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Olimpia’s Top Moments: Dino Meneghin Never Gives Up

27/03/2020
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Da oggi e per i prossimi tre giorni, mostreremo quattro momenti leggendari, dai significati particolari, che raccontano una significativa parte della storia dell’Olimpia. Infine, potrete esprimere la vostra  preferenza attraverso i nostri canali social ufficiali. Qual è il più emozionante? Cominciamo con Dino Meneghin, a Losanna, nella finale di Coppa dei Campioni del 1987.

L’Olimpia arrivò a quella partita, il 2 aprile 1987, dopo aver ribaltato il famoso meno 31 di Salonicco nella fase eliminatoria della Coppa dei Campioni. La finale era contro il fortissimo Maccabi Tel Aviv. Fu una battaglia clamorosa. Dino Meneghin voleva vincerla più di quanto abbia mai voluto vincere in vita sua. “Nel 1983 a Grenoble contro Cantù, sempre finale, giocai la più brutta partita della mia carriera – dice – Mi sentivo in colpa perché a Varese avevo giocato 10 finali consecutive e dovevo essere il più preparato per quella battaglia invece nulla. Se ci penso sto male ancora adesso. A Losanna volevo vincere per curare quella ferita”. L’Olimpia era andata avanti 66-61 dopo una tripla di Roberto Premier, ma il Maccabi aveva risposto. Lee Johnson nel finale prese la squadra sulle spalle. Segnò anche Mike D’Antoni da tre, Bob McAdoo centrò due tiri liberi, ma Lee Johnson non mollò un centimetro. D’Antoni uscì per falli e protestò come se fosse l’ultima partita della sua carriera. Franco Boselli prese in mano la regia per gli ultimi possessi. Meneghin ebbe in mano il lay-up della vittoria dopo 40 minuti di sacrificio fisico. E successe quello che non doveva succedere. Il polpaccio cedette.

“Avevo una lesione, in pratica ho giocato con uno stiramento stringendo i denti – racconta Meneghin – e quando sono salito per segnare il muscolo ha ceduto quindi ho perso l’equilibrio per il dolore e non ho finito. Mi è dispiaciuto tantissimo perché era il tiro della vittoria. McAdoo mi ha rinfacciato quell’errore per anni”. Il dottor Carnelli corse in campo. L’immagine di Meneghin, a terra, tra crampi e dolore, è ancora viva. Tutta Milano trattenne il fiato. C’era un’ultima difesa da giocare e Meneghin era lì in terra, piegato dal dolore.

Doron Jamchy sbagliò il tiro da tre della vittoria, Bob McAdoo strappò il rimbalzo della vittoria 71-69, della conquista della seconda Coppa dei Campioni. L’immagine di Meneghin, indomito guerriero che si piega ma non si spezza non è solo commovente, è anche l’emblema dello spirito di un gruppo di giocatori indimenticabili.