tratto dal libro
50 anni di Olimpia Milano
Già: in realtà la leggenda dello "stile" l'ho sentita in prima persona fin da quando, settembre 1972, ho avuto il primo incontro con quell'ambiente e quella squadra per cui deliravo da quando ho conosciuto il basket, una decina d'anni prima, ma non ho mai capito fino in fondo in cosa consistesse la differenza con gli altri, eventuali, "stili".
Ora, non so se esiste uno "stile Virtus", o "Varese" o che altro: la mia infanzia, adolescenza e maturità (manca solo la pensione) professionali le ho vissute tutte in via Caltanissetta; l'unico stile che ho conosciuto, che ho vissuto è quello; e mi pare che sia quello, l'unico esistente.
Lo "stile", però, non nasce da sè, ma viene dalle persone che lo incarnano, ovvero coloro che lo hanno, per così dire, inventato: Adolfo Bogoncelli e Cesare Rubini.
E allora, di cosa stiamo parlando, insomma? Proviamo a trovarlo in alcuni aneddoti personali.
ANEDDOTO NUMERO 1: dicevo del mio primo incontro personale con uno dei depositari dello "stile": settembre 1972, poco più che ventenne, vengo convocato per un colloquio atto all'assunzione da quello che, fino ad allora, potevo soltanto ammirare da lontano: Cesare Rubini.
Appena seduto di fronte al mio idolo, mi viene offerta una sigaretta (CORTESIA?), e dopo l'elaborata trattativa di carattere economico ("ti possiamo dare venticinquemila lire al mese" "va benissimo"), il Principe mi domanda delle mie abitudini, dei miei hobbies:
"Ho saputo che giochi ancora, è vero?"
"In effetti sì: invece che andare al cinema, la sera, vado ad allenarmi tre o quattro volte la settimana."
"Chi fa l'allenatore, è bene che non giochi a basket" (DEDIZIONE AL MESTIERE?)
"Se vuole, smetto da oggi."
"Non è necessario, basta che giocare non sia dannoso alla tua professione" (MAGNANIMITA'?).
ANEDDOTO NUMERO 2: marzo o aprile 1974, casa mia, interno giorno.
La squadra appena affidatami, sulla carta molto forte, ha appena subito una dolorosa eliminazione dal Campionato Allievi. La delusione è cocente, lo scoramento è senza fine. Sto meditando di tornare agli esami universitari ed abbracciare una professione seria (balle: neanche per un attimo, ma mi sembra buona letteratura). Squilla il telefono: è il presidente Adolfo Bogoncelli, la prima volta che succede (che mi telefoni, non che mi parli, beninteso).
"Come va, danceur*?" (INTERESSAMENTO VERSO I COLLABORATORI?)
"Non benissimo, presidente, abbiamo perso una partita decisiva."
"Non ti preoccupare. Hai idea di quante partite abbiamo perso, Rubini ed io, prima di oggi, e quante di queste erano decisive?" (FILOSOFIA SPORTIVA?)
"Posso immaginarlo, ma la mia è la prima, un'autentica mazzata per me."
"Ma quale mazzata, non mi far ridere (SDRAMMATIZZAZIONE?). Quello che conta è che hai comunque lavorato bene coi ragazzi, e questo lo sappiamo bene, Rubini ed io (CONCORDIA TOTALE CON LO STAFF?)". Ricordati: meglio un giocatore formato per la serie A, che cento titoli giovanili (COERENZA CON LE STRATEGIE SOCIETARIE?), grazie a te. Bravo, e non ci pensare più" (PENSARE SEMPRE ALL'AVVENIRE?)
ANEDDOTO NUMERO 3: un passo indietro (lo so, si tratta di preistoria, ma che ci posso fare se la Simmenthal ha lasciato la sponsorizzazione nel 1973? La prossima volta vi racconterò dello "stile Adecco", così restiamo alla stretta attualità).
Bologna, maggio 1973, Hotel Garden, interno notte.
Siamo sconsolati: abbiamo perso lo spareggio con l'Ignis. Grida vendetta il fallo, il quinto, fischiato ad Arthur Kenney, quando a noi sembrava evidente lo sfondamento di Dino Meneghin, in tal caso il SUO quinto fallo.
Stiamo, noi giovani collaboratori, lanciando tutti i nostri segni d'amore all'arbitro autore del misfatto, quando Rubini passa dalle nostre parti:
"La verità, fallo a parte, è che ho sbagliato io: non dovevo mettere Arturo nelle condizioni di arrivare al quarto fallo" (CAPACITA' DI AUTOCRITICA, ASSENZA DI GIUSTIFICAZIONISMO, PERSONALITA'?)
Chissà se c'era l'apostrofo o no?
* "Danceur": soprannome con cui il Presidente mi chiamava dopo la mia esibizione coreografica in occasione di una festa natalizia in un (allora) noto locale milanese (le cui fondamenta sono state scoperte nel corso degli scavi per il Passante Ferroviario), quando fu particolarmente apprezzata la mia performance al ritmo di un flamenco. (SAVOIR VIVRE?)
