Via Caltanissetta 3 di Werther Pedrazzi


 
Olimpia: casa chiusa. Ma dai, cosa andate a pensare…? Anche se, al suo interno, ne sono stati consumati, di amori, eccome, di quelli veri, però, non certo fugaci. In via Caltanissetta, al numero 3. Per 45 anni è stata la Sede dell'Olimpia Milano, il suo baricentro, casa madre e punto di riferimento. Potevano anche starci in eterno. Per volontà testamentale della famiglia Sada, proprietari della Simmenthal e sponsor di un'Olimpia ormai mitologica, che vincolarono gli eredi futuri a non sfrattare mai il basket dalla sua casa. Ma cambiano i tempi. A Milano il traffico è sempre più lento, e non soltanto nell'ora di punta. Tra casa e bottega (Palalido, dall'altra parte della città) occorre spesso più di un'ora. Funzionalità . E' l'aspetto che alla fine di marzo ha spinto l'Armani al trasloco verso una palazzina all'interno dell'area del Lido. Nel silenzio che ora avvolge le stanze, siamo andati ad ascoltare i racconti che la vecchia casa trasuda. Non è stata solo e semplicemente la Sede dell'Olimpia, ma un luogo dal quale è passato l'Olimpo del basket.
Nei primissimi anni '60 la sede della Pallacanestro Milano era in Piazza 5 Giornate, un ufficio sopra i locali del Motta, di proprietà di Pupi, la moglie del presidente Bogoncelli. A due passi da li c'era una "palazzina liberty" che dava su una strada privata, via Caltanissetta, appunto, più larga che lunga e chiusa da un cancellone di ferro battuto. Elegante la zona, ancor più la magione. Bogoncelli e signora se ne innamorano e convincono lo sponsor, Alfonso Sada, all'acquisto. Il 15 settembre del 1964 l'Olimpia Milano si trasferisce nella nuova casa: il massimo della vita. Cinque larghi gradini con balaustra, gli uffici al piano rialzato, la foresteria al primo piano, l'alloggio della "Coppia" al secondo piano, più il seminterrato con accesso dal retro e un bel giardino. Entriamo.
Prima stanza a destra. Era l'ufficio di Cesare Rubini. Lo rimase fino al 1977, poi vi si insediò Toni Cappellari dal 1990 fino al '96, per poi trasformarsi progressivamente in centralino e reception. Una gigantografia teneva un'intera parete, immagine grandangolare del vecchio campo della Fiera nella spettacolare cornice dei 22.000 spettatori che assistettero alla partita–evento tra il Simmenthal e gli Harlem Globetrotter. Non era certo per quei cinque gradini all'ingresso che ogni nuovo giocatore che entrava al cospetto del Principe aveva il cuore in gola. Rubini, seduto con tutto quel popolo alle spalle, cercava di far pesare il potere, di non mettere mai i giocatori a proprio agio, di far capire fin dal primo incontro dove erano capitati. In "quella stanza" sono state decise le investiture di presidenti Fip, sicuramente Coccia e Vinci. Il Simmenthal era il Grande Impero del basket, e la stanza del Principe Rubini era una specie di sala del trono, dove si concedevano udienze, si emulgavano leggi e sentenze, di basket, naturalmente. Ma non solo: dalle 11 alle 13 si trasformava nella stanza dell'alta finanza. Siccome Rubini giocava in borsa, in quelle due ore si parlava sempre e soltanto di titoli e azioni, si facevano previsioni. Anche altri affari. Toni Cappellari ricorda la volta in cui Rubini lo spedì a Trieste, per consegnare sul confine i contratti di vendita di alcune giostre, che da noi erano ormai di terza categoria ma per gli jugoslavi rappresentavano una novità assoluta. Sempre in "quella stanza", in un'altra era, altrettanto gloriosa, i favolosi anni '80, quelli delle 8 finali scudetto consecutive, quelli del Grande Slam ('87), quelli della più drammatica ed epica impresa, la "grande rimonta" da –31 a +34 sull'Aris ('86), quelli in cui l'Olimpia era <<la ventiquattresima squadra della NBA>>, insomma, gli anni di Meneghin, D'Antoni, McAdoo, Premier, Gallinari, Boselli, Pittis, Schoene, Barlow e JB Carroll il grande faraone, in quegli anni, dunque, e proprio in quella stanza, nacque la prima idea di Eurolega. Merito di Gianmario Gabetti, che riunì (1985) il segretario generale della Fiba, Boris Stankovic, l'arbitro inglese Turner, il presidente spagnolo Portela, per discutere gli ormai evidenti limiti della Coppa dei Campioni e lanciare una manifestazione europea di vertice non più riservata esclusivamente a chi vinceva il titolo nazionale, ma allargata alle migliori squadre continentali.
Il cinese e il candidato. Ancora e sempre in quella prima stanza, Ricky Pagani lanciò a Rubini una grandissima idea. Pagani, detto il "cinese", poichè aveva a lungo vissuto a Shanghai al seguito del padre diplomatico, gran giocatore ma anche promettente attore che recitò nel film "I sogni nel cassetto", a fianco di Lea Massari, insomma uno che sapeva le cose del mondo, propose a Rubini di ingaggiare per la Coppa dei Campioni Bill Bradley, stella americana di prima grandezza, che sarebbe rimasto due anni in Europa, a Oxford, per studiare da futuro senatore e candidato alla Presidenza Usa. Partì immediatamente la spedizione di Gamba e Rubini, arrivò Bradley e con lui (e Skip Thoren) la prima Coppa dei Campioni di una squadra italiana (1966). Bill sbarcava a Milano, sosteneva uno o due allenamenti, poi la partita, e se ne tornava sui libri di Oxford. All'inizio lo fecero dormire all'hotel Rosa, in via Pattari, dietro il Duomo, ma appena mise piede in Sede, Bradley decise che era li che doveva alloggiare. Così, i muri, adesso spogli, della palazzina liberty raccontano anche questo: qui ha dormito un candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Nel 1966, nelle scuole di Milano, stranamente sempre negli stessi giorni della settimana, si registrava un incremento esponenziale delle "bigiate" (marinar la scuola, in meneghino). Qualcuno notò che coincidevano con i giorni in cui Bill Bradley arrivava in città… E tutti i ragazzi a vedere gli allenamenti del mattino, con la triade Arrigoni–Cappellari–Faina in testa, anche se non era facile eludere il controllo dell'eccellente collegio Leone XIII°. Se li ricorda bene, Toni, quegli allenamenti: <<Contava i passi – racconta Cappellari – Faceva una riga per terra con lo scotch, poi partiva a tutta birra da metà campo in palleggio e doveva arrestarsi, senza guardarla, il più vicino possibile alla riga, senza pestarla. Contava i passi in ogni occasione. Quella di Bill Bradley era una vera ossessione: contava i passi che c'erano dallo spogliatoio al campo, quelli dall'uscita dell'aeroporto al parcheggio. E se li ricordava.>>
Prima stanza a sinistra. Di fronte a quello di Rubini c'era l'ufficio amministrativo. Una vetrata lo divideva dalla Sala delle Coppe, il "sancta sanctorum" della sede Olimpia, che soltanto chi ci è entrato almeno una volta può capirne il fascino e la forza evocativa. L'amministrazione era il regno di Andolfo Basilio, personaggio nevralgico della storia Olimpia. Basilio lavorava come ragioniere nella ditta del presidente Bogoncelli, la Nutralgum, commercio di granaglie e piantagioni di carrube in Sicilia, e venne dirottato ad amministrare l'Olimpia, per molti anni fu insieme papà e mamma di giovani leoni come Vittori, Vianello, Sardagna, Pieri, Ongaro, Velluti, oltre ad essere l'uomo che ha sviluppato il costume–Olimpia, facendo di via Caltanissetta non solo una casa ma anche un atelier. Rubini sotto le pressioni di Sandro Gamba, che gli faceva una testa come un cesto, aveva stretto molti contatti con il basket Usa, primo tra tutti con Lou Carnesecca, mitico allenatore della St. John's University. In uno dei tanti viaggi oltreoceano Cesare Rubini conobbe un amico di Carnesecca, tale William "Red" Saracheck, coach di una piccola scuola ebraica e proprietario di un grandissimo magazzino sportivo (per chi avesse consuetudine col basket lombardo, potremmo definirlo una specie di Dante Gurioli della Grande Mela). Il Principe guarda, fiuta, torna a Milano, parla con Basilio che realizza il businnes. L'Olimpia lancia la rivoluzione estetica: sono i primi a portare in Italia le All Star colorate, le tute e i pantaloncini di raso e le calze "tubolari". Il seminterrato diventa il magazzino di Basilio, salvo poi trasferirlo sul lato opposto di via Caltanissetta, quando il volume si fa debordante. All'epoca, tutti i giocatori di basket si facevano un giro in via Caltanissetta per comprare le All Star, tra le più ricercate quelle azzurre. Anche l'elegante giubbino Armani, che Bucchi sfoggia alle partite, in fondo, ha un antenato in quello importato da Basilio, blu o nero, con il girocollo e i polsini in bianco–rosso, i bottoni automatici al posto della zip, che divenne la divisa da viaggio del Simmenthal e che Basilio vendeva al pubblico nel suo magazzino. Dan e i suoi gioielli. Successivamente, negli anni '80, di quell'ufficio prese possesso Dan Peterson. Arrivò da Bologna nell'estate del 1978, con i suoi due gioielli: una Fiat 500 bianca e una Olivetti Lettera 33. La prima la parcheggiò di fronte alla sede, chiuse la portiera e non la toccò più: sarebbe ancora al suo posto, se un amatore non l'avesse comprata e prelevata. Sorte ben diversa toccò all'Olivetti, il cui massacrante ticchettio divenne il leit motiv della prima stanza a destra. Dan scriveva dalle 10 alle 15 lettere al giorno, fu il periodo del massimo intensificarsi dei contatti con gli Usa oltre ad una montagna di articoli per il Superbasket di Aldo Giordani, con un migliaio di profili di giocatori e allenatori. In quella stanza Dan concepì e scrisse "Basket essenziale", insuperata Bibbia del nostro sport, oltre alla collana in cui si esponevano le caratteristiche di ogni ruolo, dal Playmaker al Pivot. Peterson era bravissimo a disegnare, tavole e diagrammi contenuti nelle sue pubblicazioni erano di suo pugno, prima a matita e poi ripassati ad acquarello.
I Ragazzi del terrazzino. La seconda sulla destra, di fronte alla Sala delle Coppe (tanto per ricordare cosa li aspettava) era la stanza dei giovani allenatori. Campeggiava un cartello: VIETATO FUMARE… ALLA MATTINA!!! Poichè il Principe Rubini fumava la prima sigaretta soltanto dopo il pranzo, tutti dovevano adeguarsi. Di straforo fumavano i tre giovincelli, Cappellari, Faina e Roggiani, ma un giorno Rubini fece irruzione, e tuonò: "Siete peggio dei turchi: io vi caccio tutti", e fece appendere il cartello. Da allora, i tre allenatori delle giovanili Olimpia, anche in questo caso precursori del costume attuale, si ritrovarono costretti a fumare soltanto sul terrazzino esterno. I viaggi a ritroso nelle memorie, son sempre lenti e comportano pause, riflessioni, alcune commozioni e qualche amarezza. Avrete notato come Rubini, da vero monarca, non dicesse mai "ti licenzio", termine con qualche implicazione sindacale, bensì l'insindacabile "ti caccio".
La Foresteria. Riprendiamo il viaggio. Saliamo, in quella che fino al 1990 fu la foresteria: una stanza singola più tre camere a due/tre letti. Senza dimenticare di dare prima un'occhiata sotto le scale, dove era alloggiato un "marchingegno" che negli anni '60 nessun altra società possedeva, il Telex, il "nonno del fax", una telescrivente che serviva, appunto, a mantenere attivi e quasi in tempo reale i contatti con il basket americano. Nella foresteria, la "singola", ovviamente, è sempre stata oggetto di accanite contese. La più memorabile fu quella tra Riminucci e Vittori. Il primo la spuntò sul filo di lana. Doveva essere una sfida imparziale, invece risultò truccatissima, per l'influenza del presidente Bogoncelli, che stravedeva per "l'angelo biondo". Inquilini eccellenti della singola furono anche Mike D'Antoni, che poi passava ogni momento libero dagli allenamenti nell'ufficio della Bruna Haidemperger, mitica segretaria, a leggere la stampa americana, oppure Art Kenney, il mitico Arturo, il Rosso, cattivo, quello duro, che ancora oggi conserva un attaccamento viscerale alla vecchia Sede, oggi che lui si è salvato da tutto: dal tracollo della Lehman Brothers, di cui rimane un funzionario di alto livello, e dal crollo delle Torri Gemelle, poichè il suo ufficio stava proprio sotto e fu coinvolto nel disastro, ma Arturo in quel 11 settembre maledetto era in visita da un cliente. Comunque, onde evitare malumori, successivamente si decise di riservare la stanza singola ad un allenatore delle giovanili che svolgesse anche la funzione di tutor, una specie di "prefetto" di collegio. L'ultimo ad occuparla fu Marco Crespi, nel 1990, quando la società allargò gli uffici anche al piano superiore e affittò un appartamento nell'adiacente via Hajech nel quale crebbero, ad esempio, Michelori e Mordente. Mentre precedentemente nella foresteria erano passate generazioni di fenomeni, oltre ai già citati Riminucci e Vittori, in ordine sparso anche Vianello, Iellini, Masini, Gaggiotti, Velluti, Vecchiato, Francescatto, Fabbricatore, Borlenghi, Borghese, Gallinari, Biaggi, Fritz… Quante storie, aneddoti, la foresteria avrebbe da raccontarci... "Gallone", ad esempio, ne fu il boss indiscusso a suo tempo e dicono, anche se lui negherà per tutta la vita, che praticasse forme di nonnismo, per quanto innocente. Scoppiò anche qualche incidente. Velluti, cagliaritano, spaventoso talento atletico che fu campione italiano di salto in alto, aveva atteso per un anno intero la visita a Milano della sua fidanzata, che dalla Sardegna nutriva ossessivamente seri dubbi sulla fedeltà del suo ragazzo nella tentacolare Milano. Lui la rassicurava continuamente: sei la luce dei miei occhi, tengo sempre la tua fotografia a capo del letto. Quando finalmente, in un giorno di marzo, la ragazza si decise a prendere l'aereo per il "continente", Velluti si precipitò ad accoglierla a Linate, e nel frattempo Paolone Vittori, da assennato fratellone, decise di dare una rassettata alla stanza del compagno. Non avendo mai visto la fidanzata di Velluti, vedendo la fotografia di quella bella ragazza, a scanso di equivoci, decise di farla sparire insieme ad altro materiale che poteva ritenersi compromettente: per Velluti furono giorni di terribile broncio, altro che godimento. Giulio Iellini, con Basilio a fargli da spalla, vessava il povero Masini. Fingendo di non accorgersi della presenza di Massimo, i due si mettevano a parlare sottovoce, fitto fitto, di inquietanti presenze nella zona est di Milano, chissà? forse non proprio fantasmi, ma presenze misteriose e, si diceva, a volte anche pericolose, che uscivano di notte, probabilmente dai giardini di Largo Marinai d'Italia, abbastanza vicini. Masini fingeva di non prestare orecchio, ma una sera quando Iellini gli comparve all'improvviso nel giardinetto con urla disumane, avviluppato in uno sbrindellato lenzuolo bianco, tradizione orale e leggenda metropolitana, forse, vogliono che il Maso si producesse nello scatto più veloce della sua vita, senza fermarsi fino a Viale Piceno. Sopra alla foresteria c'era l'alloggio della "Coppia", così tutti chiamavano moglie e marito, che in Sede svolgevano rispettivamente il ruolo di cuoca e di factotum, provvedendo anche alle pulizie.
Seminterrato e roseto. Prima di trasformarsi in magazzino materiali, anche il seminterrato avrebbe le sue storie da raccontare. Originariamente c'erano un biliardo e il flipper. Il biliardo, soprattutto. Fu quello che subì l'onta maggiore, per l'uso improprio che ne fecero generazioni di giocatori–studenti, quando "bigiavano" la scuola, e andavano a dormirci sopra. Scendevano diligentemente i cinque gradini dell'ingresso principale, poi furtivamente svoltavano sul retro, dentro il magazzino, sopra il biliardo, e addio Milano, ci rivediamo per l'allenamento pomeridiano. Qualche complice lo avranno pur avuto. Ce lo immaginiamo. Figurarsi se mai li avrebbe traditi uno come Giuseppe Boggio. Operaio metalmeccanico in una fabbrica di Affori che trasferì la produzione in Valtellina, mentre lui non poteva seguirla, perchè viveva con i genitori molto anziani. L'Olimpia lo assunse nel 1975, e Boggio per prima cosa si mise ad innaffiare il meraviglioso roseto che stava nel giardinetto sul retro, davanti all'ingresso del magazzino che ben presto divenne il suo regno: responsabile del materiale e accompagnatore delle giovanili. Schivo e taciturno, sempre presente, senza parenti, i ragazzi delle giovanili sono sempre stati la sua vera famiglia, e via Caltanisetta 3 l'indirizzo della sua vera casa. Tra due anni andrà in pensione, avessero resistito ancora un po' sarebbe stato più contento. Conoscendolo, per Giuseppe Boggio, memoria storica dell'Olimpia, il distacco deve essere stato un trauma tremendo. Il viaggio è finito. Non ci resta che il doveroso ringraziamento a Toni Cappellari, il nostro Virgilio, che pazientemente ci ha accompagnato alla ricerca del paradiso perduto. A lui chiediamo venia, per non essere Dante (manco lontanissimi parenti) e non aver reso al meglio i suoi affascinanti ricordi.





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