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Mike D’Antoni story: la maledizione dei secondi

07/03/2015
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Prima di tornare a vincere, l’Olimpia e D’Antoni dovettero vivere due stagioni di delusioni tremende. Vinto lo scudetto, l’obiettivo era la Coppa dei Campioni, che Cantù deteneva con il suo squadrone capitanato da Pierluigi Marzorati, con Antonello Riva, l’ex Renzo Bariviera e due americani nuovi, il giovane Wally Bryant e il vecchio drago Jim Brewer, che non segnava quasi mai ma difendeva come un ossesso, prendeva i rimbalzi, veniva dai Lakers e in sostanza sapeva vincere. Il coach era Giancarlo Primo, romano, vocazione difensiva, rigidamente a uomo, ex tecnico della Nazionale. Era il 24 marzo 1983. Grenoble. Derby fratricida d’esportazione. Cantù contro Milano. Una battaglia nervosissima, punteggio basso, percentuali insignificanti. L’esperienza di Cantù scava il break. Bryant, ricco di talento e povero di esperienza, va ad esultare davanti ai suoi tifosi, perché a 45 secondi dalla fine Marzorati dalla media ha vanificato la 1-3-1 di Peterson per la seconda volta consecutiva portando Cantù avanti di sette. E a quel punto, non c’è più tempo per rimediare. Bryant commette un fallo a rimbalzo, il quinto, esce, ma prima di uscire come fa anche Riva esulta, platealmente. La gara è finita. Dovrebbe. 38 secondi alla fine, Bryant spedisce baci al pubblico di Cantù. In lunetta Gianelli accorcia a meno cinque. Arsenio Lupin in azione, ruba palla sulla rimessa addirittura soffiandola a Marzorati, assist e canestro di Franco Boselli da sotto. Meno tre. Fallo tattico di Mike. Time-out Cantù. Rimessa, D’Antoni anticipa tutte le linee di passaggio. Cinque secondi. Palla Milano, 69-66. D’Antoni per Boselli, canestro. Rimessa Cantù, in panico. Palla persa, palla Milano. Ultimo possesso. Costruito bene, Franco Boselli dall’angolo. Dalla media. Il suo tiro. “Di tutte le migliaia di tiri che ho fatto in carriera se potessi riaverne indietro uno vorrei quello”, dice Franco. Il tiro del titolo europeo è respinto dal ferro. Gallinari svetta a rimbalzo. Mezza Cantù gli frana addosso. Sono arbitri importanti, Yvan Mainini e Lubomir Kotleba, di personalità, destinati ambedue a carriere dirigenziali importanti, potrebbero anche fischiare ma non se la sentono. Applicano la regola non scritta di lasciare che siano i giocatori a decidere chi deve vincere una gara così importante. Cantù salva la pelle, può esultare. Per l’Olimpia comincia un anno solare di incubi.

 In campionato, il Billy arrivò in finale contro Roma nella più entusiasmante edizione dei playoff che si ricordi. Il Bancoroma, allenato dal grande rivoluzionario Valerio Bianchini, nemico numero 1, ma rispettatissimo, di Peterson, era tornato nella Capitale, lui milanese, per alimentare il sogno del tricolore che aveva solo accarezzato quando pilotava la Stella Azzurra (Bianchini a Cantù aveva vinto tutto, era il coach della squadra del tricolore di Riva e poi della prima Coppa dei Campioni). Roma era forte, con nazionali come Enrico Gilardi, Marco Solfrini e Fulvio Polesello. I primi due avevano vinto l’argento olimpico a Mosca nel 1980. Il centro americano si chiamava Kim Hughes: bianco, 2.11, grande gancio, un passato nella NBA e un altro proprio a Milano. Ma il colpo fu il playmaker Larry Wright, anche lui ex NBA, il fulmine della Louisiana, piccolo, forse fragile ma velocissimo. Bianchini fu bravo a coinvolgere Wright nel progetto: era l’anno tricolore anche della Roma calcio, e Wright fu paragonato al simbolo giallorosso Paulo Roberto Falcao. Wright era più veloce, forse anche più dotato di talento puro di D’Antoni. Il duello tra i due, un duello di stili, andò avanti per tutto l’anno. Roma vinse la regular season perché al Lido l’Olimpia perse contro la Libertas Livorno a causa di un canestro sulla sirena da tre quarti campo di Roberto Paleari. In finale, l’Olimpia dovette giocare con il fattore campo contro. Impianti enormi e tutti esauriti sempre, anche l’Eur di Roma. Grande copertura mediatica e anche bello spettacolo in campo. Alla vigilia dei playoff, Roma aveva perso per infortunio Hughes ma Bianchini aveva trovato il sostituto perfetto, un giocatore diverso, piccolo e grasso, meno tecnico ma molto più muscolare. Clarence Kea. Roma vinse gara 1 e si trasferì a Milano per il “match-point”. Nel secondo tempo prese il largo e sembrava avviata verso la vittoria clamorosa. Peterson guardò la panchina, vide Vittorio Gallinari, il suo specialista difensivo, la sua sentinella, forse il suo gregario preferito. Gli disse di andare in campo, lui che era 2.05, a marcare Larry Wright che era 1.80. “A fine partita per l’unica volta in carriera in conferenza stampa ho trovato solo consensi – racconta Peterson – Mi dissero che ero stato un genio. In realtà avevo provato tutti su Wright, D’Antoni, Boselli, Premier, tutti”. Fu la carta della disperazione ma funzionò. Gallinari cominciò ad agitare le braccia, Wright fu sorpreso, forse anche Bianchini lo fu, tant’è che cominciò una battaglia personale che mandò Roma fuori giri. Milano rimontò. Fece 15-0 di parziale. Wright che aveva segnato 27 punti nel primo tempo si fermò a 33. Gallinari sarebbe passato alla storia per una gara in cui segnò zero punti. D’Antoni non si fece irretire da Wright nel suo duello personale. Segnò 21 punti con 7/11 dal campo contro i 33 con 14/26 dell’avversario. D’Antoni ispirò i 29 punti dell’ariete Premier. L’Olimpia vinse di 13. Fu in gara 3 che Roma vinse il suo scudetto e Wright entrò nella storia del basket italiano al termine di una finale da 45.000 spettatori complessivi.

Secondo Dan Peterson era l’Olimpia più forte che avesse mai allenato. Inizio stagione 1983/84, ultimo anno senza il tiro da tre punti. John Gianelli aveva scelto di ritirarsi dopo una lunga carriera in due mondi. Alla ricerca di un crack da affiancare a Meneghin, l’Olimpia punta su Earl Cureton che ha vinto un titolo NBA a Philadelphia ma da terzo lungo. Un giocatore di talento tecnico limitato ma grande forza fisica, difensore eccezionale, rimbalzista, giocatore di squadra. A chiamarlo per prima è Pesaro, ma il matrimonio non funziona e in prestagione i pesaresi decidono di lasciarlo andare. Caratterialmente, Cureton è quel che si dice un giocatore problematico. Il Simac decide di intervenire e lo porta a casa. Con Cureton, Milano sembra imbattibile, la chimica è spontanea. Milano vince tutte le partite che Cureton gioca, in campionato e in Coppa delle Coppe. Ma una mattina, Cureton prende il taxi e scappa all’aeroporto. Coach Peterson sale sul taxi successivo: vuole raggiungerlo e convincerlo a restare. Ma non arriva in tempo e non sarebbe servito. Cureton aveva firmato per i Detroit Pistons. Il danno è doppio: a quei tempi, potevi cambiare l’americano in campionato ma non in coppa. L’Olimpia risponde come meglio non potrebbe: firmando la prima scelta di Detroit, Antoine Carr che nella NBA avrebbe avuto una carriera superiore a quella di Cureton. Carr però era un rookie, un saltatore a quei tempi, talento debordante ma inesperto. Giocò bene, ma non ebbe l’impatto di Cureton. E soprattutto, l’Olimpia dovette giocare la Coppa delle Coppe senza il suo lungo. Nonostante questo arrivò in finale, la terza consecutiva nel giro di 12 mesi, contro il fortissimo Real Madrid. Fu una battaglia. Finì 82-81 per il Real con due tiri liberi discutibili elargiti al bomber, Brian Jackson, detto “La Mitragliatrice”. La quarta finale persa fu la più contraddittoria, in campionato. Avversaria la Virtus Bologna di Alberto Bucci e Roberto Brunamonti. L’Olimpia aveva il vantaggio del campo ma lo perse in gara 1. Sembrava destinata ad affondare in gara 2 quando tra l’altro venne espulso Dino Meneghin. L’Olimpia ebbe una reazione di orgoglio, rimontò dall’orlo del baratro come un anno prima a Roma e forzò la bella a San Siro. Ma Meneghin fu squalificato e inutilizzabile. Senza il suo totem, la gara fu in salita fin dall’inizio. La rimonta, stile Grenoble, si materializzò salvo svanire sul più bello. Roberto Premier con un rimbalzo d’attacco e canestro di rapina portò l’Olimpia a meno uno. D’Antoni comandò il pressing e a metà campo Bologna perse palla e Renzo Bariviera, tornato a Milano in estate, prese fallo. In lunetta aveva i tiri liberi dello scudetto o quasi. Ma li sbagliò tutti e due e la Virtus poté gestire l’ultimo pallone regalando a Brunamonti la schiacciata finale dello scudetto. Quattro finale consecutive perse in modo rocambolesco. Dan Peterson venne soprannominato il John Wooden dei secondi posti. (4-continua)