Storia;

1988

Il Back-to-back europeo

Realizzato il Grand Slam, l’Olimpia dovette rinnovare per forza (il ritiro a soli 51 anni di Dan Peterson che per “cambiare” idea avrebbe atteso 25 anni) e anche per ringiovanirsi. Sul mercato prese Piero Montecchi da Reggio Emilia (via Franco Boselli), Massimiliano Aldi da Livorno (via Vittorio Gallinari), ritagliò uno spazio più ampio per Ricky Pittis e viceversa si appesantì dentro l’area rimpiazzando il giovane e atletico Kenny Barlow con Rickey Brown, ex giocatore NBA di discreta caratura e già esperto d’Italia in virtù della sua militanza a Brescia. Un’altra novità era rappresentata dall’impegno prestagionale in Coppa Intercontinentale, l’unico trofeo mai vinto dal club e in programma proprio a Milano. L’Olimpia vinse e arricchì la propria bacheca ma fu costretta ad anticipare i tempi della preparazione rispetto alle stagioni precedenti. In qualche modo lo pagò: in Coppa Italia fu eliminata al secondo turno da Cantù (si giocava ad eliminazione diretta, in singola partita); in campionato sarebbe arrivata stanca e logorata da una lunghissima stagione (partecipò anche all’Open di Milwaukee, primo club europeo a partecipare ad una competizione ufficiale contro una squadra NBA, i Bucks che vinsero il torneo triangolare cui prese parte la nazionale sovietica che pochi mesi dopo avrebbe vinto l’oro olimpico a Seul). Contro la giovane Scavolini del nemico storico Valerio Bianchini perse 3-1 interrompendo la striscia di tre scudetti consecutivi.

Ma la stagione 1987/88 passerà lo stesso alla storia per il secondo titolo europeo in una edizione dell’attuale Eurolega a suo modo rivoluzionaria, con un girone finale a otto e non sei squadre, quindi più lungo ma meno brutale perché avrebbe promosso quattro squadre al turno successivo, ovvero le Final Four, in programma in Belgio, a Gent. Fu la grande stagione di Franco Casalini, autentico prodotto Olimpia, ragazzo che dalle giovanili aveva fatto tutta la trafila fino ad arrivare da assistente in prima squadra. E dopo aver rinunciato ad altre opportunità per allenare come vice di Dan Peterson “la squadra della nostra vita”, fu la naturale prosecuzione del ciclo quando Peterson si chiamò fuori, logorato più nella testa che per altri motivi. Milanese, cuore biancorosso, Casalini per nove anni era stato il fido assistente di Peterson, la sua guida a Milano, e gradualmente aveva incrementato il proprio ruolo. Quando lasciò Milano, diventò capoallenatore a Forlì e quindi a Roma, ma riapparve in seguito sempre all’Olimpia da allenatore per le emergenze. Quindi di fatto dopo Peterson ci fu lui a portare la squadra sul trono europeo.

Come già l’anno precedente, anche nel 1988 la Coppa dei Campioni cominciò con una debacle: successe a Colonia, stavolta, un’inaspettata sconfitta di 24 punti subendone 102 nella quale l’unica nota positiva furono i 26 punti del “Papero” Montecchi, chiamato ad alleviare la pressione da Mike D’Antoni. Fu una sconfitta meno pericolosa perché avvenne nel girone eliminatorio e ci fu il tempo per rimediare, tra l’altro anche con una grande prestazione a Tel Aviv dove la Tracer vinse segnando 99 punti di cui 68 firmati dalla coppia McAdoo-Brown, forse uno degli americani più sottovalutati nella storia dell’Olimpia. Il girone fu altalenante, Nick Galis segnò 50 punti contro Milano quando l’Aris nel campo impossibile di Salonicco vinse di 25. Ma qualificarsi tra le prime quattro non fu un problema e a Gent si presentò una squadra esperta e decisa a confermarsi sul trono europeo. La semifinale proprio contro l’Aris fu vinta accelerando nel secondo tempo con 39 punti e 11 rimbalzi di McAdoo (i 39 punti sono ancora oggi record per le semifinali di Eurolega). Brown ne fece 28 e la Tracer vinse 87-82 imponendo il suo gioco interno. Così la finale fu la stessa di un anno prima, contro il Maccabi di Ken Barlow, uno che secondo coach Peterson venne fatto partire troppo in fretta. La rimonta del Maccabi trascinato proprio da Barlow nella ripresa è stoppata dai canestri della linea verde, Pittis e Aldi (15 punti in coppia). Milano vince 90-84 e si conferma campione d’Europa.

La vittoria in Coppa dei Campioni fu l’unico successo stagionale dell’Olimpia. In campionato, la Tracer arrivò alla finale scudetto, incontrando stavolta la Scavolini Pesaro del vecchio nemico Valerio Bianchini con Darwin Cook, Darren Daye e tre italiani di alto livello, tre nazionali, come Walter Magnifico, Ario Costa e Andrea Gracis. In una serie al meglio delle cinque partite, la Scavolini chiuse i conti sul 3-1 e diventò la rivale per eccellenza dell’Olimpia in quel particolare momento della sua storia. L’anno seguente, quello dello scudetto di Livorno e della chiusura del ciclo di vittorie di D’Antoni e Meneghin, di McAdoo e Premier, l’Olimpia eliminò Pesaro in una contestatissima semifinale che venne influenzata da un successo ottenuto a tavolino, per la prematura uscita dal campo di Meneghin, in gara 1, colpito da una monetina. L’Olimpia perse sul campo, ma vinse a tavolino e poi chiuse i conti in casa 2-0.

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