Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di attività. Il 7 aprile del 1988, 38 anni fa, a Gand, allenata da Franco Casalini l’Olimpia conquistò la sua terza Coppa dei Campioni, la seconda consecutiva. Ecco la storia di quel successo.
L’Olimpia entrò nella stagione 1987/88, quella successiva al Grande Slam, con tante aspettative ma una squadra che aveva cambiato pelle. La scelta di Dan Peterson di rinunciare alla panchina aveva generato l’automatica promozione di Franco Casalini, storico assistente, e con essa era partita una graduale opera di rinnovamento. Rispetto alla squadra di Losanna non c’erano più due giocatori cruciali del ciclo D’Antoni: Franco Boselli e Vittorio Gallinari. Prossimi ai 30 anni erano stati ceduti per inserire sangue fresco, rappresentato da Piero Montecchi da Reggio Emilia e Massimiliano Aldi da Livorno. Montecchi, da playmaker, poteva giocare non solo accanto a D’Antoni sollevandolo di pressione ma anche al suo posto riducendone un pochettino i carichi. Aldi era, rispetto a Gallinari, più pericoloso in attacco ma soprattutto la partenza del Gallo avrebbe permesso a Casalini di usare di più Riccardo Pittis che non aveva ancora venti anni ma aveva già fatto abbastanza da meritare spazio. La terza novità era rappresentata dal centro Rickey Brown al posto di Ken Barlow. Il giovane Barlow voleva tentare la strada della NBA (non gli riuscì e finì per giocare nei rivali del Maccabi) così Casalini scelse un giocatore fisico, interno, in grado di dare alla squadra una tenuta fisica imponente contro le grandi d’Europa. Con tanta pressione addosso, l’Olimpia debuttò vincendo a Milano la Coppa Intercontinentale che tolse un po’ di pressione da Casalini.

La Coppa dei Campioni del 1988 presentava una novità: non sarebbe più stata assegnata in gara unica ma attraverso le Final Four come succedeva fino ad una ventina di anni prima. Vi si accedeva classificandosi tra le prime quattro di un girone a otto (sei l’anno prima, quindi aumentarono le partite). L’Olimpia cominciò con una brutta sconfitta a Colonia che nel girone di ritorno avrebbe vendicato con una prova da 43 punti di McAdoo (record di club eguagliato, l’altro detentore era da oltre venti anni Paolo Vittori; McAdoo avrebbe segnato 48 punti in una gara ma di Coppa Korac), ma vinse a Tel Aviv e sopravvisse alle due sconfitte patite dal Barcellona che in quella stagione sconfisse Milano tre volte su quattro contando la Coppa Intercontinentale ma senza qualificarsi per le Final Four.
“Avevamo il problema, con il nostro assetto, di marcare Slobodan Subotic dell’Aris con un lungo. Una notte, forse andai per esclusione o forse perché sapevo che Dino avrebbe potuto fare tutto, pensai a Meneghin”
Franco Casalini
L’Aris Salonicco era l’avversaria di Milano nella semifinale di Gand. “Avevamo il problema, con il nostro assetto, di marcare Slobodan Subotic con un lungo. Una notte, forse andai per esclusione o forse perché sapevo che Dino avrebbe potuto fare tutto su un campo di basket, anche il playmaker se avesse voluto, pensai a Meneghin. Quando maturai quell’idea, prima di partire per Gand – raccontò il compianto Casalini – invitai a pranzo Meneghin, D’Antoni e il general manager Cappellari di cui volevo ascoltare il parere. Pensavo che una mossa così strana meritasse un approfondimento, pensavo che ne avremmo discusso per un po’. Prima di ordinare, chiesi a Dino se se la sentisse di marcare Subotic. Rispose di sì, D’Antoni disse che era una buona idea e passammo ad ordinare. Doveva essere un pranzo di lavoro. Il lavoro durò dodici secondi”.
Casalini temeva Subotic, uno sloveno naturalizzato greco, all’epoca trentaduenne, tiratore incredibile, perché in quel momento era chiaro che l’innesto di Rickey Brown aveva reso l’Olimpia fortissima dentro l’area, a rimbalzo, anche in attacco, ma l’aveva resa vulnerabile sul perimetro. L’idea iniziale, McAdoo, era tramontata. Massimiliano Aldi era ancora troppo acerbo e poco atletico; Fausto Bargna era uomo da minutaggio contenuto e lui stesso poco a suo agio nella marcatura di giocatori che correvano per tutto il perimetro. Nel girone eliminatorio, l’Aris aveva maltrattato l’Olimpia a Salonicco, 120-95, con 50 punti di Nick Galis e 37 di Subotic. Galis sarebbe stato un incubo, ma D’Antoni nelle grandi partite non aveva mai tradito e l’avrebbe contenuto per quanto possibile, aiutato da Riccardo Pittis che ormai aveva ampliato il proprio ruolo. Ma Subotic? Casalini chiese a Meneghin, perché si fidava di lui e perché non aveva altre soluzioni a portata di mano, salvo giocare con tre piccoli, ma senza la stessa identità di squadra.

Galis segnò 28 punti, Subotic 23. 51 in coppia, tanti, ma non abbastanza per una squadra che vicino a canestro aveva poco (il centro era il canadese Greg Wiltjer) e venne dominata a rimbalzo. Bob McAdoo segnò 39 punti. La gara con l’Aris fu prevedibilmente equilibrata. Casalini usò la zona, non usò Bargna, impiegò Pittis su Galis per qualche minuto per risparmiare le energie e i falli di D’Antoni. In questo senso venne buono Piero Montecchi, una delle novità estive. A Gand, al suo ingresso, Montecchi accelerò subito i tempi e creò almeno un paio di canestri in contropiede di McAdoo. Nel secondo, eseguì un passaggio dietro la schiena che neppure Bob si aspettava al punto che quasi perse il controllo della palla. Ci voleva coraggio per eseguire un passaggio del genere in una partita del genere. Montecchi lo aveva.
L’Olimpia effettuò l’allungo decisivo nel cuore del secondo tempo, in transizione, un tiro inusuale all’epoca, McAdoo segnò la tripla del pareggio. Da quel momento, l’Olimpia non andò più sotto nel punteggio, anche se l’Aris riuscì a rispondere ogni volta tenendo il risultato in bilico. Quando McAdoo segnò il punto numero 39, portò l’Olimpia avanti 84-74 a 2:30 dalla fine. L’Aris rispose ancora, ma troppo tardi. Finì 87-82. McAdoo e Brown segnarono 67 punti in coppia. Dentro l’area fu una carneficina.
“Non ho mai dubitato di questa squadra. Forse l’ho fatto dopo la sconfitta di Colonia ma poi abbiamo vinto subito a Tel Aviv”
Franco Casalini
Nell’altra semifinale il Partizan Belgrado, squadra giovane ma di talento enorme, con un Vlade Divac sulla rampa di lancio verso la NBA, si fece superare dal Maccabi Tel Aviv. In pratica a Gand andò in onda la rivincita della finale dell’anno precedente. Prima di andare in campo, Casalini chiamò Meneghin una volta di più. Doveva dirgli che dopo Subotic avrebbe dovuto difendere anche su Jamchy. Non ci fu bisogno di un pranzo. Bastò uno sguardo.
Il Maccabi aveva un giocatore in più rispetto all’anno prima, Willie Sims, una guardia fisica di colore, cresciuto a Brooklyn ma ebreo e prontamente naturalizzato: dopo pochi minuti quasi venne alle mani con Premier. E poi aveva Kenny Barlow. C’era ancora Kevin Magee sotto canestro. Ma se l’Olimpia avesse avuto il problema di marcare Jamchy sul perimetro, il Maccabi avrebbe dovuto fare i conti con i tre centri della Tracer e un esterno avrebbe comunque dovuto marcare McAdoo o Brown. Il sacrificio di Meneghin e un po’ di zona e l’Olimpia limitò i danni, a parte i primi minuti complicati. Così Casalini riuscì a non toccare il proprio assetto.

Il Maccabi partì meglio di Milano, ma l’Olimpia non si scompose, gradualmente rientrò in partita usando i due giovani, Aldi e Pittis dalla panchina assieme a Montecchi. Se quella della stagione precedente fu una battaglia epica, crampi e tiri disperati inclusi, quella di Gand fu meno drammatica nel suo svolgimento. Nondimeno, il Maccabi con l’atletismo di Sims in regia, la forza a rimbalzo di Ken Barlow e la zona 3-2, perfetta per affrontare una squadra che gradiva giocare con tre centri, riuscì a rimanere aggrappata alla partita, a rimontare e anche a impattare, sul 78-78, nel cuore della ripresa. Casalini aveva i falli da gestire, soprattutto di Meneghin, aveva la zona da fronteggiare. Usò tanto nel secondo tempo il quintetto piccolo con due playmaker, D’Antoni e Montecchi, utilizzò tantissimo Riccardo Pittis nella ripresa e fu una mossa indovinata. Pittis non aveva ancora 20 anni, era un funambolo, ma sapeva giocare, era maturo oltre i suoi anni. “L’anno prima quando cominciai a usarlo – ricorda Peterson – McAdoo lo prese di petto prima di una partitella in cui avevo pensato di far giocare Bob e D’Antoni con i tre bambini della squadra. McAdoo non voleva mai perdere, Pittis era nella fase dei passaggi dietro la testa. McAdoo gli spiegò a modo suo come avrebbe dovuto giocare”. “Ma non mi sarei mai sognato di passare la palla dietro la testa a McAdoo – ricorda Pittis – Stavo vivendo un sogno perché giocavo con i miei idoli, quelli per cui facevo il tifo. Soprattutto D’Antoni. Poi ero un tifoso di Magic Johnson e ogni tanto lo imitavo. Senza successo”.
“Stavo vivendo un sogno perché giocavo con i miei idoli, quelli per cui facevo il tifo. Soprattutto D’Antoni. Poi ero un tifoso di Magic Johnson e ogni tanto lo imitavo. Senza successo”
Riccardo Pittis
Rickey Brown ebbe senza dubbio un ruolo importante quella sera a Gand: contro la zona mise due grandi jumper dalla lunetta, eseguì anche una tonante stoppata su Miky Berkovitz sul più cinque a un minuto dalla fine che avrebbe potuto riaprire la gara. A Milano è passato quasi inosservato: schiacciato da McAdoo, in difficoltà per l’assetto palesemente sbilanciato di quella squadra troppo alta e pesante, condizionato dalla successiva sconfitta in finale scudetto, Brown ha avuto a Milano meno riconoscimenti di quelli che avrebbe meritato la sua stagione e la notte magica di Gand. Quella del back-to-back europeo.

Dopo la stoppata di Brown, di fatto risolutiva, McAdoo schiacciò contro il pressing del Maccabi. Infine, sull’89-84 ma a gara ormai finita, Premier subì un fallo antisportivo a cinque secondi dalla fine. L’Olimpia vinse 90-84 con 25 punti di McAdoo, 17 di D’Antoni e appunto di Brown. “Non ho mai avuto dubbi su questa squadra e ha sempre risposto – disse Casalini dopo la vittoria – Forse dopo la sconfitta di Colonia, ma poi è arrivata la vittoria di Tel Aviv”. “Bob McAdoo dopo una vittoria archivia il risultato per pensare a come migliorare. In questo è stato davvero unico, assolutamente impagabile”, fu l’elogio di D’Antoni a Gand.
“Bob McAdoo dopo una vittoria archivia il risultato per pensare a come migliorare. In questo è stato davvero unico, assolutamente impagabile”
Mike D’Antoni
L’unico aspetto negativo di quella Coppa dei Campioni era rappresentato dal regolamento che non qualificava automaticamente la squadra campione. Per motivi misteriosi la FIBA aveva deciso di riservare la partecipazione solo alle formazioni che avrebbero vinto il titolo nazionale. Fosse stata sempre in vigore quella norma la grande dinastia di Varese – ingiustamente – sarebbe stata meno epica perché l’Ignis-Girgi non avrebbe potuto disputare dieci finali europee consecutive. Fatto sta che l’Olimpia vinse il back-to-back europeo ma – perdendo la finale scudetto con Pesaro – non ebbe la chance di difendere il titolo la stagione successiva!
