Cosa deve fare l'Eurolega...

21 Ottobre 2009
di Claudio Limardi, direttore SuperBasket   

Parlando di Eurolega non bisogna mai dimenticare che all'interno dello stesso torneo convivono realtà molto diverse tra loro. Comunemente si pensa all'Eurolega come alla competizione del Panathinaikos, del Barcellona o CSKA Mosca, in realtà è anche la competizione del Prokom, dell'Olimpia Lubiana e dei tedeschi di Oldenburg. Il problema dell'Eurolega odierno non è la qualità del gioco. Ci sono stelle che ogni anno emigrano nella NBA, com'è stato da ultimo per David Andersen – da quasi un decennio uno dei protagonisti principali, avendo ad esempio giocato le Final Four con quattro squadre diverse, Bologna, Siena, Mosca e Barcellona -, ma ce ne sono altre che compiono il tragitto inverso vedi Walter Herrmann, l'alona che ha firmato per il Caja Laboral Vitoria (ex Tau). La qualità resta alta, trovare americani competitivi ai massimi livelli è un'impresa. Siena ha voluto David Hawkins, che era già qui, Milano ha preso Alex Acker, alla terza partecipazione in Eurolega con tre squadre differenti, il Real Madrid ha voluto Travis Hansen, volto ormai conosciutissimo. Il problema dell'Eurolega è livellare i valori. Gli squilibri sono evidenti: per arrivare a 24 squadre, tutte di livello almeno discreto, è necessario mettere sullo stesso piano club che spendono 20-25 milioni di euro, quelli che ne spendono 10-15 e quelli che devono arrangiarsi con quello che hanno. Lo fanno bene, intendiamoci, il Partizan è un esempio spettacolare di come si possa fare strada puntando essenzialmente sull'autoproduzione di giocatori, ma per arrivare un giorno a parlare di Eurolega come della versione europea della NBA, questo è l'ostacolo da rimuovere.

Anche nella NBA ci sono ricchi e meno ricchi, ma le regole economiche sono uguali per tutti e lavorando con competenza, lungimiranza e un po' di fortuna l'appartenenza al gruppo di squadre di vertice è ciclico. Da anni la squadra che spende di più, New York, è tra le peggiori. San Antonio, mercato piccolo, spendendo meglio è da oltre un decennio al top (ora spende meno anche lei ma lo sta facendo per prolungare la permanenza al vertice, per allungare il ciclo). In Europa, l'impossibilità di trovare un regolamento unico impedisce che la parità dei valori sia anche lontanamente considerata raggiungibile.

Il guaio è che c'è chi ha tasse alte e chi le ha basse, chi gioca in un campionato che ha regole elastiche e chi le ha vincolanti per cui può trovarsi a costruire due squadre diverse, chi incassa 10 dai diritti televisivi e chi quasi nulla, chi può permettersi prezzi dei biglietti alti e chi magari mette dentro 20.000 spettatori (com'è capitato a Belgrado l'anno passato) ma incassa meno di chi ne ospita un quarto di quella cifra. A lunga scadenza l'Eurolega dovrà porsi come obiettivo quello di creare un sistema unico, che porti ad un ricambio generazionale anche al vertice. Oggi le squadre che possono vincere sono sempre le stesse. Un esempio: negli ultimi sei anni hanno vinto solo Maccabi, CSKA Mosca e Panathinaikos. Dei dodici posti disponibili in finale, dieci sono stati monopolizzati da queste tre squadre (gli altri due per la cronaca: Fortitudo Bologna e Vitoria).

Il Maccabi è stato presente in quattro delle ultime sei finali, come il CSKA (ultime quattro consecutive).

Se quest'anno cambierà qualcosa sarà solo perché il Maccabi sta ricostruendo e il CSKA ha ridimensionato il budget e perso qualche giocatore oltre all'allenatore delle sue quattro finali consecutive (Ettore Messina). Ma alle spalle del Panathinaikos stanno emergendo realtà economicamente identiche, vedi Olympiacos, Real Madrid o lo stesso Barcellona che comunque è sempre rimasto grosso modo al top. La differenza di potenziale economico tra chi punta a vincere e la classe medio-alta resta troppo ampio. E' una questione che l'Eurolega guardando al futuro deve cominciare a chiedersi come va gestita.



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