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Red Shoes Are Back 26: Nick Melli

14/07/2014
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La prima vittoria stagionale di Eurolega, contro lo Zalgiris Kaunas, una partita che Coach Banchi non ebbe problemi a definire subito uno spareggi, fu firmata da Nicolò Melli, il giocatore dell’Olimpia da più tempo in biancorosso. Contro i lituani, la partita non venne dominata ma fu vinta comunque in modo inequivocabile. Se la prima vittoria di campionato fu siglata da Samardo Samuels, contro lo Zalgiris ci fu un altro protagonista diverso e solo in parte inatteso: Nicolò Melli appunto. In quella gara segnò 20 punti con 9/10 dal campo e catturò 9 rimbalzi.

Nicolò Melli non è un realizzatore ma ha abbastanza talento da poter esplodere in prestazioni rilevanti anche statisticamente. E’ successo per tutto l’anno: se le medie parlano di un giocatore da 7-8 punti, 5-6 rimbalzi di media, occasionalmente è stato capace di fare molto di più. Contro Roma, in campionato, segnò 24 punti. Contro Pistoia, in gara 1 dei playoffs, ne fece 18 in 22 minuti. Nelle ultime due partite della stagione Melli ha ritrovato il suo tiro da tre nei momenti decisivi. Due bombe in gara 6, 11 punti e 13 rimbalzi in gara 7, l’ultimo dato record carriera. Melli ha tiro da tre, statura, può riempire le corsie, salta, se prende un rimbalzo può anche partire in palleggio e dati statistici alla mano è un difensore di alto livello. Solo che tutte queste cose non si vedono necessariamente sempre. La novità è che nell’ultima stagione è successo tutto con molta maggiore frequenza rispetto al passato, merito forse dell’età, della maturità. Fatto sta che, partito in una situazione affollata nel suo ruolo, Melli si è rivelato di fatto il 4 titolare dell’Olimpia e un’ala forte utilizzabile da centro per necessità difensive, per allargare il campo, per adattarsi alle scelte dell’avversario.

Melli è un ragazzo “old style”, forse persino troppo nella parte del giocatore bello, intelligente (Il Piccolo Lord è il soprannome scelto per lui da Alessandro Gentile), che al tempo stesso può dedicare i suoi momenti liberi al calcio, ai videogame ma anche alle letture impegnate, è ambasciatore di “One Team”, il progetto sociale dell’Eurolega e nelle interviste sa essere diplomatico e al tempo stesso interessante. Melli è un giocatore che non crea mai problemi, che capisce quanto sia fortunata la sua esistenza. La mamma Julie è americana, del Nebraska, di Lincoln: vinse la medaglia d’argento nella pallavolo alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 “e quando vinci una medaglia olimpica hai fatto tutto: mi piacerebbe strapparle il titolo di miglior atleta della famiglia ma temo sia impossibile. Per ora la discussione non si apre neppure”, dice Nicolò. Julie Vollertsen si costruì una carriera professionistica in Italia, venne a Reggio Emilia e mise radici. Imparò la lingua, le piacque l’Italia e sposò Leopoldo Melli, eccellente giocatore delle serie minori reggiane. Dalla loro unione nel 1991 nacque Nicolò. Il più alto della famiglia, atletico come la mamma e con la passione per il basket del padre. “Un anno pensai di giocare a pallavolo ma fu proprio un attimo poi il basket rimase al primo posto delle mie passioni”, racconta Melli. Famiglia perfetta, quasi sempre presenti alle partite, un fratello – Enrico –  che gioca anche lui, scuola, educazione al vertice delle priorità. Ma certo, Nick diventò un enfant prodige molto presto. A 15 anni, complice un’epidemia influenzale, debuttò in Serie A a Reggio Emilia. Talento ed eleganza lo portarono alla ribalta. Al Palalido venne convocato per la versione italiana del Jordan Classic, un camp per i migliori sedicenni del paese. Fu nominato Mvp, strinse la mano a Michael Jordan e venne portato a New York per la versione mondiale del camp, insieme ai migliori coetanei del mondo. “A Jordan chiesi che effetto faceva giocare con Bugs Bunny. Erano i tempi di Space Jam. Ho fatto la solita figura”, scherza- A quei tempi, Melli sognava di diventare un playmaker: le caratteristiche le ha poi trasportate in un ruolo più tradizionale per un 2.05, quello di ala forte o di centro che apre il campo e tira da fuori.

A dispetto di un infortunio grave, l’ascesa di Melli a Reggio Emilia fu costante. I grandi club hanno cercato per anni di accaparrarselo senza riuscirci anche per i costi alti dell’operazione. L’Olimpia ci riuscì nell’estate del 2010 ma il salto in un grande team fu troppo per lui. A metà stagione, nonostante qualche occasionale prestazione promettente, venne prestato a Pesaro. Rientrò l’anno dopo, con Sergio Scariolo allenatore e gradualmente si ritagliò il suo spazio. Ma è stata questa la stagione della definitiva consacrazione anche se prima aveva giocato un Europeo di alto livello, come Gentile, mostrando il suo volto di giocatore difensivamente importante. A inizio stagione non era chiaro quale sarebbe stato il suo ruolo. Il Presidente Proli, per stimolarlo, in un’intervista aveva confessato di non essere rimasto soddisfatto della stagione precedente e Melli – sempre dotato di buonsenso – gli aveva dato ragione ripromettendosi di cambiare lo scenario. In quintetto all’inizio anche per i problemi fisici delle altre ali forti, Melli avrebbe mantenuto il posto a prescindere, oscillando tra il ruolo di ala grande e centro, esplodendo con qualche prova realizzativa impressionante e anche facendo tante piccole cose. Come nel possesso finale della vittoria su Bamberg a Desio che certificò l’accesso alle Top 16: su un cambio difensivo, Melli si trovò a marcare Zack Wright, che di lì a poco sarebbe passato al Panathinaikos, e “ scivolò” abbastanza bene da tenere la penetrazione e oscurare la visuale della guardia americana con le sue braccia lunghissime. Wright sbagliò. L’Olimpia si qualificò per le Top 16. Melli esplose in un urlo belluino. Ne avrebbe fatti altri. Uno in finale, gara 7, quando uscendo a raddoppiare forzò MarQuez Haynes all’infrazione di passi. I suoi scivolamenti difensivi sono leggenda presso lo staff tecnico. Che ne apprezza anche la totale abnegazione in allenamento. “Melli è un giocatore di mentalità, ogni allenamento si impegna, si batte, non si risparmia mai”, dice Banchi.

L’anno dello scudetto è stato lunghissimo per lui: prima la Nazionale, poi Milano, 77 partite, senza una pausa. “I dati in nostro possesso dicono che ha impiegato alcuni mesi per rimettersi a posto – dice il preparatore atletico Giustino Danesi – poi è stato bene nel periodo migliore della squadra e nel finale ha raschiato il fondo del barile, ma l’ha fatto alla grande”. Nei playoffs non a caso ha avuto problemi di cramp, in gara 7 di finale uno già nel primo tempo. Ha imparato a mangiare banane per iniettare potassio nei muscoli affaticati. Ha stretto i denti ed è andato avanti. Le sue urla belluine nei momenti di grande tensione sono diventate quasi uno spot della stagione dell’Olimpia. L’ultima nel momento del trionfo gli ha annebbiato la vista al punto da non aver riconosciuto il padre festante e averlo spinto via nel tentativo di… cercarlo. C’è un video che mostra la scena, ridicola, se non si fosse rischiato il dramma con il signor Leopoldo, atterrato pesantemente sulla schiena fortunatamente sui gommoni pubblicitari e non sul parquet. (8-continua)

NICK LO SCATENATO
L'URLO DELLE TOP 16
IL RECORD CONTRO ROMA