La Seconda Stella di Dan Peterson
"Abbiamo vinto con la grande freddezza dei campioni.
Meno uno, 10 secondi dalla fine della gara per il titolo.
Palla sotto a John Gianelli per il canestro vincente.
Invece, raddoppiato, con i secondi che passano, passa fuori.
Palla a Mike D'Antoni, tiro, canestro, più uno, Scudetto."
Meno uno, 10 secondi dalla fine della gara per il titolo.
Palla sotto a John Gianelli per il canestro vincente.
Invece, raddoppiato, con i secondi che passano, passa fuori.
Palla a Mike D'Antoni, tiro, canestro, più uno, Scudetto."
Dan Peterson
Tutti mi dicono che dovrei mandare ogni anno biglietti di Natale a Petar Skansi per come ci ha 'regalato' lo scudetto del 1982 quando non ha fatto partire in quintetto, nella finalissima a Milano, Dragan Kicanovic e l'ha tenuto in panchina per i primi 17' della partita. Bella teoria, ma falsa. Forse, però, ce l'ha "regalato" prima,
quando la Scavolini ci ha massacrato a Pesaro a novembre, 110-65, in TV.
Però, non cominciamo dalla fine. Per me, lo scudetto del 1982 (e quelli successivi) è nato un anno prima, con l'eliminazione in semifinale per mano della Squibb Cantù di Valerio Bianchini, nella serie più emozionante di sempre: loro vincono di 2 a Milano, noi vinciamo di 2 a Cantù, loro vincono di 1, dopo due supplementari, a Milano.
Ero a terra dopo quella sconfitta. No, non perchè avevamo giocato male. Anzi, perchè avevamo giocato anche sopra le nostre possibilità, con gente che letteralmente 'sputava sangue' in campo. Mi dispiaceva per loro: i giocatori, i dirigenti, la proprietà, lo sponsor (Billy) e i tifosi. Sì, anche per me... e molto. Non volevo allenare più. A questo punto, c'è la svolta.
Nel corridoio fuori dallo spogliatoio mi vede il Cav. Giovanni Gabetti, proprietario della società. Da grandissimo soggetto qual è, mi rincuora, mi ringrazia per tutto ciò che è stato fatto e mi dice che mi vuole vedere l'indomani nel suo ufficio. Mi presento con l'idea di dare le dimissioni. Lui mi anticipa: "Coach, La voglio firmare per tre anni". Io non avevo mai voluto un contratto che durasse più di un anno, ma accetto subito.
Non si ferma lì. Mi dice: "Coach, cosa ci vuole per vincere lo scudetto?" Io dico: "Cavaliere, vorrei due giocatori: Meneghin e Premier." Non pensavo di poter avere Meneghin, ma speravo in Premier. Lui non esita: "Avrai entrambe, se è umanamente possibile". Miracolo: prendiamo nientemeno che Dino Meneghin e, come premio per me, anche Roberto Premier. Due vincenti.
Poi, in prestagione, c'è qualche problema: Meneghin si fa operare al ginocchio e Premier non riesca ad integrarsi. Come se non bastasse, Vittorio Gallinari non firma il rinnovo.
Come sa qualsiasi allenatore, quando ti mancano dei giocatori importanti, gli altri fanno gli straordinari, si stancano e dalla stanchezza vengono gli infortuni oppure, solo, la lingua a terra. Aggiungiamo anche le squalifiche, tipo John Gianelli, e ci presentiamo a Pesaro, a novembre, con la squadra a pezzi. Pesaro, senza pietà, ci stende, come detto, 110-65. In TV! Con il commento del grande Aldo Giordani.
Ma da quella sconfitta, nasce in tutti una nuova determinazione. Il titolo de La Gazzetta dello Sport è impietoso: "Il Billy s'arrende senza lottare". Non era vero. Non ci siamo arresi e abbiamo lottato, ma aveva ragione La Gazzetta per l'impressione lasciata. Ma loro, Skansi in particolare, hanno fatto un errore: ci hanno schiacciato sotto i tacchi.
Per quell'anno e per i cinque anni dopo, in cui ho allenato io la squadra, qualsiasi partita contro Pesaro ricordava nelle teste dei miei giocatori quella sconfitta umiliante. Non c'era più bisogno di 'caricare' la squadra. Erano già super-pronti, con il 110-65 in testa.
Nella prima metà della stagione, abbiamo un record, senza Meneghin, di 7-9. Dal suo ritorno il record diventa 14-2. Incredibile il suo contributo pur non essendo al 100%. Insieme a lui, emerge Roberto Premier, che segna a raffica.
Giochiamo il ritorno con la Scavolini a Milano, vincendo a San Siro per 98-84. Solo 14 punti, non certo 45. Ma Roberto Premier da una dimostrazione del suo potenziale offensivo: 27 punti in 14 minuti.
Non ho mai visto la squadra così intensa, così concentrata, con così tanto cuore. Capiamo una cosa importante: possiamo battere Pesaro.
Dopo quella partenza lenta, arriviamo terzi (21-11). La Scavolini arriva prima e la Berloni Torino seconda. Nei quarti, affrontiamo la Pinti Inox Brescia, allenata da Riccardo Sales, proveniente dall'A-2. Passiamo con fatica, 2-1.
In semifinale, la Berloni ha il vantaggio campo, ma sbanchiamo Torino con una grande serata di Franco Boselli al tiro, per l'82-71 finale. Poi, con fatica, vinciamo a Milano, 66-65, non giocando benissimo. Siamo in finale con la Scavolini.
In Gara 1, il tabellone non funziona bene, almeno il cronometro. In un primo tempo di almeno 30 minuti cronometrati, siamo sopra, 60-56. A Pesaro. Dove ci avevano dato quei 45 punti in faccia. Mike D'Antoni limita Kicanovic, Meneghin limita Roosevelt Bowie, Premier limita Mike Sylvester e vinciamo per un pelo, 89-86. Basta vincere a Milano e siamo Campioni d'Italia. Poi, però Skansi ci scombussola.
Non far partire Kicanovic ci rovina i piani e, a 3' dalla fine, sono avanti di 5. Durante un timeout chiedo a D'Antoni: "Mike, vuoi usare la 1-3-1?" Cioè, la nostra famosa difesa? Lui: "Quanto manca? Tre minuti? Cinque punti? No, stiamo a uomo. Li possiamo fermare". Detto fatto. Con un parziale di 6-0 chiudiamo la partita 73-72 e vinciamo gara, serie e Scudetto.
Però, non cominciamo dalla fine. Per me, lo scudetto del 1982 (e quelli successivi) è nato un anno prima, con l'eliminazione in semifinale per mano della Squibb Cantù di Valerio Bianchini, nella serie più emozionante di sempre: loro vincono di 2 a Milano, noi vinciamo di 2 a Cantù, loro vincono di 1, dopo due supplementari, a Milano.
Ero a terra dopo quella sconfitta. No, non perchè avevamo giocato male. Anzi, perchè avevamo giocato anche sopra le nostre possibilità, con gente che letteralmente 'sputava sangue' in campo. Mi dispiaceva per loro: i giocatori, i dirigenti, la proprietà, lo sponsor (Billy) e i tifosi. Sì, anche per me... e molto. Non volevo allenare più. A questo punto, c'è la svolta.
Nel corridoio fuori dallo spogliatoio mi vede il Cav. Giovanni Gabetti, proprietario della società. Da grandissimo soggetto qual è, mi rincuora, mi ringrazia per tutto ciò che è stato fatto e mi dice che mi vuole vedere l'indomani nel suo ufficio. Mi presento con l'idea di dare le dimissioni. Lui mi anticipa: "Coach, La voglio firmare per tre anni". Io non avevo mai voluto un contratto che durasse più di un anno, ma accetto subito.
Non si ferma lì. Mi dice: "Coach, cosa ci vuole per vincere lo scudetto?" Io dico: "Cavaliere, vorrei due giocatori: Meneghin e Premier." Non pensavo di poter avere Meneghin, ma speravo in Premier. Lui non esita: "Avrai entrambe, se è umanamente possibile". Miracolo: prendiamo nientemeno che Dino Meneghin e, come premio per me, anche Roberto Premier. Due vincenti.
Poi, in prestagione, c'è qualche problema: Meneghin si fa operare al ginocchio e Premier non riesca ad integrarsi. Come se non bastasse, Vittorio Gallinari non firma il rinnovo.
Come sa qualsiasi allenatore, quando ti mancano dei giocatori importanti, gli altri fanno gli straordinari, si stancano e dalla stanchezza vengono gli infortuni oppure, solo, la lingua a terra. Aggiungiamo anche le squalifiche, tipo John Gianelli, e ci presentiamo a Pesaro, a novembre, con la squadra a pezzi. Pesaro, senza pietà, ci stende, come detto, 110-65. In TV! Con il commento del grande Aldo Giordani.
Ma da quella sconfitta, nasce in tutti una nuova determinazione. Il titolo de La Gazzetta dello Sport è impietoso: "Il Billy s'arrende senza lottare". Non era vero. Non ci siamo arresi e abbiamo lottato, ma aveva ragione La Gazzetta per l'impressione lasciata. Ma loro, Skansi in particolare, hanno fatto un errore: ci hanno schiacciato sotto i tacchi.
Per quell'anno e per i cinque anni dopo, in cui ho allenato io la squadra, qualsiasi partita contro Pesaro ricordava nelle teste dei miei giocatori quella sconfitta umiliante. Non c'era più bisogno di 'caricare' la squadra. Erano già super-pronti, con il 110-65 in testa.
Nella prima metà della stagione, abbiamo un record, senza Meneghin, di 7-9. Dal suo ritorno il record diventa 14-2. Incredibile il suo contributo pur non essendo al 100%. Insieme a lui, emerge Roberto Premier, che segna a raffica.
Giochiamo il ritorno con la Scavolini a Milano, vincendo a San Siro per 98-84. Solo 14 punti, non certo 45. Ma Roberto Premier da una dimostrazione del suo potenziale offensivo: 27 punti in 14 minuti.
Non ho mai visto la squadra così intensa, così concentrata, con così tanto cuore. Capiamo una cosa importante: possiamo battere Pesaro.
Dopo quella partenza lenta, arriviamo terzi (21-11). La Scavolini arriva prima e la Berloni Torino seconda. Nei quarti, affrontiamo la Pinti Inox Brescia, allenata da Riccardo Sales, proveniente dall'A-2. Passiamo con fatica, 2-1.
In semifinale, la Berloni ha il vantaggio campo, ma sbanchiamo Torino con una grande serata di Franco Boselli al tiro, per l'82-71 finale. Poi, con fatica, vinciamo a Milano, 66-65, non giocando benissimo. Siamo in finale con la Scavolini.
In Gara 1, il tabellone non funziona bene, almeno il cronometro. In un primo tempo di almeno 30 minuti cronometrati, siamo sopra, 60-56. A Pesaro. Dove ci avevano dato quei 45 punti in faccia. Mike D'Antoni limita Kicanovic, Meneghin limita Roosevelt Bowie, Premier limita Mike Sylvester e vinciamo per un pelo, 89-86. Basta vincere a Milano e siamo Campioni d'Italia. Poi, però Skansi ci scombussola.
Non far partire Kicanovic ci rovina i piani e, a 3' dalla fine, sono avanti di 5. Durante un timeout chiedo a D'Antoni: "Mike, vuoi usare la 1-3-1?" Cioè, la nostra famosa difesa? Lui: "Quanto manca? Tre minuti? Cinque punti? No, stiamo a uomo. Li possiamo fermare". Detto fatto. Con un parziale di 6-0 chiudiamo la partita 73-72 e vinciamo gara, serie e Scudetto.
