Le Scarpette Rosse di Sandro Gamba


"Tutti avevano sempre giocato con le scarpe bianche. Ed ecco che questi dell'Olimpia si presentano con le scarpe dello stesso colore delle maglie. Tutta Italia non parlò d'altro, fu un colpo come se oggi Jabbar venisse a giocare con noi"
 
tratto dal libro
50 anni di Olimpia Milano
 
Arrivano a metà degli anni '50 dagli Stati Uniti. Sono le Scarpette Rosse, le calzature che, più di ogni altro indumento ogni epoca, hanno scritto la storia dello sport italiano. Della pallacanestro, in questo caso. A volerle, non poteva essere che lui, Adolfo Bogoncelli, il padre fondatore dell'Olimpia che aveva già da qualche tempo rinnovato anche le ormai passate divise da gioco. In principio sono delle Converse rosso fuoco, fatte arrivare apposta da un college americano. è una rivoluzione, visto che fino ad allora ai piedi di noi giocatori di basket c'erano sempre state delle Superga di tela. La scarpe "americane", però, costano troppo e allora la Superga, in via del tutto eccezionale, decide di produrne duecento paia, solo ed esclusivamente ad uso dei giocatori del Simmenthal. Le indossiamo sempre, in allenamento e in partita. Ci obbligano, ma ci piace anche. Poi, però, quelle famose duecento paia finiscono e allora ci si ributta sul mercato statunitense. Abbinate a dei calzettoni lunghi fino al ginocchio, come si usavano a quei tempi, con le strisce biancorosse, fanno una gran scena. Siamo la squadra più forte e meglio vestita del campionato. Non le abbandoniamo più fino al 1973. Quell'anno cambia lo sponsor. Arriva l'Innocenti, cambiano i colori (azzurro) e di conseguenza le scarpette rosse finiscono in soffitta insieme a 17 anni di storia.
Diciassette anni, e più, di cui ho fatto parte anch'io. Sotto diverse forme. Giocatore, vice allenatore e poi, anche se mai ufficialmente, capo allenatore. Dopo l'esordio nel 1951 con la maglia del Borletti, a neanche diciannove anni, faccio il mio esordio per la prima volta nei "cinque", nel 1952 in occasione del Torneo di Sanremo, una manifestazione che sopravviverà fino all'introduzione della Coppa dei Campioni sul finire degli anni '50 e alla quale partecipavano, previo invito, le miglior compagini d'Europa. è un mio obiettivo partire in quintetto in quell'occasione e Rubini me ne da l'opportunità. Quell'anno ho anche una delle più grandi soddisfazioni della mia carriera. Insieme a Stefanini, che aveva 30 anni all'epoca, riceviamo un'offerta per andare a giocare al Real Madrid. Sono tentato, ma rifiuto, nonostante il salto sarebbe stato evidente. In Italia chi giocava doveva anche lavorare per guadagnarsi da vivere, mentre a Madrid c'erano più soldi e poi, non meno importante, il Real era in linea teorica la squadra più forte d'Europa.
Durante i miei anni milanesi, vedo anche passare i primi giocatori stranieri. Il primo è il greco Stephanidis, ma non tutti sanno come venne reclutato. Bogoncelli incarica me e Riminucci, impegnati con la nazionale ai Giochi del Mediterraneo a Barcellona, è il luglio del 1955, di contattare la stella della formazione ellenica. Così arriva il primo straniero a Milano e in Italia. Poi è la volta del primo americano. Si chiama Ronny Clark ed è un centrone grande e grosso proveniente da Illinois. In quegli anni era più facile trovare americani buoni, perchè le squadre NBA erano molte meno di oggi e quindi sul mercato rimanevano giocatori di assoluto valore. Rimane una stagione, ma io e Rubini lo rincontriamo parecchi anni dopo negli Stati Uniti. A Springfield, nel '90, si svolge la prima edizione dell'Hoop Summit, la partita tra le giovani promesse del Resto del Mondo, da me allenata, e i migliori giovani americani. Lo riconosco subito ed è un piacere. Dopo di lui è la volta di George Bon Salle che, oltre a ottimo giocatore di basket, è anche un buon pitcher di baseball. Poi, dopo la retromarcia della federazione che, in vista di Roma 1960, vieta il tesseramento di stranieri, è la volta di Thoren, Bradley Raymond, Tillman, il primo nero, fino ad arrivare ad Arthur Kenney. Il nostro primo incontro con Arturo avviene nell'estate del 1969. Siamo in Sicilia per una tournè e incontriamo un college americano nelle cui fila gioca Kenney. Lui e Tillman vengono alle mani e Rubini prende le difese del suo giocatore. Passa un anno e io mi ritrovo negli Stati Uniti alla ricerca di un americano. Ne trovo 5 o 6 papabili e accessibili per i prezzi, che nel frattempo si erano alzati. Tutti firmano con i pro tranne Bob Linard. Lo facciamo venire in Italia, lo proviamo, non ci piace e lo giriamo a Cantù (dove tuttora vive). Abbattuti, io e Rubini partiamo per la Bretagna per andare a vedere le finali di Coppa di Francia e, sorpresa, nel Le Mans rincontriamo Kenney. Rubini, memore dell'incidente dell'estate precedente, non vuole parlargli, allora lo faccio io. Lo incontro in un bar e combiniamo subito. Dopo i tre anni di Kenney, finisce anche il ciclo Simmenthal e pure io me ne vado via. Destinazione Varese. Da allenatore dell'Ignis ricevo la prima standing ovation della mia vita in occasione della mia "prima" al Palalido. Non lo dimenticherò mai.





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