In questa serie ricostruiamo momenti e personaggi che hanno composto lungo 90 anni di storie e passione l’Olimpia Milano. Oggi parliamo della Coppa Italia conquistata nel 2016 a Milano, la prima dopo venti anni. In particolare, dell’episodio che riguarda Bruno Cerella, il guerriero di quella squadra: si infortunò al menisco nel quarto di finale del venerdì e andò in campo 48 ore dopo in finale

La Coppa Italia aveva le stimmate della competizione stregata. Nell’era Armani, l’Olimpia aveva rimediato una non qualificazione nel 2009; eliminazione nei quarti di finale nel 2010 e nel 2011; in semifinale nel 2012; nei quarti di finale nel 2013 e nel 2014. Nel 2015, aveva superato due ostacoli, ma si era fermata nella finale di Desio contro Sassari. E infine, eccoci al 2016 con il desiderio di sfatare il tabù. La squadra allenata da Jasmin Repesa aveva faticato a mettersi in ritmo: in EuroLeague era stata eliminata nella prima fase e sul mercato aveva operato per colmare alcune lacune: erano arrivati infatti Mantas Kalnietis per migliorare la regia ed Esteban Batista per avere un centro di post basso. Inoltre, era rientrato da un infortunio Rakim Sanders che di quelle Final Four sarebbe diventato l’MVP.

L’Olimpia vinse quella Coppa Italia in modo energico, autoritario, distruggendo prima Venezia, poi Cremona e infine – in modo più sofferto – Avellino. Ma attorno a quella Coppa Italia c’è il mistero della resurrezione di Bruno Cerella. Uno dei giocatori più amati da Milano per lo spirito, l’attaccamento, per empatia e le caratteristiche classiche del DNA Olimpia, Cerella si infortunò al menisco durante il quarto di finale con Cremona. Si operò subito, saltò la semifinale, ma si presentò in campo in finale contro Avellino. In 48 ore, ebbe un infortunio, un’operazione chirurgico e la conquista della Coppa Italia. Non facendo semplice presenza ma giocando (conquistò anche cinque rimbalzi).

Bruno Cerella, cosa successe in quel week-end magico?

“Ci sono state tante componenti che hanno reso possibile quella impresa. La prima: si giocava a Milano, a casa nostra, il medico sociale dell’Olimpia era lo stesso che mi avrebbe operato e l’operazione si sarebbe svolta a Milano. Io mi sono infortunato il venerdì durante i quarti di finale: se mi fossi infortunato il sabato non sarei potuto rientrare. Questo è il secondo fattore. Invece, il sabato ero sotto i ferri. Alla fine, il dottor Marco Bigoni, dopo avermi operato, mi chiese cosa avrei fatto il giorno dopo. Risposi: “Doc, se me lo permetti, domani, se stasera battiamo Cremona, vado a vedere la finale”. “No, no – mi rispose – tu domani giochi”. Io mi fermai, mi voltai, guardando i suoi assistenti, gli infermieri, gli anestesisti. Anche loro si guardavano tra di loro. Ma capii che era serio. “Doc – dissi – se mi dici che posso farlo, io vado in campo” Lui mi disse che potevo farcela, che ci avremmo lavorato”.

Bruno Cerella nel quarto di finale vinto con Venezia in cui si infortunò

Com’è stata quella giornata?

“Mi sono svegliato in ospedale, mi sono vestito e sono andato al Forum a fare l’allenamento. I compagni mi guardarono come fossi un alieno perché non si aspettavano di vedermi. Ma mi sono allenato, ho pranzato con loro, non ho dormito perché ero completamente fuori giri, e sono andato alla partita. Quando sono entrato in spogliatoio, l’Olimpia mi ha fatto una foto e l’ha postata sui social. La vidi dopo la partita. C’era questo post: “Bruno Cerella gioca!” E si è scatenata la bufera. A Coach Repesa dissi solo una cosa: “Non vengo qui per alzare la coppa e giocare se siamo avanti di venti o sotto di venti e raccontare una bella storia. Vengo per giocare e aiutare la squadra a vincere. Se pensi ti serva sono qui, usami” Era incredulo anche lui”.

“L’Olimpia pubblicò una foto: Bruno Cerella gioca! E si scatenò una bufera. A Coach Repesa dissi solo: “non vengo per alzare la coppa, vengo per aiutare la squadra a vincere”

Un’esperienza indimenticabile, una di quelle che valgono una carriera.

“È stata una serata, anzi direi che è stato uno dei week-end più adrenalinici della mia vita. Da un momento bruttissimo, un infortunio, che per un atleta è qualcosa di terribile, tra l’altro in un momento così importante, è nato un trofeo. Oggi mi fanno male le ginocchia, ma va bene così, perché volevo alzare quel trofeo e l’ho fatto. Alla fine della partita avevo 39 di febbre. Il dottor Bigoni è venuto a darmi una tachipirina. Gli ho detto, lascia stare, vado semplicemente a dormire. Davvero bello!”

Bruno Cerella durante la finale vinta contro Avellino

Alla fine, ti definisti un kamikaze.

“Sicuramente, non fu una situazione normale. Senza un pizzico di follia non sarebbe stato possibile, ma più razionalmente ci fu anche tanta fiducia nei professionisti che avevo con me, coraggio e la consapevolezza che, se non fosse stata una finale, magari avrei evitato di farlo. Ma quel giorno non volevo perdermi la possibilità di alzare il trofeo, di essere lì in quel preciso momento, insieme alla squadra. Oggi, guardo indietro e dico che sono felice di averlo fatto”.

“Ero l’uomo delle missioni impossibili, marcare Diamantidis, Spanoulis o Huertas. Mi sentivo utile alla squadra ed ero contento

Quando entravi in campo, diventavi una specie di trascinatore, un capopopolo. Hai sempre avuto grande empatia con il pubblico. Da dove nasceva?

“A 40 anni, con la consapevolezza dell’età, riconosco due componenti. Uno è il modo di giocare: alla gente piace vedere un giocatore che ha tecnica ma si sbatte anche, uno che può dare qualcosa che non sia solo un canestro ma anche una palla sporca, un tuffo, tutto ciò che trasmette emozioni. E poi la difesa. Ho visto tante partite cambiare grazie all’ingresso di un nono o decimo uomo che fa partire tutto dalla difesa e non dall’attacco. La gente lo apprezza. Io mi riconosco in questa descrizione: ero l’uomo delle missioni impossibili, come succedeva quando marcavo Diamantidis, Spanoulis o Marcelinho Huertas. Sono esempi. Io mi sentivo utile alla squadra ed ero contento. La seconda componente è l’aspetto umano. Se a 40 anni ho scelto di vivere a Milano è perché qui ho costruito la mia famiglia, qui ho i miei amici, i miei progetti, i miei business, le persone che frequento abitualmente. Questa è diventata casa mia, Milano è la mia città, l’Italia è il mio paese, l’Olimpia è la mia squadra. Questi sono sentimenti reciproci. Così oggi vengo alle partite e mi piace sostenere l’Olimpia. È stato un fatto naturale, di cui sono orgoglioso”.

La gioia per la conquista della Coppa Italia: la prima dell’Olimpia dal 1996

Che giocatore era Bruno Cerella?

“Ero consapevole di poter avere un ruolo anche in una squadra importante. Sapevo che dal punto di vista dell’atteggiamento avrei portato qualcosa di diverso, così dal punto di vista difensivo e dell’intelligenza emotiva, che è la gestione dei diversi momenti delle partite. E sono sempre stato capace di non esaltarmi troppo dopo le grandi vittorie e di non deprimermi dopo le peggiori sconfitte. Questo mi ha sempre permesso di essere solido e ha dato agli allenatori la possibilità di considerarmi affidabile. I miei coach conoscevano i miei limiti, ma li conoscevo anche io. C’erano giocatori in quelle squadre più dotati di talento offensivo, ma l’allenatore sapeva come valorizzarmi. Penso a Luca Banchi: quante volte si è girato verso la panchina e mi ha detto “entra”. Magari mancavano sette secondi. Un altro giocatore magari non l’avrebbe presa bene. Io conoscevo il mio ruolo ed ero felice di aiutare la squadra anche in sette secondi, anche solo permettendo a Keith Langford di non rischiare il terzo fallo. I riscontri migliori, infatti, li ho sempre avuti dai miei compagni: so che apprezzavano giocare con me”.

“Conoscevo il mio ruolo. Potevo essere anche in sette secondi, evitando che Keith Langford commettesse il terzo fallo. E i miei compagni apprezzavano giocare con me”

Ed eri sempre in una forma fisica strepitosa.

“La mia carriera è stata costruita su costanza e dedizione, oltre a conoscere i miei limiti. Se non li conosci, se non ne hai la giusta consapevolezza, poi non hai coscienza di cosa devi fare. Io invece la mattina mi svegliavo sapendo cosa avrei dovuto fare: il lavoro era il mio pane quotidiano. Ho sempre tratto beneficio dal giocare, avere come compagni, giocatori migliori di me dal punto di vista del talento offensivo. Questo mi metteva in difficoltà, mi obbligava a mettermi in discussione, a dover dare il massimo per rubare qualche minuto a compagni più forti. Alla fine, giocavamo per obiettivi comuni, per vincere. Quindi sacrificarsi per il bene della squadra era giusto. Ma al tempo stesso, volevo giocare di più. Questa era la mia sfida quotidiana: mettere in difficoltà l’allenatore, fargli venire il dubbio di dovermi dare più spazio. All’interno di una grande squadra conoscere il proprio ruolo ed esprimere il proprio potenziale sono i fattori che permettono a un giocatore di divertirsi e di avere stagioni appaganti. Io credo di essermi divertito ogni giorno”.

Il “Kamikaze” dopo la vittoria

Quando parli di te come giocatore ti definisci sempre come qualcuno non particolarmente dotato di talento. Ma poi aggiungi “nella fase offensiva”. Significa che viceversa pensi di aver avuto talento difensivo?

“Penso di essere stato molto bravo a difendere. Per tanti motivi: ero attento ai sistemi di gioco avversari; con il tempo ho imparato a conoscere le tendenze degli avversari e ad usarle a mio vantaggio; poi potevo difendere su diverse tipologie di giocatore, e questo non tutti riescono a farlo; poi non avevo problemi ad usare i miei falli se serviva e infine mi rendevo conto che con la difesa potevi davvero cambiare il ritmo di una partita. Quando la partita era bloccata in attacco magari una palla rubata ti permetteva di segnare in contropiede e ottenere punti facili. Il nostro sport si chiama pallacanestro e ci sono tanti giocatori bravi a fare canestro, cui piace fare canestro, tirare, schiacciare. Ma se anticipi il miglior attaccante dell’altra squadra dieci volte di fila magari non lo trovi in nessuna statistica. Eppure, l’impatto emotivo e tecnico è importante. In un grande sistema servono tante componenti che permettono di suonare la sinfonia migliore. E se perdi perché gli altri sono stati più bravi pazienza, non succede niente”.

“Ho visto giocatori di talento ma senza leadership. Preferisco chi ha meno talento, ma ha carisma e personalità. Com’era Chacho Rodriguez”

Ma con Sassari in quella storica, amara, Gara 7 di semifinale del 2015 prima che andasse al supplementare, in seguito ad un episodio mal interpretato, avevi segnato i tiri liberi del più tre. Per una volta avevi vinto una partita in attacco.

“Ero consapevole che non spettava a me il tiro decisivo, ma ero felice di essere in campo nei minuti decisivi. Così sono andato per prendere quel rimbalzo, l’ho preso, e i tiri liberi rappresentavano il mio momento. E non ho fallito. È stato un momento bellissimo per la mia carriera. Purtroppo, ha vinto Sassari, purtroppo nessuno lo ricorda. Ma lo ricordo io e tanto basta”.

Keith Langford e Bruno Cerella

Fai parte di quella linea storica immaginaria di giocatori dell’Olimpia apprezzati al di là delle statistiche.

“A me, ad esempio, piace molto Zach LeDay per come trascina il pubblico, come trasmette energia a tutti. Gliel’ho anche scritto in un messaggio. L’energia non si trasmette solo segnando, ma anche attraverso tante piccole cose. A me piacciono i giocatori che hanno talento ma anche leadership. Ho visto tanti giocatori avere grandissimo talento ma non leadership. È un difetto, è un problema che non completa un giocatore. Preferisco un giocatore meno talentuoso ma con carisma e personalità, com’era Chacho Rodriguez. Infatti, credo che dal punto di vista emotivo, tecnico, della leadership negli ultimi anni lui è colui che ha lasciato il segno più profondo”.

Rakim Sanders fu MVP delle Final Eight del 2016

La tua è stata una storia incredibile, cominciata a Massafra a 18 anni, provenendo dall’Argentina.

“Non me lo sarei mai aspettato. Sono arrivato qui a 18 anni, con una bicicletta, 250 euro e una piccola casa in cui abitare. Da quel momento, costanza, dedizione al lavoro, coraggio, bravura, fortuna – ma devi sostenerla con l’impegno -, il lavoro quotidiano mi hanno portato a raggiungere tutti questi obiettivi, a vivere una vita sportiva in modo bellissimo e a costruirmi un’esistenza in un paese straniero. È stato qualcosa di magico: sono grato alla vita, anche degli infortuni che ho subito. Ci sono stati momenti di riflessione, in cui ho dovuto lavorare su me stesso per superare le difficoltà. Ma sono orgoglioso del cammino che mi ha portato ad essere un ex giocatore che ha avuto una carriera vincente, a tutti i livelli”.

“Sono arrivato in Italia a 18 anni, con una bicicletta e 250 euro. Lavoro, coraggio, fortuna mi hanno portato dritto a vivere qualcosa di magico. Sono grato anche degli infortuni che ho avuto”

Quando hai capito che ce la stavi facendo?

“Ero in B1 a Casalpusterlengo. Mi hanno convocato nella nazionale giovanile di categoria, con Walter De Raffaele come allenatore. Mi sono confrontato con i migliori italiani del momento in Serie B e sono andato bene. Poi mi ha convocato Charly Recalcati in Nazionale. In quell’anno mi sono reso conto che avrei potuto fare il salto che mi ha condotto a Teramo, con Andrea Capobianco, a giocare alle spalle di David Moss. Quello è stato il momento della consapevolezza”.

Il rapporto di Bruno Cerella con il mondo Olimpia non si è mai indebolito

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