Storia;

1981

Dino Meneghin con la stella

Il primo scudetto dell’era Peterson arrivò nel 1982, non a caso nella prima stagione con Dino Meneghin sul campo. Veneto di Alano di Piave ma cresciuto a Varese, era stato un fenomeno di precocità quando lasciò il lancio del peso per diventare il più grande centro nella storia del basket italiano. A Varese esordì giovanissimo in Serie A e cominciò a vincere subito firmando un’epoca accanto a giocatori come Bob Morse, Aldo Ossola, Ivan Bisson. La Varese delle 10 finali europee consecutive di cui cinque vinte era la sua squadra. In quelle vesti, Meneghin diventò un avversario storico per l’Olimpia, in pratica l’avversario per eccellenza.

Ma l’epopea di Varese finì nell’estate del 1981 con l’uscita di scena di Giovanni Borghi che determinò in automatico la cessione di Meneghin. E Gianmario Gabetti, da poco proprietario dell’Olimpia, ne fece una questione di principio. Così Meneghin passò da Varese a Milano, da una rivale all’altra anche se di fatto senza di lui e senza Morse (passato ad Antibes), i varesini non potevano più aspirare al titolo. L’Olimpia invece cambiò volto: con Meneghin centro (la sua prima stagione cominciò in ritardo per un infortunio al ginocchio), costruì una squadra alta, grossa e potente che utilizzava come ala piccola Vittorio Ferracini o Vittorio Gallinari, John Gianelli da ala forte e due tiratori da alternare come Franco Boselli e Roberto Premier, prelevato da Gorizia. In regia Mike D’Antoni giocava fino allo sfinimento: quando usciva, c’era Marco Lamperti, prodotto del vivaio milanese.

L’avvio fu difficilissimo: l’Olimpia perse in casa contro Rieti al debutto, a fine novembre perse 110-65 a Pesaro, la squadra di Dragan Kicanovic e Meneghin debuttò soo il 6 dicembre, a Rieti, con un’altra sconfitta fragorosa, 88-67. Perse anche a Varese, nel ritorno di Meneghin sul suo campo, nella sua città. Ma vinse 12 delle ultime 13 partite della stagione regolare, giocò un quarto di finale sofferto contro Brescia vincendo gara 3 nel finale. In semifinale vinse a Torino gara 1 (20 punti di Franco Boselli) ma solo di uno gara 2 a San Siro. La finale fu con la Scavolini dell’ex Mike Sylvester. Il Billy giocò una grande gara nelle Marche vincendola 89-86 e poi si salvò in gara 2 – conquistando il ventesimo titolo ovvero la seconda stella – quando John Gianelli stoppò il tiro della vittoria di Sylvester in una memorabile partita che vide il coach pesarese Pero Skansi partire con Kicanovic dalla panchina. Gianelli segnò 39 punti nelle due gare della finale, conquistandosi un posto d’onore nella galleria dei grandi americani dell’Olimpia: era bianco, poco appariscente, lento ma dotato di grande mano, intelligente e difensore straordinario.

Lo scudetto fu l’inizio di una nuova era. La stagione successiva, l’Olimpia raggiunse di nuovo la finale di Coppa dei Campioni perdendola a Grenoble di un punto contro la Ford Cantù (Boselli ebbe il pallone della vittoria ma sbagliò il tiro dalla media che avrebbe completato la rimonta) e perse anche la finale scudetto contro Roma, trascinata dall’immenso Larry Wright. Nel 1984 a battere l’Olimpia in finale fu la Knorr Bologna di Roberto Brunamonti e Renato Villalta. Su quella serie resta una macchia indelebile: Bologna vinse gara 1 a Milano, ma l’Olimpia si riprese il vantaggio del campo in gara 2 quando Dino Meneghin fu espulso per proteste e squalificato tre giornate. Senza Meneghin in campo in gara 3, la Virtus ebbe la meglio.

La maledizione dei secondi posti cessò nel 1985, la stagione del crollo del palazzone di San Siro, il cui tetto venne sbriciolato dalla neve. L’Olimpia partì con Russ Schoene e Wally Walker come americani. All’inizio a faticare era il primo, giovane e poco quotato, ma al momento di firmare il grande Joe Barry Carroll, coach Peterson cambiò idea, rinunciò all’esperto Walker e tenne Schoene. Grande idea: Schoene diventò protagonista, firmò la vittoria in Coppa Korac e diventò un altro dei grandi americani dell’Olimpia. Carroll venne a Milano nell’ambito di una disputa salariale con i Golden State Warriors. Ex prima scelta assoluta, aveva mani fantastiche, talento e poca intensità. Lo soprannominarono Joe Barely Cares, ovvero Joe “Senefrega”. Ma a Milano entrò in sintonia con l’ambiente, giocò una stagione straordinaria e portò l’Olimpia al titolo senza sconfitte nei playoff. Nel 1986 Carroll tornò nella NBA, Schoene restò e Milano vinse ancora lo scudetto. Dopo Pesaro toccò a Caserta cedere alle truppe di Dan Peterson, la Caserta del giovane Nando Gentile e del terrificante bomber Oscar Schmidt. Dopo il secondo scudetto di fila, il terzo dell’era Peterson-D’Antoni-Meneghin, era però venuto il momento di tornare a vincere nell’Europa che conta.

Dino Meneghin
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Dino Meneghin

Lo scudetto del 1982
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Lo scudetto del 1982

Dino Meneghin

Dopo una grande carriera a Varese, Dino Meneghin ne ebbe una seconda altrettanto lunga e vincente all’Olimpia Milano

John Gianelli

John Gianelli arrivò a Milano dopo il fallimento dell’ambiziosa trattativa per Kevin McHale. E non fu una presenza… passeggera

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