Novanta anni di storie e di passione. Nell’anno in cui l’Olimpia compie 90 anni di vita, riviviamo i momenti più significativi del club. Il 25 maggio 2014, l’Olimpia giocò a Siena una delle partite più drammatiche della sua storia. Aspettava lo scudetto da 18 anni, ma in finale era sotto 3-2 contro la Mens Sana e condannata a vincere in trasferta Gara 6 per non perdere un’altra finale. La partita venne risolta da una prodezza di Curtis Jerrells. The Shot. Ricostruiamo quella partita nel giorno del compleanno di Curtis Jerrells.
Era stato solo la terza scelta dell’Olimpia. Il playmaker nella stagione 2013/14 doveva essere Andrew Goudelock, una guardia adattata. Ma andò a Kazan. Poi doveva essere Daniel Hackett, ma inizialmente scelse di restare a Siena e si unì all’Olimpia solo a fine dicembre. Quindi Coach Luca Banchi puntò su Curtis Jerrells, attratto da quella sensazione che giocasse sempre con una inscalfibile fiducia in sé stesso.
Texano di Austin, Jerrells era stato a suo modo un giocatore storico nella storia della Baylor University. La scuola era uscita da un disastro, una storia bruttissima culminata con un omicidio addirittura dentro la squadra, che lo staff aveva cercato di coprire gettando discredito sulla vittima. Smascherata la vicenda, il programma cestistico era stato raso al suolo tra sanzioni, squalifiche, cattive abitudini, indisciplina. Il coach, Dave Bliss, venne ovviamente licenziato e al suo posto arrivò Scott Drew con il compito di ricostruire il programma, ripulirlo, ritrovare credibilità. Aveva bisogno di reclutare qualcuno che accelerasse il processo. Lo individuò in Jerrells e fu così che per Baylor, Curtis si trasformò in una figura in un certo senso decisiva anche al di là della sua comunque strepitosa carriera universitaria.

Finito il college, lasciata Baylor in buone mani e destinata a stagioni superbe, Jerrells transitò per i San Antonio Spurs ma senza resistere fino in fondo. E così nacque la sua carriera europea, al Partizan, al Fenerbahce, al Besiktas (più una brevissima apparizione spagnola) e infine a Milano. “Io ho questa capacità di segnare – spiegava – che non tutti hanno, ma da professionista ho cercato di migliorare il playmaking, la difesa, le letture. E di essere meno prevedibile: il mio coach al Partizan mi disse che ero scontato perché, da mancino, se andavo a sinistra lo facevo per attaccare il ferro e se andavo a destra lo facevo per poi arrestarmi e tirare da fuori. Aveva ragione”.
“Dopo Gara 5 ho pensato che fosse tutto svanito ma negli occhi di Alessandro Gentile ho visto qualcosa. Ho capito quanto significasse per lui. Sono sincero: è stato lui a guidarci da leader”
Keith Langford su Alessandro Gentile, MVP della finale del 2014
Jerrells era partito malissimo a Milano. All’esordio a Brindisi non segnò e a dicembre era considerato prossimo al taglio. Ma quando prima di Natale, l’Olimpia ottenne finalmente il sì di Daniel Hackett, fu MarQuez Haynes a venire scambiato, non Jerrells. Da quel momento in poi, Jerrells fu devastante: finì la stagione di Eurolega con una striscia aperta di 21 gare con almeno una tripla a segno e quando l’Olimpia vinse Gara 2 dei playoff con il Maccabi, lui fu nominato Mvp di giornata in EuroLeague.
L’Olimpia vinse tutte le partite di campionato nel girone di ritorno, arrivando a vincerne 19 di fila, 21 contando Gara 1 e 2 dei playoff, ma la post-season si rivelò molto più difficile del preventivato: solo 3-2 contro Pistoia giocando Gara 5 senza Alessandro Gentile, squalificato per una schermaglia in Gara 4 con Deron Washington; 4-2 contro Sassari perdendo due volte in casa. Infine, la finale contro Siena e contro MarQuez Haynes: due vittorie facili in casa, due sconfitte allarmanti in Gara 3 e 4, poi il clamoroso, deprimente stop di Gara 5. Ovvero: il precipizio visto dall’orlo.
“Dopo Gara 5 ci sono stati minuti in cui mi sono sentito perso, smarrito, in cui ho pensato fosse finita”, ammise Alessandro Gentile. “Ma è stato lui a guidarci, nei suoi occhi abbiamo visto tutti quanto contasse per lui quel titolo. È stato il nostro leader. Ma dopo Gara 5 abbiamo pensato tutti che fosse finita, che mesi di sacrifici stessero andando un fumo. E sarebbe stato ingiusto. Prima della finale, pensavo che sarebbe stata una serie non facile ma che avremmo controllato e poi vinto, 4-0, 4-1, forse 4-2, senza problemi, perché eravamo forti e stavamo giocando bene da mesi”, dice Keith Langford.

Gara 6 fu una battaglia epica. Il palasport di Siena era tutto colorato di verde. La città era conscia di assistere non all’ultima gara interna della stagione, qualunque fosse stato il risultato, ma l’ultima gara di una storia. Il club di fatto era già destinato ad abbandonare la Serie A, quasi abbandonato a sé stesso. La squadra aveva trovato però un manuale di sopravvivenza che, oltre a portarla ad un successo dallo scudetto, aveva generato consensi. Non c’era pressione su Siena, solo la voglia di completare una cavalcata surreale. E pochi impianti in Europa sapevano essere caldi, efficaci, come quello di Siena in certe condizioni. Lo sapevano tutti: l’Olimpia aveva Daniel Hackett, David Moss, Kristjan Kangur e Coach Banchi tra gli ex di Siena. Ma il coach della Mens Sana, Marco Crespi, era un vero uomo Olimpia, cresciuto nel settore giovanile del club, ex assistente di Tanjevic e D’Antoni, poi anche capo allenatore.
Fu una battaglia epica, appunto: Langford e Gentile, i due giocatori di maggior talento, segnarono i primi 17 punti dell’Olimpia, ma Samardo Samuels commise un fallo in attacco e uno in difesa ritrovandosi presto in panchina per tutto il resto del primo tempo. Othello Hunter, che Samuels aveva asfaltato in regular season, gli aveva preso le misure. Sfruttando velocità, atletismo, agilità, segnò 14 punti nel primo tempo trovando un ostacolo più alto nell’energia di Gani Lawal. Quando anche Lawal ebbe problemi di falli (tre nel secondo quarto), Banchi riesumò CJ Wallace, mestierante in declino ma molto ascoltato dentro lo spogliatoio, “uno dei giocatori più divertenti con cui abbia giocato”, ricorda Bruno Cerella. Wallace giocò un eccellente spezzone di partita. Lui e David Moss, con tagli e giocate intelligenti, riacciuffarono Siena quando provò ad andare via di cinque punti. L’Olimpia rispose con un 7-0 e rimise le cose a posto. Ma c’erano altri venti minuti di tensione da smaltire.

Alessandro Gentile si caricò la squadra sulle spalle. Il suo terzo quarto fu straordinario. Arrivò a segnare 21 punti portando la squadra avanti di 11, massimo vantaggio. Fece la giocata dell’anno quando andò dentro esplodendo in aria per schiacciare in testa a Othello Hunter e Tomas Ress, due centri. Ma Siena ebbe un Josh Carter in serata di grazia al tiro. Fece 5 su 6 da tre. Fu lui a guidare la rimonta. L’Olimpia si bloccò. Nel quarto periodo Banchi chiamò time-out quando Siena si riavvicinò a meno cinque. Ma MarQuez Haynes, che aveva faticato tutta la serie, prese fallo da Hackett su un tiro da tre e mise tutti e tre i liberi. Poi segnò dall’arco e riportò la Mens Sana avanti di uno. Le risposte di Milano furono: una tripla di Melli, a spezzare il momento favorevole di Siena, poi un’entrata di Gentile a riportare l’Olimpia sul più uno, infine il primo canestro di Jerrells, da sotto, per il 72-70.
Ma Siena pareggiò ancora. Tentarono Langford e Gentile di riportare l’Olimpia in vantaggio ma senza successo, poi Samuels commise un fallo in attacco. E con 35 secondi da giocare, Siena aveva la palla dello scudetto. L’Olimpia aggredì bene sul perimetro, togliendo tutte le opzioni. Infine, Matt Janning – un tiratore – prese il tiro da tre potenzialemente risolutivo. Non facile ma ben eseguito. La palla ebbe una traiettoria beffarda. Come si dice in gergo, fu “in and out”. Nicolò Melli mise le mani sulla palla, consegnandola a Jerrells.
“Eravamo pari. Avevo la palla in mano e volevo solo che dopo il tiro non ci fosse più tempo per rispondere. Se avessi sbagliato ci sarebbe stato comunque il supplementare”
Curtis Jerrells
La palla la voleva Gentile (“Con il senno di poi, ha fatto bene a non passarmela”, disse). Langford si aspettava che la dessero a lui (“Si vede dal video, io volevo la palla, Ale voleva la palla, tutti volevano la palla. Ho esultato per prima saltando su Curt perché è stata come una liberazione”). Jerrells decise di ignorare tutto e tutti. Aveva due punti all’attivo ma una strafottente fiducia in sé stesso. Palleggiò sul posto contro Haynes, palleggio incrociato, un passo avanti, uno indietro. E poi il tiro, con tempismo perfetto, per non lasciare nulla sul cronometro. Avesse sbagliato ci sarebbe stato il supplementare. Ma Jerrells non sbagliò. Lo scudetto sarebbe stato vinto due giorni dopo in Gara 7. Ma per tutti quel tiro sarebbe diventato “The Shot”. Per sempre.

