Novanta anni di storie e di passione. L’Olimpia Milano il 9 gennaio 2026 ha compiuto 90 anni di esistenza. Il 5 maggio 1982, 44 anni fa, l’Olimpia chiudeva un digiuno di dieci anni conquistando lo scudetto numero 20, quello della seconda stella. Ecco la storia di quella stagione.

Un anno prima la famiglia Gabetti era entrata nell’Olimpia sostituendo il leggendario Adolfo Bogoncelli in pochissimo tempo ma senza la possibilità di fare mercato. L’unica vera novità, nella stagione 1980/81, fu l’arrivo di John Gianelli, firmato all’ultimo momento, pochi giorni prima che cominciasse il campionato. Il primo anno di gestione Gabetti si chiuse poi con l’eliminazione in semifinale, per mano della Squibb Cantù guidata da un giovanissimo e incontenibile Antonello Riva. Nella decisiva Gara 3 al Palazzone di San Siro, Riva segnò 32 punti in una partita risolta solo dopo due tempi supplementari. Una battaglia drammatica, che lasciò tanto amaro in bocca a Milano. Dan Peterson spese tutta l’estate successiva a macerarsi per la scelta di mandare in lunetta Dino Boselli sul fallo sistematico di Cantù. A quei tempi potevi rinunciare ai tiri liberi e giocare palla. Peterson non lo faceva mai. Non cambiò atteggiamento nemmeno allora. Giorgio Cattini, una guardia dotata di grande tiro, pareggiò la partita che Cantù vinse dopo 50 minuti, spedendo il Billy in vacanza senza nulla in mano. Ma Giovanni Gabetti, spalleggiato dai figli Gianmario ed Elio, aveva già deciso che nell’estate del 1981 l’Olimpia sarebbe andata sul mercato con soldi e determinazione. Nella vicina Varese, un ciclo volgeva al termine. Si era anche spezzato qualcosa nel rapporto tra il giocatore simbolo di quell’epoca e il suo coach ed ex compagno di squadra, Dodo Rusconi. L’Olimpia andò a caccia del pezzo più pregiato del mercato, andò a caccia di Dino Meneghin.

Nella finale del 1982 Dino Meneghin affrontò il giovane Roosvelt Bouie

Meneghin era l’avversario storico dell’Olimpia: da quando debuttò in prima squadra, a 16 anni, e fino al 1981, era stato il simbolo di Varese nel suo periodo d’oro in cui Milano era riuscita ad opporsi solo a tratti. Il leader di Varese, l’avversario per antonomasia, di Massimo Masini poi di Arthur Kenney, quindi di Vittorio Ferracini e John Gianelli, poteva mai vestire il biancorosso dell’Olimpia? Per Dan Peterson sì, Dan Peterson lo voleva: aveva chiesto lui, alla società, di prenderlo, anche se aveva 31 anni, tanti infortuni, di ogni tipo, alle spalle, ed era sempre stato un nemico. Anche la Reyer Venezia lo voleva. Il proprietario del club veneto, Roberto Carrain, aveva grandi ambizioni e un nucleo di giocatori di talento come Fabrizio Della Fiori, Lorenzo Carraro e addirittura Spencer Haywood, una grande stella NBA che però sarebbe scappato per tornare in America di lì a poco. Meneghin avrebbe trasformato Venezia in una squadra da scudetto. E forse Varese avrebbe preferito cederlo alla Reyer piuttosto che a Milano.

“Ero affascinato da Venezia, ma all’Olimpia avevo la possibilità di continuare a vincere subito, la società era organizzata come quella di Varese con un proprietario forte, un general manager forte, un allenatore di personalità”

Dino Meneghin

Ma l’Olimpia ebbe la meglio. “Andai a pranzo con Coach Peterson e il general manager Toni Cappellari: avevamo le stesse idee. Ero affascinato da Venezia, ma all’Olimpia avevo la possibilità di continuare a vincere subito, la società era organizzata come quella di Varese con un proprietario forte, un general manager forte, un allenatore di personalità. E poi potevo rimanere vicino a Varese, alla famiglia”, spiega Meneghin. Nonostante il prestigio di un giocatore come Meneghin, la mossa venne anche criticata. L’operazione costò 500 milioni di lire e Dino Boselli, uno dei pezzi pregiati del settore giovanile biancorosso e in procinto di raggiungere la maturità.

Il secondo colpo del mercato fu Roberto Premier. Peterson lo aveva notato a Gorizia per due caratteristiche: il tiro e il furore agonistico. Pur non essendo un grande difensore, Premier era un giocatore di grande temperamento. Peterson se ne innamorò in una partita che gli vide giocare a Reggio Emilia in cui si immolò per evitare che Roscoe Pondexter venisse espulso; Pondexter che era il miglior giocatore della sua squadra. “Era appena arrivato Mario De Sisti a Gorizia, un grandissimo allenatore. Cercò di convincermi a restare, ma io volevo cimentarmi con Milano. Nella mia incoscienza mi sentivo pronto. Quando De Sisti capì che la decisione era presa, diventò il mio primo tifoso”, racconta Premier che aveva 23 anni ai tempi. “Avevamo investito su Meneghin per il presente e Premier sul futuro”, ricorda Gianmario Gabetti. Dell’Olimpia sarebbe diventato il tiratore scelto, in combinazione con Franco Boselli che si adattava bene a partire dalla panchina potendo giocare anche da playmaker come cambio di D’Antoni per quanto servisse.

Dragn Kicanovic, Mike D’Antoni e Dino Meneghin

Con Meneghin, Premier, le conferme di Boselli, Vittorio Gallinari, Vittorio Ferracini, Mike D’Antoni e John Gianelli, l’Olimpia sarebbe stata la grande favorita se Meneghin non si fosse rotto subito. L’indisponibilità di Meneghin creò grandi problemi alla squadra e ancora di più alla società. All’improvviso, l’investimento sul giocatore italiano più forte, famoso e carismatico sembrò un autogol. Meneghin si chiuse in palestra, con il preparatore atletico Claudio Trachelio, uno degli eroi silenziosi di quelle stagioni. La società si chiuse a riccio, ad aspettare. Il pubblico rumoreggiava. “Sentivo le voci, è vecchio, ce l’hanno venduto rotto”, sorride Meneghin. Per qualche tempo, non c’era neppure Gallinari, fermato da una disputa contrattuale. L’Olimpia perse quattro delle prime sei partite e le due che vinse furono battaglie sofferte, strappate con l’orgoglio (di uno con Mestre, di due con Varese). Quando rientrò Gallinari, si fermò Boselli. Premier segnò 34 punti contro la Fortitudo in una partita in cui lui e D’Antoni segnarono 61 punti in coppia e non tutti erano ancora convinti dello stesso Gianelli. Con un record di cinque vinte e sei perse, deludente, l’Olimpia prese il pullman verso l’Adriatico per un turno infrasettimanale da giocare a Pesaro contro la capolista Scavolini.

Pesaro nel 1981/82 si sentiva pronta per vincere lo scudetto e lo era. Aveva un fattore campo tra i più efficaci in Europa: Pa Scavolini era motivo di vanto per Pesaro e quando giocava in casa 5.000 persone si ammassavano nell’Hangar di Viale dei Partigiani

Dopo essere stata rilevata da Valter Scavolini, la Victoria Libertas Pesaro era diventata una superpotenza del basket italiano, con grandi ambiziosi e decisa a non ripetere più un’esperienza come quella di due anni prima quando solo lo spareggio contro Mestre, proprio a San Siro, le evitò la retrocessione. Nelle estati seguenti, il mercato della Scavolini fu imponente: i colpi più importanti furono Domenico Zampolini, Dragan Kicanovic e Mike Sylvester. Sì, proprio il giocatore che aveva “difeso” il fortino di Milano nella seconda metà degli anni ’70, il bomber dal tiro a catapulta che aveva fatto parte della “Banda Bassotti” di Dan Peterson e che nel 1980 era stato ceduto da Bogoncelli a Scavolini prima che subentrasse Gabetti. Pesaro nel 1981/82 si sentiva pronta per vincere lo scudetto e lo era. Inoltre, aveva un fattore campo tra i più efficaci in Europa: Pesaro era – ed è – città di basket, appassionatissima e orgogliosa. La Scavolini era motivo di vanto e quando giocava in casa 5.000 persone si ammassavano in quello che era definito l’Hangar di Viale dei Partigiani, in centro, a pochi isolati dal mare e dalla zona pedonale. Vincere a Pesaro era difficile, difficilissimo: per questo la Scavolini, allenata da Petar Skansi, puntava a vincere la regular season e sfidare le avversarie a sbancare l’hangar nei playoff.

Il gancio di Vittorio Ferracini

Quando l’Olimpia arrivò a Pesaro, per il 12° turno della stagione regolare, la Scavolini non voleva solo batterla, voleva spedirle un messaggio, intimidirla. E l’Olimpia non era pronta: non aveva Meneghin, non aveva Boselli, Gallinari era appena rientrato e D’Antoni venne incenerito da Kicanovic. Fu un massacro: 110-65. “Ho sempre pensato che avessero sbagliato a infierire”, dice Peterson che sul viaggio di ritorno, lungo e triste, immaginando anche le critiche, durissime, del giorno seguente, volle sedersi accanto a D’Antoni per rincuorarlo e preparare la rimonta. “Quella di stasera non era la nostra squadra – gli disse – ma sta per arrivare Meneghin, miglioreremo, saremo pronti”. D’Antoni era alla quinta stagione all’Olimpia e cominciava a soffrire la mancanza di vittorie, ma già in quel momento aveva sviluppato la diabolica capacità di usare la prima partita per prendere le misure all’avversario per poi annientarlo nelle successive. Successe anche con Kicanovic, una delle più grandi guardie nella storia del basket europeo. A quei tempi, i giocatori dell’ex Jugoslavia potevano lasciare il paese solo dopo i 28 anni e a patto che continuassero a giocare in Nazionale: “Kicia” veniva dal Partizan Belgrado ma soprattutto aveva già vinto – quando arrivò a Pesaro – tre titoli europei, un titolo mondiale e nel 1980 l’oro olimpico a Mosca, battendo in finale proprio l’Italia, incluso Meneghin. Ma l’Italia non aveva D’Antoni.

Kicanovic veniva dal Partizan Belgrado e aveva già vinto – quando arrivò a Pesaro – tre titoli europei, un titolo mondiale e nel 1980 l’oro olimpico a Mosca, battendo in finale l’Italia, incluso Meneghin. Ma l’Italia non aveva D’Antoni

Dopo la debacle di Pesaro, tornò a disposizione Boselli e subito dopo anche Meneghin. Ma l’Olimpia vinse ancora di un punto contro Treviso e venne spazzata via anche da Rieti nel giorno del rientro di Dino. Delle ultime 16 gare di stagione regolare però ne vinse 14, incluso un 98-84 su Pesaro a Milano con 22 punti di Gianelli. Entrò nei playoff in grandi condizioni di forma e fiducia. Eliminò 2-1 Brescia e 2-0 Torino preparando il ritorno sull’Adriatico, all’Hangar di Viale Partigiani, la vera rivincita con la Scavolini, alla prima finale scudetto della sua storia, fortissima – il centro era Roosvelt Bouie – ma con tanta pressione sulle spalle. Nel ricordare la finale del 1982 tutti menzionano la battaglia di San Siro – fu l’unico scudetto vinto nel famoso “elefante” – che certificò la conquista del tricolore, anche per le strane mosse dell’allenatore della Scavolini, il grande Petar Skansi (che avrebbe vinto il suo scudetto a Treviso). Quella fu una partita storica. Ma l’Olimpia realizzò l’impresa a Pesaro violando il campo meno violabile d’Italia.

89-86 fu il risultato di Gara 1 a Pesaro: a quei tempi vincere in trasferta significava dover guadagnare in fretta gli spogliatoi. Era così ovunque

La Scavolini aveva bisogno di proteggere il fattore campo, ma l’Olimpia quella partita la controllò fin dall’inizio, dettando i ritmi e infine difendendo il vantaggio, 89-86, con cinque uomini in doppia cifra. A 12 secondi dalla fine, avanti di due, Coach Peterson si trovò nella stessa situazione di un anno prima, contro Cantù. Chiamò time-out e chiese ai suoi se volessero rinunciare ai tiri liberi. Mike D’Antoni prese la parola, si rivolse a Premier e chiese: “Ne segnerai almeno uno su due?”. Premier annuì. Fece 1 su 2, sbagliando il primo tiro libero. Non c’era ancora il tiro da tre punti. Quel punto decise la partita. D’Antoni segnò 21 punti, Gianelli 20, Boselli 16, Meneghin 14 e Ferracini 10. Nella storia di quello scudetto, si sottovaluta regolarmente l’impatto che ebbe Franco Boselli: nessuno nei playoff segnò più di lui, 116 punti in sette gare, tutte in doppia cifra.

Mike D’Antoni prese la parola, si rivolse a Premier e chiese: “Ne segnerai almeno uno su due?”. Premier annuì. Fece 1 su 2, sbagliando il primo tiro libero. Non c’era ancora il tiro da tre punti. Quel punto decise la partita di Pesaro

In Gara 2 a San Siro, Skansi tenne Kicanovic in panchina per quasi tutto il primo tempo, una scelta che non è mai stata chiarita del tutto. Voleva forse sorprendere Peterson e la difesa di Milano, forse voleva risparmiare Kicanovic per scatenarlo nel secondo tempo. Utilizzò anche due giovani panchinari, Alessandro Boni e il playmaker Amedeo Carboni. Sylvester, scatenato nel primo tempo, venne annullato da Gianelli nella ripresa. Il secondo tempo fu una battaglia. A tre minuti dalla fine, Pesaro era avanti di cinque, ma l’Olimpia chiuse la partita con un parziale di 6-0. Non era abbastanza brillante da segnare, ma aveva abbastanza orgoglio da chiudere la saracinesca difensiva. D’Antoni segnò dalla distanza, su una riapertura di Gianelli, il canestro del 73-72. Però Pesaro aveva ancora una chance. Gianelli eseguì la stoppata decisiva della partita, della stagione, proprio su Mike Sylvester.

Dragan Kicanovic contro Mike D’Antoni

“Kicanovic mi voleva uccidere dopo Gara 1 ma io avevo alle mie spalle Meneghin. Successe di tutto anche in spogliatoio e poi Skansi non lo fece giocare per tutto il primo tempo di Gara 2”, racconta D’Antoni di quella partita. Ma l’immagine-simbolo del primo scudetto vinto da D’Antoni, “quando – ammette – mi tolsi un peso dalle spalle perché stavo cominciando a soffrire”, fu la stoppata di John Gianelli su Sylvester. Per Gianelli fu una specie di rivincita. Era arrivato in sordina, era stato criticato, incompreso, per il suo atteggiamento distaccato, da hippy mancato. Peterson però innamorato della sua intelligenza cestistica, di come difendeva, di come difendeva i compagni. L’arrivo di Meneghin gli consentì di spostarsi nel suo ruolo naturale di ala forte ed esplose. Rimase tre anni a Milano. “All’inizio mi chiedevano come potessimo vincere con Gianelli; quando se ne andò nel 1983 mi chiesero come avremmo potuto vincere senza Gianelli”, ricorda Peterson con una punta di ironia.

Era il 5 maggio 1982. La sera dello scudetto della seconda stella. Il primo di Mike D’Antoni.

Franco Boselli: 16 punti in Gara 1 e 12 in Gara 2 della finale

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

Condividi l’articolo con i tuoi amici e supporta la squadra

URL Copied to clipboard! icon-share