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Mike D’Antoni: l’intervista

13/03/2015
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Mike D’Antoni ha parlato con Olimpia Milano Tv nel giorno del ritiro della maglia numero 8. Ecco l’intervista.

IL PRIMO APPROCCIO CON MILANO – “Lo ricordo bene. Mi chiamò Enrico Pagani. Non­­­ sapevo nulla del basket italiano e dell’Italia. Sapevo solo dov’era. Venni con l’idea d fare una vacanza, non avevo idea i rimanere. Poi dopo un’amichevole con il Pregassona ho firmato per due anni. Avrei visitato l’Italia, sarebbe stata un’esperienza. Poi i due anni sono diventati 21”.

LA BANDA BASSOTTI – “E’ stata la squadra più divertente in cui abbia giocato. Non c’erano grandi aspettative ma abbiamo lavorato dal primo allenamento in modo incredibile, faticato e raccolto soddisfazioni. Ma il capo sicuramente era Dan Peterson”.

IL RITORNO DA CHICAGO – “Volevo provare ancora con la NBA perché lì non avevo fatto niente. Tante volte prendi decisioni che non sai neppure da dove nascano. Invece ho avuto un po’ di sfortuna lì, un po’ di fortuna qui. Peterson mi ha chiamato mille volte perché tornassi e alla fine ho ceduto. E’ stata la migliore decisione della mia vita”.

MENEGHIN E PREMIER – “Dino è stato il migliore giocatore italiano di tutti i tempi. Aveva cattiveria, grinta. Roberto non ha mai sbagliato un tiro decisivo. Tutte le partite importanti le ha giocate alla grande. Questa era la loro forza. Ma hanno inciso tanto anche gli altri, americani, italiani e ho avuto anche fortuna con gli allenatori. Avevamo gruppi forti che combattevano. E abbiamo vinto tanto insieme e anche perso tanto insieme”:

IL PRIMO SCUDETTO – “Fu uno spettacolo bellissimo al Palazzone di San Siro, soprattutto dopo tre o quattro anni di tentativi falliti, siamo andati a bersaglio. E’ stato come liberarsi di un peso che avevo sulle spalle. Mi ricordo bene il duello con Dragan Kicanovic, che era fortissimo, ma io avevo un vantaggio su di lui, le spalle coperte da Peterson, Meneghin e John Gianelli che era lo straniero di quell’anno”.

LE FINALI PERSE – “Dopo le sconfitte ci siamo uniti e stretti ancora di più. Abbiamo perso credo sei traguardi quasi sempre di un soffio. Potevamo cambiare strada, dividerci invece siamo rimasti insieme. Eravamo un gruppo unito anche fuori del campo e la società è stata brava a capirlo e non separarci. Siamo andati avanti e poi abbiamo anche vinto”.

JOE BARRY CARROLL – “Cominciammo la stagione con Wally Walker e Russ Schoene. Poi cambiammo Walker con Carroll. Penso che avremmo vinto anche senza cambiare ma lui ha giocato bene, aveva grande talent e alla fine è diventato un po’ italiano anche lui. Dopo lo scudetto ha regalato a tutti un orologio, era la prova di quanto si fosse trovato bene. Io non ho mai regalato nulla a nessuno… Joe Barry è stato un grande personaggio, di sicuro”.

IL GRANDE SLAM – “Abbiamo raggiunto la cima della montagna. E’ stata la cosa più grande che abbiamo fatto, poi abbiamo vinto anche la Coppa Intercontinentale: vincere quattro trofei in fila non succede quasi mai. Purtroppo abbiamo vinto talmente tanto che forse abbiamo spinto Peterson a ritirarsi. Sospetto abbia pensato che più di così sarebbe stato impossibile fare. Ma anche Franco Casalini era un grande allenatore, solo che cominciavamo a diventare vecchi e dopo tre anni anni abbiamo finito il ciclo”.

DAN PETERSON – “Il nostro rapporto era la base di tutto, perché è ciò che mi ha dato sicurezza come giocatore. Certo, qualcuno doveva dargli un passaggio in auto e io che avevo più cuore mi sono sacrificato. Parlavamo ogni giorno. Era divertente perché lui sapeva tutto di tutti ma soprattutto mi ha dato consapevolezza, coraggio in campo e fuori. Le conversazioni con lui mi hanno maturato come uomo. Io sono in debito con lui e lui è in debito con me per la benzina. Ma siamo pari”.

BOB McADOO – “Forse lui è il mio migliore amico. Abbiamo la stessa età, lui ha avuto una carriera NBA superiore alla mia ma mi ha sempre detto che i quattro anni di Milano sono stati i migliori della sua vita. Ma vale anche per me. Abbiamo fatto tante cose assieme. Abbiamo vinto tanto, un gruppo unito fuori, dentro, che ha festeggiato insieme. Ho fatto un conto e penso che avremo cenato insieme al Torchietto almeno 500 volte, con sponsor, dirigenti, proprietari, allenatori, giocatori, familiari, figli, avversari. Quelle cene sono state l’emblema di quanto fossimo uniti. Non cambierei una di quelle cene per nessuna vittoria perché erano favolose e lui era una grande parte di quello che abbiamo fatto”.

LO SCUDETTO DI LIVORNO – “Quando guardi al passato ci sono due partite che emergono sempre. La rimonta contro l’Aris Salonicco da meno 31 quando abbiamo salvato forse anche la carriera di McAdoo perché se andiamo fuori dalla Coppa forse anche lui viene mandato via e cambia tutto. E poi si parla di Livorno. Non eravamo più forti, eravamo vecchi, eravamo stanchi, avevamo 38-39 anni. Erano le ultime gocce di benzina. Fu una giornata incredibile, che mi fa anche ridere, mi ricordo Premier che prende i pugni, mi ricordo che rimanemmo in spogliatoio per un paio di ore perché era pericoloso uscire. Fu un casino incredibile. E poi ricordo che arrivammo in pullman in via Caltanissetta e festeggiammo con mille tifosi. E’ stata l’ultima grande vittoria. Andammo avanti ancora un anno ma non ne avevamo più. Forse avremmo dovuto fermarci a Livorno”.

ESSERE UN PLAYMAKER ALLA D’ANTONI – “Quando guardo i filmati penso sempre che se oggi un playmaker giocasse come facevo io sarebbe tagliato immediatamente. Più lento di com’ero non si può essere. Oggi il basket è sempre più veloce, il basket va avanti e i giocatori sono fisicamente sempre più preparati. Il gioco è di un altro livello fisico e di velocità ma gli scudetti si vincono ancora con il cuore e con la testa. Chi ha il cuore più grande e la mente più intelligente”.

ALLENATORE A MILANO – “Mi dispiace ancora oggi di non aver vinto lo scudetto. Al primo anno ci andammo vicino, al terzo anno può darsi che se Antonio Davis non si rompe la mano lo vinciamo con lui e Sasha Djordjevic. Sono dispiaciuto ancora oggi perché poi a Treviso ci sono riuscito. Ma quei quattro anni mi hanno lanciato. Devo sempre ringraziare Gianmario Gabetti che mi ha dato questa opportunità. Se non l’avesse fatto forse sarei andato a giocare da un’altra parte uno schifo di pallacanestro, invece lui mi ha dato questa possibilità e da lì è nata la mia seconda carriera”.

LO SMALLBALL NATO A MILANO – “Sì, nacque a Milano non perché fossi particolarmente intelligente. Ma perché non avevo atra chance e mi ha salvato. Perdemmo sei gare di fila di un punto, tutti mi criticavano, sentivo la pressione e allora spostai Riccardo Pittis da ala forte, Fabrizio Ambrassa in quintetto, più spazio per Flavio Portaluppi. Avevamo tiratori, avevamo spazio in campo, Pittis faceva tutto e Djordjevic era un giocatore fantastico in regia. Dopo abbiamo vinto tipo 21 partite su 22. E’ stata una mossa fortunata e poi è andata avanti e a Phoenix è stata sicuramente vincente”.

LA MAGLIA RITIRATA – “Sono abbastanza intelligente da capire che la mia maglia viene ritirata non per merito mio ma per merito del gruppo. Senza Peterson, senza Meneghin, senza McAdoo io non posso fare niente. Io ho fatto la mia parte, avevo un ruolo e l’ho svolto bene, ma avevo anche la palla in mano e mi si notava di più. Ma non ero più importante di Mario Governa: non so quante gomitate ha preso da Meneghin e McAdoo. Era un ruolo anche quello, qualcuno doveva farlo e lui l’ha fatto. Io sono orgoglioso, sono contento ma non ho dubbi che da solo non avrei fatto neanche un passo verso questo riconoscimento”.