesto uomo. L’allenatore, era Asa Nikolic, considerato uno dei padri fondatori del basket serbo. Era arrivato in Italia e aveva fatto grande il Petrarca Padova battezzando il debutto in Serie A di Renzo Bariviera. Poi nel 1969, era approdato a Varese al posto del professor Nico Messina che nel frattempo aveva già dotato la squadra di un talento generazionale, quello di Dino Meneghin. Nel 1970, a Varese c’era ancora un grande ex Olimpia, Paolo Vittori. La squadra si chiamava Ignis ed era il grande progetto sportivo di Giovanni Borghi: basket, ma anche calcio e ciclismo. Insomma, Varese era uno squadrone. Se negli anni ’60 l’Olimpia aveva dominato la scena. Gli anni ’70 sarebbero stati gli anni della grande Ignis (e poi Mobilgirgi), della valanga gialla varesina.

Il numero 6 del Simmenthal, Pino Brumatti. L’8 era Massimo Masini

L’Olimpia aveva cominciato a cambiare pelle dopo la conquista della Coppa dei Campioni del 1966 e il ritorno in finale dell’anno successivo. Poi era partito il ricambio generazionale determinato dalle partenze di Gianfranco Pieri, Gabriele Vianello e – per ultimo, nel 1970 – di Sandro Riminucci. Ma mentre i “Big Three” imboccavano il viale del tramonto, il Simmenthal aveva enfatizzato il ruolo crescente di Giulio Iellini e Massimo Masini. Poi da Padova aveva preso Renzo Bariviera. Tutti e tre nel 1971, dopo lo spareggio scudetto perso con l’Ignis, avevano giocato gli Europei con la Nazionale Italiana. Un anno dopo, nel 1972, sarebbero stati addirittura sei, i nazionali: gli stessi tre più Giorgio Giomo, un playmaker detto “Giometto” per distinguerlo dal fratello maggiore Augusto che a Milano era stato in passato, l’emergente Pino Brumatti, e Mauro Cerioni. Anche l’Olimpia era uno squadrone.

Ma la differenza la fece l’arrivo nel 1970 di Arthur Kenney. Nei due anni precedenti lo straniero era stato Jim Tillman, atletico, duro, ma piccolo, 1.93, per il ruolo di ala accanto a Masini. Tillman non aveva giocato male, cifre alla mano, ma non era il giocatore che serviva a Cesare Rubini. Fu allora che Sandro Gamba, suo assistente e anche di più, gli suggerì di prendere da Le Mans il rosso da combattimento, Sir Arthur Kenney. “L’arrivo di Kenney ha cambiato un po’ il nostro modo di giocare: abbiamo cominciato a difendere e picchiare come faceva Varese”, ha detto Renzo Bariviera. “L’Olimpia aveva bisogno di un’ala forte che giocasse accanto al nostro pivot Massimo Masini. Il talento non era un problema: quello che ho cercato di fare era dare alla squadra quello che serviva”, racconta Kenney. Quindi rimbalzi, difesa, mentalità, durezza e 14-15 punti a partita.

“L’arrivo di Kenney ha cambiato un po’ il nostro modo di giocare: abbiamo cominciato a difendere e picchiare come faceva Varese”

Renzo Bariviera

Nel 1970/71 l’Olimpia perse lo spareggio di Roma con Varese ma vinse la Coppa delle Coppe battendo in finale lo Spartak Leningrado guidato da Sasha Belov che nel 1972 sarebbe passato alla storia per il canestro che diede all’Unione Sovietica l’oro olimpico di Monaco. “Perdemmo la partita in Russia. Non ci trattarono bene. Ero molto arrabbiato. Ma Pino Brumatti, che era buono come un pezzo di pane, una persona semplice, uno che se avessi avuto bisogno ti avrebbe aiutato sempre, mi disse che a Milano le cose sarebbero state diverse. E lo furono”, racconta Kenney. La stessa squadra dell’Olimpia si ripresentò al via la stagione successiva con l’obiettivo di insidiare la grande Ignis. Ma nel girone di andata perse tutti gli scontri diretti, con Cantù, con Bologna e a Varese, scivolando lontano dal vertice.

Il girone di ritorno però fu uno spettacolo: l’Olimpia vinse tutte le partite prima di arrivare alla settimana cruciale della stagione. Nella stessa settimana, infatti, sarebbe stata impegnata nella finale di Coppa delle Coppe a Salonicco contro la Stella Rossa e avrebbe ospitato al Palalido l’Ignis. Battendola, l’avrebbe condannata ad un altro spareggio. Una settimana per cuori forti.

Giulio Iellini era il playmaker titolare della squadra del “Piccolo Slam”

Nel girone finale della competizione europea l’Olimpia si trovò ad affrontare la Stella Rossa, allenata dal padre di Sasha Djordjevic. A Milano, vinse con 24 punti di margine. Per finire il girone prima avrebbe dovuto difendere lo scarto. A metà gara era sotto di due punti. “Era una partita equilibrata. Poi ci fu una rimessa davanti alla loro panchina. Un giocatore serbo, Lazarevic, colpì Bariviera alle spalle. Coach Rubini intervenne. Moka Slavnic, il loro playmaker, lo colpì con un calcio. Non potevo permetterlo. Era il mio allenatore, il Principe Rubini”, ricorda Kenney. Si precipitò all’inseguimento dell’avversario. Sentendosi perduto, Slavnic corse sulle tribune. “Ci fu una sorta di effetto Mosè. Si aprirono le acque – scherza Kenney – Arrivarono i poliziotti serbi, mi fermarono”. Kenney venne espulso. Nel parapiglia Brumatti si ruppe una mano. La Stella Rossa vinse di 26 e finì il girone davanti. Ma le due squadre si ritrovarono in finale. La FIBA decise che non si poteva tornare a Belgrado e designò Salonicco come sede neutra. “Trascorsi il riscaldamento sotto il nostro canestro a guardarli. Volevo proteggere tutte le mie energie – racconta Kenney – Gli sono entrato in testa”. L’Olimpia controllò la gara nel primo tempo (13 punti di vantaggio massimo), poi subì la rimonta avversaria ma rispose ancora. Kenney segnò 23 punti. MVP di fatto della finale. L’Olimpia vinse 74-70.

“Trascorsi il riscaldamento sotto il nostro canestro a guardarli. Volevo proteggere tutte le mie energie. Gli sono entrato in testa”

Arthur Kenney sulla finale di Coppa delle Coppe

Da Salonicco tornò a Milano per completare l’opera. Kenney, che stava attraversando un periodo di forma straordinaria, segnò 21 punti al Palalido contro l’Ignis guidando l’Olimpia al 77-72 finale. Fu la partita che finì con Kenney e Meneghin aggrappati uno all’altro come due pesi massimi dopo il gong. Nulla di grave. I due ci avrebbero scherzato per anni. “Io ero stato preso per essere l’anti Meneghin”, ricorda Arthur. Varese aveva due centri della Nazionale, l’esperto Otorino Flaborea, l’uomo del gancio cielo versione italiana, e il giovane Meneghin. L’Olimpia rispondeva con la classe di Massimo Masini e il furore agonistico di Art Kenney. “Fuori del campo è un baronetto, in campo si trasforma e diventa una belva”, disse di lui il grande allenatore Riccardo Sales, che ai tempi allenava l’altra squadra di Milano.

Pino Brumatti con la figlia all’ingresso del Palalido

E così si arrivò al 4 aprile 1972. PalaEur di Roma. 15.000 spettatori. Diretta televisiva per la partita dell’anno. Il secondo spareggio consecutivo, ma il quarto tra le due squadre. L’Olimpia aveva già vinto a Bologna nel 1962 e a Roma nel 1966 ma a tavolino per l’utilizzo irregolare dell’italoamericano Tony Gennari. Poi c’era stato lo spareggio del 1971 conquistato dall’Ignis. Quel giorno a Roma, l’Olimpia sfidava non solo i detentori del titolo ma anche la squadra che aveva appena conquistato la Coppa dei Campioni battendo 70-69 la Jugoplastika. “Paragono quel caso a quanto successe a UCLA ai tempi in cui il mio ex compagno di squadra al liceo Kareem Abdul-Jabbar giocava nella squadra dei rookie che all’epoca non potevano giocare in prima squadra. UCLA vinse il titolo universitario ma perse la sfida al campus con i rookie. Quindi erano i migliori nel paese ma i secondi nel loro campus. Da noi, Varese era la squadra più forte d’Europa ma non d’Italia”, ricorda Kenney.

“Varese era la squadra più forte d’Europa. Ma non era la squadra più forte d’Italia”

Arthur Kenney

Pino Brumatti fu decisivo nel guidare la rimonta dell’Olimpia da meno nove nel primo tempo in cui fece sei su sei dal campo dopo che l’Ignis aveva preso possesso della gara con un break di 16-4. “Brumatti era il fratello minore di tutti noi; lui aveva bisogno di un fratello maggiore ed ero io. Era una persona semplice, ma non lo dico in senso negativo: era un ragazzo senza complicazioni”, dice Kenney che ancora oggi considera Elisa, la figlia di Pino, “la mia figlia italiana”.

Nel secondo tempo, andò avanti anche di sei punti il Simmenthal quando Rubini si trovò a giocare gli ultimi dieci minuti di partita senza Kenney, fuori per falli. Un minuto dopo perse anche Gilio Iellini. “Giomo è stato l’uomo della svolta – disse Rubini dopo la partita – Uscito Iellini, ha costruito lui il successo abbassando il ritmo e ragionando di più con la palla”. Furono Brumatti, Bariviera e Masini a tenere viva la squadra, che andò sotto, ma rimontò fino al 60-60 dell’ultimo minuto, quando Bariviera fece 2/2 dalla lunetta e schiacciò una palla persa da Varese per il 64-60. “Aver vinto lo spareggio senza di me per dieci minuti dimostra quanto fosse profonda quella squadra – ricorda Kenney – A me piaceva dire che ogni formazione aveva non uno o due americani ma uno o due handicap”.

“Giorgio Giomo è stato l’uomo della svolta. Uscito Iellini per falli, ha costruito lui il successo abbassando il ritmo”

Cesare Rubini

L’Olimpia vinse poi anche la Coppa Italia che si disputò interamente a fine stagione con una serie di turni che elessero le quattro finaliste, tutte lombarde: le due squadre di Milano, Varese e Cantù. L’Olimpia spazzò via la Pallacanestro Milano in semifinale poi vinse anche la finale di Torino contro l’Ignis: fu la terza vittoria consecutiva contro Varese dopo che l’Ignis era diventata la squadra campione d’Europa. Il successo di Torino – determinato da una grande prova di Pino Brumatti – rappresentò la prima Coppa Italia vinta dall’Olimpia ma soprattutto servì a completare il cosiddetto “Piccolo Slam”, tre trofei su tre vinti anche se quello europeo venne ottenuto nella seconda competizione.

L’esplosione di gioia della panchina dell’Olimpia

Lo stesso gruppo di giocatori tornò a giocarsi lo spareggio, il terzo consecutivo, contro Varese un anno dopo, questa volta perdendolo contro una squadra che aveva sostituito Manuel Raga con Bob Morse. L’Olimpia giocò la Coppa dei Campioni raggiungendo la semifinale proprio contro Varese ma ci arrivò senza Arthur Kenney, infortunato. Inoltre, il club sia per la filosofia di Rubini che non amava avere due squadre differenti sia per una questione economica, aveva scelto di non prendere uno straniero solo per la coppa a differenza di Varese. Il ciclo durò circa tre anni poi la squadra venne ricostruita in modo graduale incluso il disimpegno nel 1974 di Cesare Rubini. Ma la squadra del 1970-1973 ha sempre avuto un posto speciale nella storia del Simmenthal per la sua capacità di giocare da underdog e di determinare la cultura combattiva del club.

Iellini, Brumatti e Masini, i Big Three italiani del Simmenthal

Lo Spareggio del 4 Aprile 1972 a Roma

Simmenthal Milano-Ignis Varese 64-60 (22-27)

Simmenthal Milano: Milano  Iellini 10, Brumatti 14, Masini 8, Bariviera 9, Cerioni 8, Giomo, Kenney 12, Bianchi, Jacuzzo, Ferrari. Coach: Rubini
Ignis Varese:  Rusconi 2, Flaborea 2, Vittori 4, Zanatta 3, Ossola, Meneghin 22, Raga 25, Gennari 2, Malachin, Vigna. Coach: Nikolic.

Cesare Rubini: quello del 1972 fu il suo ultimo scudetto

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