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Uomini di Olimpia: Flavio Portaluppi

24/12/2013
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Qui il video realizzato da Olimpia Milano Tv: la storia “Olimpia” di Flavio Portaluppi, attuale general manager del club. Sotto il testo del servizio che compare sul “Game Program” di EA7 Emporio Armani.Vanoli Cremona in distribuzione il 26 dicembre al Forum.

Il primo ad ammetterlo è lui. Il canestro decisivo dello scudetto vinto nel 1996 dall’Olimpia non fu il missile di Flavio Portaluppi in gara 4. Quello chiuse la storia di quella stagione, fu come mettere i chiodi sulla bara. Il tiro decisivo lo mise Dejan Bodiroga, in gara 3, dalla media. Fu il tiro che spezzò l’equilibrio: l’Olimpia andò sul 2-1 e tornò al Forum, gremito, per chiudere i conti. E a farlo fu lui, Portaluppi. Epilogo simbolico, perché Flavio Portaluppi è la quintessenza del giocatore Olimpia: cresciuto nelle giovanili, ha fatto la trafila arrivando in prima squadra e conquistando poi un posto stabile in un roster di campioni dopo una stagione spesa ad Arese a segnare oltre 20 punti di media nell’A2 di allora, e quindi quasi tutta la carriera a Milano dov’è poi tornato, ad attività cessata, prima come team manager e adesso general manager. Quindi Flavio Portaluppi ha dedicato una grande porzione della sua vita all’Olimpia: giovanili, prima squadra, campione d’Italia, capitano e infine dirigente. Solo una cosa non ha fatto: l’allenatore.

IL PRIMO GIORNO – “Il primo giorno all’Olimpia? Lo ricordo benissimo: avevo finito la stagione nella categoria propaganda nel Basket Corsico, venne chiamato mio papà dal responsabile del settore giovanile Barbara. Mi allenai con la squadra di Marco Crespi che stava preparando le finali di categoria. Il primo impatto fu difficoltoso, la squadra era ben organizzata, il livello alto. Nonostante le mie titubanze mi chiamarono di nuovo e l’anno dopo entrai nella squadra dei ragazzi del ’71. La squadra era allenata da Guido Saibene: nei successivi quattro anni vincemmo tre titoli giovanili. Se mi avessero detto quello che sarebbe successo non ci avrei mai creduto. E’ stato tutto fantastico, l’esperienza nelle giovanili, in prima squadra con la fortuna di vincere lo scudetto e addirittura quello che sto facendo adesso”.

COS’E’ L’OLIMPIA – “I valori che vogliamo diffondere li abbiamo scritti sulla carta e appesi sul muro che accoglie i ragazzi quando entrano nella palestra Secondaria del Lido. La frase l’ha ideata Davide Losi, un amico, e contiene parole chiave come passione, famiglia, gruppo, come vittoria. Lo spirito Olimpia credo sia questo, la volontà e la disponibilità a sacrificarsi, a trovare piacere nella sfida. Sono valori che io ho cercato di imparare quando ero nelle giovanili e quando cominciai ad allenarmi con la prima squadra di D’Antoni, Meneghin, McAdoo. Da loro ho imparato a vivere in gruppo, stare assieme, accettare la competizione: sono concetti chi ho cercato di riproporre nelle squadre in cui ho giocato e cerco ora di trasmettere alla squadra. E’ difficile, è un basket diverso in cui si fatica a tenere insieme un nucleo di giocatori per un periodo lungo, però trasmettere le proprie radici, le proprie fondamenta è importante. Per leadership ii giocatori più Olimpia che abbia mai conosciuto sono stati Mike D’Antoni e Nando Gentile; per spirito di sacrificio direi Davide Cantarello e Vittorio Gallinari; per passione direi Alessandro De Pol; per talento a disposizione della squadra direi Rolando Blackman. Loro incarnavano lo spirito Olimpia ma come lottatori non mi dimenticherei mai di Arthur Kenney, Dino Meneghin e Roberto Premier”.

IO, BANDIERA – “Non mi sono mai sentito tale, le bandiere di questo club le identifico in giocatori come Arthur Kenney, come Pino Brumatti, come Mike D’Antoni o più recentemente forse Mason Rocca. Io mi sono sempre sentito piuttosto un ottimo comprimario, onorato di far parte per tanto tempo dell’Olimpia ma nulla di più”.

LE SCELTE – “Manager per caso? Quando smisi, a Cremona c’era un realtà solida, progetti ambiziosi, ma non c’era un dirigente di riferimento. Il presidente Triboldi e Andrea Zagni mi proposero di smettere di giocare a 36 anni e cominciare daccapo come dirigente quando in effetti, pensando al mio futuro, mi vedevo più come allenatore. Ma sono molto contento della scelta fatta, è un lavoro che mi gratifica pienamente. Quando giocavo, alla fine del settore giovanile, andai ad Arese da Luigi Bergamaschi che ebbe la sfrontatezza di buttarmi in campo fin da subito ed ebbi la fortuna di potermi confrontare subito con avversari di livello e rendermi conto di cosa avevo bisogno per salire altri gradini. Da dirigente è successo lo stesso perché Cremona mi ha permesso di confrontarmi subito con una realtà rilevante come Cremona, di commettere anche degli errori, non tanti da come ci siamo lasciati e quell’esperienza mi ha riportato all’Olimpia”.

LO SCUDETTO – “Una stagione trionfale di una squadra dimenticata come disse una volta Gianluca Pascucci. Eravamo un gruppo e un nucleo vincente, c’era gente che si sacrificava come De Pol, Cantarello, Alberti, Sambugaro e elementi di talento come Bodiroga, Blackman, Gentile, Fucka. Il mix era perfetto. Molti venivano da Trieste ed erano stati accolti con scetticismo ma con l’impegno e la qualità del gioco conquistò il pubblico. Finimmo la regular season al quinto posto, non fu una stagione facile ma vincemmo la Coppa Italia al Forum e  questo ci diede spinta e consapevolezza. In quegli anni la squadra da battere era la Virtus Bologna: battendola in semifinale arrivammo a giocarci lo scudetto con la Fortitudo con grande fiducia. Tanjevic era una persona disponibile al confronto, di grande carisma. Nando Gentile era psicologicamente, come leader un punto di riferimento per tutti. Blackman era un grandissimo professionista: era considerato un grande attaccante, si prendeva i tiri importanti ma cominciò tutto con la fase difensiva, si mise al servizio della squadra. E poi Bodiroga a Bologna strappò il fattore campo in gara 3 con un canestro incredibile dopo una prima azione offensiva che non portò a nulla: prese la squadra in mano e decise di segnare”.

IL CANESTRO – “Fu il canestro della staffa, non dello scudetto che fu quello di Bodiroga, ma ricordo quel tiro da tre con grande emozione e le sensazioni successive: esultai con un salto che potrei ricordare come il miglior gesto atletico della mia carriera. Non vincemmo lo scudetto con quel tiro, ma chiudemmo la stagione”.