Questo articolo fa parte della serie “Novanta anni di storie e di passione”. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di esistenza. Oggi riviviamo quanto successe il 27 giugno 2014 quando l’Olimpia conquistò lo scudetto numero 26 dopo 18 anni di astinenza. Fu il primo titolo dell’era Armani

The Shot. L’iconico canestro di Curtis Jerrells che aveva deciso Gara 6 e riportato la finale scudetto a Milano era “vecchio” appena due giorni. Ma sarebbe rimasto tale, una prodezza, se l’Olimpia non avesse completato il lavoro in Gara 7 al Forum dopo 48 ore. Quando andò in campo per quella sorta di spareggio l’Olimpia aveva il primo match-point tricolore dal 1996. Aveva una striscia di quattro finali perse consecutivamente e non vinceva un trofeo sempre dal 1996. Diciotto anni di astinenza.

La squadra rientrò a Milano la notte dopo Gara 6, arrivando quasi all’alba. Il giorno successivo, i biglietti vennero bruciati in poche ore, forse minuti, mentre Alessandro Gentile visse un altro momento della sua settimana indimenticabile venendo selezionato nei draft NBA dagli Houston Rockets. E infine, la mattina della partita, l’allenamento venne effettuato senza Gani Lawal, uno dei migliori a Siena: si era semplicemente addormentato tardi, a notte fonda, e non si era svegliato in tempo. Arrivò trafelato al Forum, in tempo per la fine della seduta: chiese scusa ai compagni e la sera giocò la partita che doveva giocare. Il clima era indescrivibile.

Gani Lawal contro Othello Hunter in Gara 7

L’Olimpia aggredì la partita con feroce determinazione (“Volevano distruggerci”, scrisse Marco Crespi, allora coach di Siena, nel suo libro-diario di quella stagione): tenne Siena a nove punti segnati nel primo quarto ma a sua volta perse qualche opportunità. Langford fece 0/2 dalla lunetta in chiusura di periodo, qualche tiro aperto venne sbagliato, un contropiede tre contro uno generò una palla persa. Andò avanti 19-9 ma senza capitalizzare come avrebbe potuto. Un momento di terrore ci fu quando Gentile – chiesto il cambio – scappò in spogliatoio. Fortunatamente fu solo uno spavento. All’intervallo il vantaggio era di nove punti ma diventarono 12, 41-29, all’inizio della ripresa. E poi la luce si spense.

Nicolò Melli al tiro su Matt Janning

Hunter completò un gioco da tre punti, Josh Carter trovò la mattonella giusta da cui fare molto male. Banchi chiamò un time-out ma il break di Siena proseguì diffondendo panico anche sulle tribune. In un attimo una partita dominata diventò un incubo. Il terzo periodo fu controllato dalla Mens Sana. Andò avanti, poi allungò ancora. La reazione di Milano fu classica della squadra preda della tensione, spaventata. Tiri affrettati, gioco individuale per qualche possesso. Alla fine del terzo periodo, Siena era avanti di sei ma la percezione era peggiore della realtà. Poi andò avanti di otto, due volte. E quando tutto sembrava indirizzato verso il disastro, la difesa dell’Olimpia alzò il suo livello di intensità ed efficacia neutralizzando l’attacco di Siena. Qualcosa scattò.

“Volevo abbracciare i miei, mi voltai verso lo spicchio in cui avrebbero dovuto essere. Ma mio padre non c’era. Con la coda dell’occhio vidi un uomo grosso che mi correva attorno. Lo spinsi via senza accorgermi che era lui”

Nicolò Melli

Sul meno otto, Lawal – proprio lui – corresse a rimbalzo un errore in entrata di Jerrells; sul meno cinque il secondo tiro libero di Gentile, sbagliato, fu trasformato in due punti dallo stesso, decisivo, Lawal, protagonista nascosto di quella partita. Jerrells – verrebbe da dire ancora lui! – con una tripla frontale – passaggio hand-off di Daniel Hackett – firmò il pareggio. Quello fu il momento in cui Siena si spense e il Forum comprese che l’Olimpia avrebbe vinto il 26° scudetto. Nik Melli in tap-in portò Milano in vantaggio, Hackett con un gioco da tre punti scavò cinque punti di margine e David Moss dall’angolo mise la tripla del più otto. La tripla dello scudetto. Fu la fine del digiuno. Successe tutto in un attimo.

“Volevo abbracciare i miei, mi voltai verso lo spicchio in cui avrebbero dovuto essere. Vidi mia mamma infatti – ricorda Melli, ridendo – Ma volevo vedere anche mio padre e non lo vedevo. Dov’è? Avevo gente attorno, dappertutto. Con la coda dell’occhio vidi un uomo grosso che mi correva attorno. Lo spinsi via”. Solo dopo, si accorse che l’uomo che correva verso di lui era il padre Leopoldo!

Lo stesso problema lo ebbe Bruno Cerella, l’anima umile e combattiva della squadra: “Volevo abbracciare mio padre, che era presente ma non lo trovavo. Ho ancora la pelle d’oca. È stata un’emozione incredibile: per me che ero arrivato in Italia a 18 anni è stato il completamento di un cerchio e anche per l’Olimpia che non vinceva da tanti anni. Ricordo il Sig. Armani che le guardie del corpo accompagnarono fino alla coppa ma in mezzo a migliaia di persone. Anche io tentai di aiutarlo ad arrivare fino lì. Poi la gioia, indescrivibile”.

La gioia di Bruno Cerella in spogliatoio

“L’invasione di campo fu incredibile. Non ho mai visto tanta felicità in così poco spazio. Era tutto fuori controllo, avevo mio figlio in braccio, aveva un anno a quei tempi. In quel momento lascia perdere Kansas, Bologna, il Maccabi, nulla può battere quella sera, quel livello di gioia”, ricorda Keith Langford. Per quasi tutti i protagonisti di quella partita, quello scudetto resta indimenticabile.

27 giugno 2014: il primo scudetto dell’Era Armani

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

URL Copied to clipboard! icon-share