Storia;

1987

Il Grande Slam

Con una squadra che stava gradualmente invecchiando, l’idea dell’Olimpia era quella di cominciare tardi la preparazione per aumentare il periodo di recupero estivo delle sue grandi star, tutte oltre i trent’anni, anche a costo di cedere qualcosa nella fase iniziale della stagione. C’era anche un altro vantaggio: la possibilità di scegliere gli americani (a quei tempi due per squadra, Mike D’Antoni giocava da italiano) all’ultimo momento senza determinare scompensi nella costruzione del gruppo. Nell’estate del 1986 in extremis, l’Olimpia firmò la prima scelta da Notre Dame, dei Los Angeles Lakers, Kenny Barlow, che poi avrebbe trascorso praticamente tutta la carriera in Europa e in particolare in Italia, ma soprattutto il vecchio leone, Bob McAdoo. “Fummo criticatissimi per queste scelte- ricorda coach Dan Peterson – Barlow era un universitario, aveva un chiodo in una caviglia, aveva avuto un incidente d’auto e partì lentamente. Ispirato dalla stampa, aveva anche il pubblico contro. Facemmo il Grand Slam ma le critiche ebbero un impatto. Barlow a fine anno fu lasciato libero e andò al Maccabi che ha portato alla finale la stagione dopo e quasi la vinceva. McAdoo? Lo trattavo da anni”.

Lo chiamavano DooDoo in America: ragazzo di Greensboro, North Carolina, grande fisico e mani d’oro, 2.05 di statura e un gioco da fuoriclasse ibrido, un po’ centro e un po’ ala forte. Fece un anno in un junior college dell’Indiana per mettere a posto i voti scolastici, poi andò a giocare a North Carolina da coach Dean Smith, non ancora completamente affermato e vi rimase un solo anno. Poi fu scelto al numero 2 dei draft NBA da Buffalo. La prima parte della sua carriera NBA fu contraddistinta da grandi performance realizzative prima a Buffalo poi anche nei New York Knicks e modesti risultati di squadra. Vinse tre volte la classifica marcatori NBA, fu Mvp nel 1975. Ma le sue squadre non vincevano mai. La seconda parte fu quella in cui passò ai Los Angeles Lakers dello Showtime di Pat Riley, Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar. A McAdoo cucirono addosso un ruolo da sesto uomo di lusso, grande scorer partendo dalla panchina. Con McAdoo i Lakers vinsero due titoli NBA nel 1982 e nel 1985. Passò a Philadelphia ma nella NBA McAdoo era a fine corsa quando arrivò la chiamata di Milano.

Accolto con scetticismo – quali motivazioni avrebbe avuto? In quali condizioni atletiche sarebbe stato? Il suo gioco da solista si sarebbe adattato a Milano come era accaduto nei Lakers? – McAdoo rispose alla grande. Con lui, l’Olimpia vinse due scudetti in tre anni e due coppe dei campioni. Nel 1986/87 lo allenò Dan Peterson, dopo toccò a Franco Casalini. Fece coppia con Barlow il primo anno, poi Rickey Brown. Arrivato per restare brevemente finì la carriera giocando in Italia anche a Forlì e brevemente a Fabriano per poi tornare in America e diventare l’assistente storico dei Miami Heat, prima con Riley poi con gli allenatori successivi.

La squadra del 1986/87 vinse lo scudetto per la terza volta consecutiva, battendo in finale Caserta come aveva fatto nel 1986. Vinse anche la Coppa Italia (95-93 contro Pesaro in finale, 29 punti di McAdoo) ma il suo livello di successo in Italia non era più in discussione. Lo era però la capacità di vincere in campo internazionale. Nel 1985 l’Olimpia aveva vinto la Coppa Korac ma il club aspirava alla grande affermazione internazionale. A quei tempi la Coppa dei Campioni era di una difficoltà abnorme: partecipavi solo se avevi vinto il titolo l’anno precedente o eri detentore del trofeo. Partecipavano poche squadre ma ogni gara era una battaglia. Problema ulteriore: per accedere al girone finale a sei, bisognava superare una sorte di turno preliminare che era già di livello mostruoso. L’Olimpia pescò dall’urna l’Aris Salonicco, la miglior squadra greca dell’epoca con i due migliori giocatori ellenici, Nick Galis e Panagiotis Yannakis che nel 1987 avrebbero portato la Nazionale ad uno storico oro europeo. La partita di andata a Salonicco fu una sorprendente disfatta. In un clima infernale come spesso in Grecia, l’Aris vinse 98-67, con 44 punti di Galis. Ma una battaglia drammaticamente persa creò i presupposti per un’impresa titanica, il +34 di una settimana dopo, 6 novembre 1986, al Palatrussardi di Lampugnano. Roberto Premier segnò 20 punti, Galis venne tenuto a 16. Notte di grandi emozioni, la rimonta graduale, +14 all’intervallo poi il fatidico +31 quando mancavano ancora cinque minuti da giocare. Partita tra le più famose nella storia del basket italiano e dell’Olimpia. Ma non è che il resto sia stato in discesa: l’allora Tracer vinse una partita strepitosa a Tel Aviv 97-79 (Roberto Premier segnò 31 punti), ma perse il ritorno a Milano e per accedere alla finale dovette attendere l’ultima giornata, giocando a Pavia contro i croati di Zara.

Il titolo europeo venne conquistato in Svizzera a Losanna battendo il Maccabi Tel Aviv nell’ultima Coppa dei Campioni assegnata in atto unico. Si giocò in un palazzo del ghiaccio e ne uscì una battaglia. Il miglior realizzatore fu ancora Premier con 23 punti, tantissimi in una gara a punteggio basso. Ad un minuto dalla fine sul 69 pari, segnò Mike D’Antoni, poi Dino Meneghin – immagine diventata storica – si accartocciò su se stesso, vittima dei crampi e restò in campo come riuscì, su una gamba sola. Il Maccabi ebbe il tiro per vincere la partita: lo prese il suo miglior tiratore, Doron Jamchy ma ne viene fuori un airball. L’Olimpia è campione d’Europa 21 anni dopo. Segna 21 punti il grande McAdoo e 18 li firma il discusso Barlow. E’ una squadra eccezionale, che conta anche su Boselli, Bargna, il giovanissimo Pittis e Vittorio Gallinari. Proprio Pittis è decisivo nello scudetto che per la prima volta venne assegnato al meglio delle cinque partite. La Tracer era sul 2-0 ma senza più energia quando ospitò la Girgi Caserta di Boscia Tanjevic e Oscar Schmidt. per chiudere i conti. Dopo 15 minuti era sotto di 20, Peterson decise di cercare forze fresche in fondo alla panchina e fu Pittis, due triple e due schiacciate, a cambiare l’inerzia della gara che venne controllata nella ripresa.

Nell’era Peterson il 1987 fu l’ultimo anno ma anche il migliore, quello in cui il grande coach dell’Illinois conquistò il titolo europeo e realizzò il famoso Grand Slam. Da allora tra le squadre italiane l’impresa sarebbe riuscita solo alla Virtus Bologna del 2001. Poco dopo Peterson, a corto di energie, decise di ritirarsi lasciando spazio a Franco Casalini alla vigilia di una stagione in cui avrebbe dovuto disputare anche la Coppa Intercontinentale, successivamente abolita.

Lo scudetto del 1987
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Lo scudetto del 1987

Kenny Barlow

Toccata e vittoria

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