Questo articolo fa parte di una serie che racconta 90 anni di storie e passione dell’Olimpia nel novantesimo anno della fondazione. L’8 gennaio 2021 l’Olimpia per la prima volta nella sua storia vinse a Madrid una partita della massima competizione internazionale guidata da una leggenda madridista, Sergio Rodriguez. Qui la sua storia milanese.
Dopo lo scudetto vinto nel 2022, prima dello scioglimento delle righe, Coach Ettore Messina davanti alla squadra, in spogliatoio, quando ormai era chiaro che sarebbe tornato a finire la carriera al Real Madrid, disse che “all’Olimpia Milano c’era stata un’epoca prima di Chacho Rodriguez e un’Olimpia dopo Chacho Rodriguez”. Oltre le vittorie, le grandi prestazioni – tante -, il rapporto profondo con il pubblico di Milano, Sergio Rodriguez è stato questo. L’uomo della credibilità, un professionista al 100 percento che interpretava il suo ruolo con lo spirito del debuttante. Accanto a lui era impossibile non recepire la sua passione per il gioco, la gioia con cui giocava. E Chacho era anche un uomo spogliatoio: da leader poteva riprendere i compagni senza urtarne la suscettibilità. E al tempo stesso poteva allentare la tensione con una battuta o un sorriso, magari uno scherzo.
Chacho Rodriguez è arrivato all’Olimpia da Mosca dove aveva appena vinto le Final Four per la seconda volta in carriera, da grande protagonista. “Stavo giocando in una corazzata. Ma andare in una squadra dove sentivo di poter creare qualcosa di speciale è ciò che più mi ha motivato. Vedevo grande potenziale in questa squadra, nella città, i tifosi, una figura come quella di Ettore Messina. Tutto questo mi ha dato la benzina per essere totalmente motivato nella scelta fatta. Volevo creare qualcosa di nuovo”.

Quello che ha portato a Milano è stata la credibilità, ma non solo. Ha portato a Milano la forza di crederci, la forza di guardare in alto. La forza di battere il Real Madrid, di vincere a Tel Aviv. Di sbancare Mosca, di dominare a Istanbul, di giocare la Final Four e di tentare di vincerla. Non l’ha fatto da solo. Tra i suoi compagni di squadra ha avuto Malcolm Delaney, Kevin Punter, Vlado Micov, Gigi Datome, Nicolò Melli, Kyle Hines, Shavon Shields. Ma Chacho con la sua personalità, con il suo carisma è diventato immediatamente una specie di uomo franchigia. Il volto di un’epopea. “Ho sempre detto e pensato che giocare qui è come giocare al Madison Square Garden. Parlo del campo, i tifosi, le luci, la bellissima città che c’è attorno. Tutti vogliono giocare bene qui, tutti si preparano per questa partita, anche quando non è cruciale per la classifica, non importa, tutti vogliono giocare bene qui. Anche io volevo farlo, perché l’atmosfera è sempre stata bellissima”.
“Andare in una squadra dove sentivo di poter creare qualcosa di speciale è ciò che più mi ha motivato. Vedevo grande potenziale nella città, nei tifosi. Tutto questo mi ha dato la benzina per essere totalmente motivato nella scelta fatta. Volevo costruire qualcosa di nuovo”
Sergio Rodriguez
Chacho ha giocato nella NBA, a Portland, Sacramento e New York, con Mike D’Antoni in panchina. E infine è tornato per un ultimo giro a Philadelphia. I Sixers li stavano ricostruendo, ma lui non era lì nella stagione del record negativo. Non provate a dirglielo, ci tiene. Il record negativo lo fecero l’anno precedente il suo ritorno nella NBA. Quando è arrivato a Milano veniva da due stagioni al CSKA Mosca, successive all’anno speso a Philadelphia, che a sua volta arrivava dopo gli anni d’oro del grande Real, di quando fu MVP di EuroLeague partendo dalla panchina. Lo faceva Pablo Laso. Continuò Dimitris Itoudis a Mosca e così Ettore Messina a Milano. Perché un fuoriclasse come Chacho partiva dalla panchina? Perché oltre ogni spiegazione tecnica o tattica, si cela la realtà: perché Chacho poteva farlo senza sentirsi sminuito. Perché per lui non ha mai contato lo “starting five” ma il “closing five”, il quintetto che finisce le partite, non quello che le comincia. Chacho è stato un campione perché ha sempre messo la squadra davanti a tutto, le vittorie come unico fine, e l’ha fatto divertendo e divertendosi. Con la sua fantasia, i passaggi dietro la testa, i palleggi tra le gambe, gli step-back. Era la versione europea di Jason Williams, il funambolo che giocava a Sacramento e vinse un titolo a Miami portando nella NBA il passaggio con il gomito, per dirne una.

A Madrid, avevano coniato un termine che identificava gli anni di Rodriguez in maglia bianca. “Chachismo”. Si potrebbe adattare agli anni di Milano. Cos’era il Chachismo? Vincere una partita in modo brillante, spettacolare, ma comunque vincerla. Accettando un errore, perché non si ripeterà. Fidandosi del “processo” come dicevano a Philadelphia proprio nel periodo in cui da lì è transitato anche lui. Fidarsi del Chachismo ha portato al bellissimo scudetto del 2022, alle due Coppe Italia vinte dominando, alle Final Four di Colonia che non sarebbero rimaste uniche se l’anno seguente una squadra arrivata terza in stagione regolare non avesse affrontato, decimata, l’Efes nei playoff. I giocatori come Rodriguez di solito sono tante cose ma raramente vengono catalogati come coraggiosi, stoici. Chacho lo era. Dietro i passaggi dietro la schiena, i tiri da tre punti si nascondeva uno street-fighter e se necessario un “trash talker”. Andò a giocare a Istanbul Gara 3 e 4 su una caviglia gonfia. Non c’era Nik Melli; non c’era Malcolm Delaney; la squadra aveva perso strada facendo Dinos Mitoglou; Gigi Datome giocò solo la quarta partita della serie. Rodriguez aveva deciso che ci sarebbe stato. Per poco non gli riuscì anche il miracolo di riportare la serie a Milano.


Probabilmente il più grande rimpianto per il Chacho è stato proprio questo: non essere tornato alle Final Four con l’Olimpia, non aver vinto l’EuroLeague con l’Olimpia come ha fatto con Real Madrid, due volte, e CSKA Mosca. La sconfitta di Istanbul però ha probabilmente cementato le possibilità di scudetto successive. L’anno precedente, l’Olimpia aveva condotto una stagione straordinaria, cominciata dominando la Supercoppa, proseguita dominando la Coppa Italia, la stagione regolare e raggiungendo le Final Four. A quella stagione era mancata solo una settimana, l’ultima, quella costata lo scudetto. Un anno dopo, Chacho è stato tra i protagonisti della vittoria che ha sanato un’anomalia. Con quella memorabile Gara 6, con due perle, il passaggio no-look per la schiacciata di Kyle Hines e la tripla da dieci metri, Chacho ha scelto il modo, la recita perfetta, per lasciare Milano senza lasciarla davvero. “Dopo la sconfitta dell’anno precedente, per un anno, ogni volta che andavo a letto la sera pensavo ai miei problemi personali e poi mi ripetevo “Quest’anno dobbiamo vincere lo scudetto”. Lo volevo con tutte le mie forze. Avevo buone sensazioni. Per la seconda volta consecutiva avevamo vinto la Coppa Italia. La Virtus però era forte, infatti aveva chiuso la regular season al primo posto. Ma vincere il titolo qui, in casa, è stato davvero speciale. Ricordo la semifinale contro Sassari. Battemmo Sassari a casa loro e quella notte, dopo la vittoria, andai su YouTube a guardare i festeggiamenti passati dell’Olimpia. Vidi cos’era successo e da quel momento ho pensato solo che avrei voluto assaporare anche io quelle sensazioni. Avevamo la possibilità di vincere lo scudetto a Bologna, ma al tempo stesso ero combattuto. Volevo vincere quella sera, ma mi dicevo che sarebbe stato più divertente vincere il titolo a casa nostra. Era un rischio, se avessimo perso Gara 6 magari avremmo perso anche Gara 7, ma vincere qui, con tutta la nostra gente, la mia famiglia, i miei amici, i tifosi che ci hanno davvero sospinto a raggiungere quel traguardo, è stato il culmine della stagione”.
“Dopo la vittoria in semifinale a Sassari, andai su YouTube per vedere cosa succede a Milano quando si vince lo scudetto. Dopo aver visto cos’era successo in passato, ho pensato solo a quanto avrei voluto vivere quelle stesse sensazioni. Ed è successo”
Sergio Rodriguez
Chacho ha giocato tre anni a Milano. Nel basket di oggi sono tanti ma non sono un’enormità. Tre anni sono un centinaio di presenze in EuroLeague, altrettante in campionato. Eppure, tre anni sono stati sufficienti per farlo entrare nella storia, nel Mount Rushmore dei campioni più amati, almeno per una generazione di tifosi. Rodriguez sta alla tifoseria dell’Olimpia attuale come Arthur Kenney ai tifosi degli anni ’70, come D’Antoni, Premier e Meneghin a quelli degli anni ’80. Non è una questione di tempo, è una questione di come è stato vissuto, interpretato, il tempo a disposizione. Quando è arrivato era un uomo maturo di 33 anni, una moglie innamorata dell’Italia e due bambine bionde e bellissime. A Milano, è nato il terzo figlio; a Madrid è nato il quarto. “Voglio che questo concetto sia chiaro. Sono stato trattato bene ovunque, naturalmente a Madrid, a Mosca, nella NBA, ma quello che ho avuto qui è stato speciale, è stato unico. Fin dal primo minuto, credo che la gente abbia avvertito che ero venuto per aiutare, in modo responsabile, professionale. E questo rapporto che ho avuto con la gente del Forum, non l’ho mai avuto altrove, non l’ho mai percepito altrove, mi ha spinto ad essere sempre migliore, a giocare sentendo la fiducia di tutti. Credo sia stata una questione di empatia, che va oltre il basket e quello che succede sul campo”.
