“Dan Peterson per sempre numero uno” è il titolo di un docufilm, presentato questa sera in anteprima e presentato questa mattina alla Sala Buzzati del Corriere della Sera, che ha come tema la vita di Coach Dan Peterson. La data di uscita della pellicola ovviamente non è casuale, perché coincide con la nascita – 90 anni fa – dell’allenatore che ha segnato un’epoca non solo dell’Olimpia. Peterson ha reso “cool” il mestiere di allenatore, ma è stato anche un personaggio trasversale, giornalista, commentatore, divulgatore, attore di spot pubblicitari. A rendergli omaggio, tra gli altri, i suoi ex giocatori Dino Meneghin, Renzo Bariviera, Vittorio Gallinari, oltre al Presidente dell’Olimpia, Leo Dell’Orco, Ettore Messina, Christos Stavropoulos, più Adriano Galliani, Urbano Cairo, Pierluigi Marzorati, Sasha Djordjevic. Peterson ha avuto il merito di legare generazioni di appassionati, con la sua parlata italoamericana, l’arguzia, il pragmatismo e i suoi modi di dire da “Amici sportivi e non sportivi” a “Mamma, butta la pasta”, le cui origini sono state spiegate proprio in questa circostanza, assieme al desiderio non troppo nascosto di incontrare il Papa, che è di Chicago come lui. “Per ora non ci sono riuscito, ma non demordo. Credo che il problema sia il baseball, perché lui tifa per i White Sox e io per i Cubs, due parti opposte della città. I Cubs sono molto più forti e hanno vinto cinque delle ultime sei partite giocate quest’anno. Papa Leone XIV non vuole sentirselo dire, evidentemente”. “Devo molto al Coach: quando mi ha voluto a Milano – ha detto Meneghin – mi aveva prospettato l’idea che giocassi fino alle Olimpiadi di Los Angeles. Non ero certo di giocare due anni, figuriamoci quattro. Ma mi ha fatto pensare, mi ha dato fiducia”. “Avrei dovuto incontrarlo prima, mi è dispiaciuto essere arrivato qui da lui a 36 anni in un’epoca in cui la mentalità era che a 30 anni fossi vecchio. Invece lui mi ha insegnato i fondamentali anche a quell’età, e lo faceva con tutti anche con Meneghin”, ha aggiunto Bariviera. “Per capire come insegnava a difendere Peterson bisognava essere in campo in quei giorni, a parole non renderebbe l’idea. Io ad un certo punto volevo smettere perché non riuscivo a conciliare studi e basket. Ma lui mi spiegò come dovevo gestire il tempo nell’arco delle 24 ore. E mi ha convinto: ho studiato, mi sono laureato e ho giocato”, ha spiegato Vittorio Gallinari.
