Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha festeggiato i 90 anni di esistenza. In questa serie di contenuti ripercorriamo i momenti salienti della storia del club. Oggi riviviamo quanto successe il 25 aprile quando l’Olimpia battendo Caserta conquistò il terzo scudetto consecutivo completando il Grande Slam ovvero la conquista nella stessa stagione di Coppa Italia, titolo europeo e titolo italiano.

Dan Peterson era all’ultima partita della carriera. Non aveva deciso davvero, ma lo sapeva, ce l’aveva nel cuore quella decisione. Si sarebbe preso qualche giorno di tempo per schiarirsi le idee, ma il livello di energia era al minimo storico. Forse, avrebbe potuto ricaricare le batterie ma sarebbe servito un mese, forse più. Troppo tempo per tenere ostaggio l’Olimpia. Poi c’era Franco Casalini che molte volte avrebbe potuto andarsene ma non l’aveva mai fatto, un po’ perché era felice a Milano, nella sua squadra, e un po’ perché aspettava di diventare lui il capo allenatore. “Non c’era un’alternativa, Casalini era uno di noi: sapevamo tutti che dopo Peterson ci sarebbe stato lui”, conferma Gianmario Gabetti, il presidente di allora.

Mike D’Antoni aveva 36 anni nel 1987; Enzo Esposito ne aveva 18

Ma perché fosse l’ultima partita sarebbe servita una vittoria. Se Caserta avesse vinto a Milano, ci sarebbe stata anche Gara 4 e probabilmente Gara 5. “E non ci sarebbe stato lo scudetto – ammette Dan Peterson -: eravamo stanchi, esauriti, eravamo alla fine. Dovevamo vincere Gara 3 oppure avremmo perso”. Così, Peterson quando si voltò verso la panchina, ben oltre la metà del primo tempo, sapeva di dover trovare lì, tra quei volti, non il giocatore che avrebbe potuto salvare la partita ma quello che avrebbe dovuto salvare lo scudetto.

“Eravamo stanchi, esauriti, eravamo alla fine. Dovevamo vincere Gara 3 oppure avremmo perso la finale”

Dan Peterson

L’Olimpia aveva già vinto la Coppa Italia e il grande obiettivo della stagione, anzi del decennio, la Coppa dei Campioni. Ma il DNA del gruppo era definito dalla voglia di non lasciare nulla sul tavolo, di prendersi tutto. E in questo caso completare il Grande Slam avrebbe sancito un posto speciale nella storia di quel gruppo. C’era anche un altro motivo pratico: le regole FIBA del momento consentivano la partecipazione alla Coppa dei Campioni solo delle squadre vincitrici del titolo. Solo vincendo lo scudetto, l’Olimpia avrebbe potuto difendere il trofeo. Senza quella vittoria non ci sarebbe stato il successo del 1988.

Ma Caserta aveva piazzato un parziale di 19-0 ed era avanti di 18. In più, Dino Meneghin era infortunato, si era immolato a Losanna per battere il Maccabi aggravando i propri problemi alla gamba. E anche Franco Boselli era in panchina, sì, ma indisponibile. Quando Peterson lo mandò in campo, dovette richiamarlo fuori quasi subito. Voleva giocare, ma non stava in piedi. “Io sapevo una cosa: in panchina non avevo giocatori indispettiti. Avevo solo giocatori pronti, che mordevano il freno, che volevano entrare, per giocare un secondo o il resto della partita”, ricorda Peterson. Quindi, toccò a Riccardo Pittis, anni 18. Milanese, prodotto delle giovanili Olimpia, al seguito del fratello maggiore Carlo, ma soprattutto un tifoso.

Riccardo Pittis contro Sergio Donadoni

Aveva già avuto un po’ di spazio, Pittis, e da un paio di stagioni era di fatto arruolato in prima squadra preferibilmente da guardia. Il suo idolo, modello, fonte di ispirazione era Magic Johnson. Pittis si era messo in testa di poter fare il playmaker a 203 centimetri di altezza. Quando imitava i passaggi di Magic in allenamento doveva sperare che fossero perfetti altrimenti avrebbe sentito McAdoo. Di quella squadra era un po’ il pulcino, in attesa di vincere tanto prima a Milano e poi nella seconda parte della sua carriera a Treviso, ma era un pulcino predestinato. Era una stella in attesa di brillare. Pittis andò in campo, perché era l’ultima speranza che qualcosa cambiasse. E cambiò.

“In panchina non avevo giocatori indispettiti. Avevo solo giocatori pronti, che mordevano il freno, che volevano entrare, per giocare un secondo o il resto della partita”

Dan Peterson

Con l’Olimpia sotto di 15, Pittis rubò palla a Vincenzo Esposito, uno dei giovani prodigi di Caserta, addirittura più giovane dello stesso Ricky, andando a schiacciare. Su un’altra palla rubata, questa volta a Sandro Dell’Agnello, l’Olimpia segnò con McAdoo (29 punti, in quella partita). A 47 secondi dall’intervallo, con Caserta di nuovo 12 punti avanti, Pittis centrò la tripla del meno nove. E infine l’ultimo possesso del primo tempo vide Ken Barlow segnare dalla media e Pittis rubare palla sulla rimessa per segnare da tre il canestro del meno cinque che riaprì del tutto la gara all’intervallo. L’inerzia della partita era stata ribaltata. Per Pittis fu il “coming-out party”. La prima indimenticabile partita della sua carriera. “È stata la gara che mi ha consacrato – ammette lui – Dopo quella partita i miei compagni hanno smesso di guardarmi come un ragazzino e hanno visto il giocatore che potevo essere. È stata una di quelle situazioni in cui vivi in uno stato di trance e senti che tutto quello che farai lo farai bene”, ricorda Pittis. Nella memoria collettiva, la vittoria sarà sempre legata indissolubilmente alla sua prova. È giusto così. Ma la partita fu più difficile di come viene ricordata.

Bob McAdoo al tiro contro Georgi Glouchkov: segnò 29 punti

Per comprendere le difficoltà di quella finale, bisogna comprendere la statura della squadra di Caserta. Arrivata in Serie A nel 1982, era stata guidata fino al 1986 da Bogdan Tanjevic, ingaggiato dal proprietario Giovanni Maggiò dopo che, da giovane rampante, aveva vinto la Coppa dei Campioni con il Bosna Sarajevo e aveva guidato la nazionale slava. Tanjevic con metodi e scelte non convenzionali, attingendo al settore giovanile, aveva portato Caserta in Serie A e poi alla finale scudetto del 1986. In estate, aveva lasciato la squadra al suo assistente Franco Marcelletti ma con un nucleo di giocatori fortissimi: il brasiliano Oscar Schmidt era uno dei più grandi scorer del basket mondiale; Nando Gentile aveva 20 anni ma era già un nazionale, un giocatore di enorme personalità; sul mercato, Caserta aveva avuto la forza di prendere Sandro Dell’Agnello da Livorno vincendo la concorrenza della stessa Olimpia; Enzo Esposito era in fase di lancio; Sergio Donadoni era un altro prodotto locale, più esperto, ma al top del rendimento proprio in quella finale; aveva tra i lunghi un elemento espertissimo, un nazionale alle Olimpiadi di Mosca 1980, come Pietro Generali. Caserta faceva le coppe: in seguito, avrebbe giocato una finale di Coppa delle Coppe contro il Real Madrid di Drazen Petrovic perdendo ad Atene solo al supplementare. Con l’arrivo di Marcelletti, aveva anche cambiato assetto scegliendo il secondo straniero tra i centri (la stagione precedente il secondo straniero era l’uruguagio Tato Lopez, una guardia). Nella finale del 1986/87, il pivot casertano era il bulgaro Georgi Glouchkov, un intimidatore d’area che era stato tra i primi europei a giocare nella NBA, a Phoenix. Non aveva grande classe, ma era un giocatore solido. “Avevamo Meneghin infortunato ma nella sfortuna la presenza di un centro veloce come Fausto Bargna per noi era importante”, ricorda Peterson.

“È stata una di quelle situazioni in cui vivi in uno stato di trance e senti che tutto quello che farai lo farai bene”

Riccardo Pittis

Nel secondo tempo, Caserta tre volte ritornò a costruire vantaggi di 12 punti, riprendendo in mano la partita. L’Olimpia rispose ogni volta, tenendola sotto pressione. Nell’ultimo minuto, Ken Barlow, il rookie che giocò bene le grandi partite, allo scadere dei 30 secondi prese l’unico tiro da tre della sua stagione, perché non poteva fare diversamente centrandolo e completando la rimonta. Fu il primo vantaggio dell’Olimpia. Solo che Sergio Donadoni rispose con un’altra tripla. Così, per vincere la partita servirono prima la furbizia con cui D’Antoni irretì Gentile in un fallo sul tiro da tre (tutti i liberi a segno) e poi un po’ di fortuna sull’ultimo tiro di Nando che uscì veramente di un nulla, 84-82. “Una di quelle parabole che dici ‘sta entrando, oddio’, poi incredibilmente esce”, ammette Meneghin.

La grande stella di Caserta era Oscar Schmidt: qui in tagliafuori su Ken Barlow

Fu il Grande Slam, fu il terzo scudetto di fila, fu anche l’ultima partita di Peterson, l’ultima partita a Milano di Franco Boselli e Vittorio Gallinari che vennero ceduti a Forlì e Pavia mentre la promozione di Casalini garantì l’iniezione di sangue nuovo, con Piero Montecchi e Massimiliano Aldi. Il telecronista dell’Olimpia, la voce storica del club, su Telenova era Tullio Lauro. Aveva 41 anni a quei tempi: fu il cantore di quel ciclo, mischiando imparzialità e passione. Fu lui a descrivere nel modo migliore quella squadra, quasi vinto dall’emozione: “Incredibile, una squadra incredibile, che è riuscita nell’impresa di completare una rimonta impossibile”.

La Coppa Italia vinta a Bologna contro Pesaro: qui Mike D’Antoni
La Coppa dei Campioni vinta a Losanna: qui Bob McAdoo con la Coppa e Kenny Barlow

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