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lunedì 2 settembre 2013
Luca Banchi: parola di Coach

Il ventesimo allenatore nella storia dell’Olimpia, Luca Banchi è toscano di Grosseto, ma come allenatore deve essere considerato di estrazione livornese. E’ in una delle culle del basket, per passione e produzione di giocatori, che Banchi ha cominciato la propria attività. Erano gli anni in cui le due squadre che hanno fatto la storia del basket livornese stavano incalandosi su un percorso unico che ne avrebbe poi decretato il fallimento. Ma Banchi approdò in un’altra società, il Don Bosco, che successivamente nella controversa storia del basket livornese avrebbe raccolto l’eredità di Libertas (quella della finale del 1989 con l’Olimpia) e Pallacanestro Livorno. A quei tempi però il Don Bosco era un’altra cosa, una specie di società “cantera” che investiva sulla produzione di giovani, sulla costruzione interna di giocatori, identità che mantenne anche quando la proprietà dell’armatore D’Alesio diventò molto forte e la scalata della prima squadra la portò fino alla serie A2. In questo contesto, Banchi – che aveva allenato giovanissimo a Grosseto, nelle Forze Armate e all’Affrico Firenze -, maturò un passo dopo l’altro, ma soprattutto si conquistò la fama di grande istruttore vincendo tre titoli juniores consecutivi. Silvio e Mario Gigena, Samuele Podestà (che scovò lui stesso a Chiavari: lo scouting è un’altra sua passione), Walter Santarossa, Daniele Parente sono alcuni dei giocatori che successivamente Banchi avrebbe allenato anche in prima squadra, quando il suo mentore Massimo Faraoni, general manager del club, gliela affidò.

Banchi fece due anni e due finali per la promozione in A1, fu allenatore dell’anno e diede un impulso fortissimo alla propria scalata. Ma in quel momento aveva smesso di essere un “maghetto” dei settori giovanili, per diventare un allenatore a 360 gradi, pronto a mettersi in discussione ovunque, Trieste prima allenando anche giocatori di livello come Scoonie Penn (si infortunò dopo pochi mesi) o Milan Gurovic, Sergei Bazarevich, poi il ritorno a Livorno, Trapani, Jesi e la scoperta di Romain Sato, aletta arrivata dal Centrafrica all’università di Xavier, nell’Ohio, poi per un anno a San Antonio senza giocare mai, solo allenamenti. Banchi lo portò a Jesi, ne fece di fatto il miglior giocatore della Legadue, lo vide chiudere la stagione in Spagna a Barcellona, dove complice un infortunio non lo tennero. Sato approdò così a Siena. Era quello il capitolo successivo della carriera di Banchi: assistente di Simone Pianigiani. Il resto è storia.

Banchi non è il primo allenatore dell’Olimpia ad arrivare a Milano con un palmares che già allinea coppe e scudetti ma è il primo che arriva come detentore del titolo. Si siede su una panchina impegnativa, sulla quale si sono seduti Cesare Rubini, il più grande di tutti, Dan Peterson, il più popolare, e Mike D’Antoni che l’ha trasformata in un trampolino di lancio verso una grande carriera NBA. Il passato è così impegnativo che allenatori del calibro di Franco Casalini, prodotto del vivaio, Boscia Tanjevic, spesso passano in secondo piano nella memoria collettiva dei tifosi.

Banchi ha già vinto molto, da assistente ha fatto due Final Four di Eurolega. Ma l’Olimpia è un’altra cosa, è la storia che si fonde con l’energia.  Diciannove allenatori si sono seduti su quella panchina, qualcuno ritornandoci, qualcuno come la leggenda Sandro Gamba, l’hanno toccato ma solo da assistenti. Lui è il ventesimo. Dal 1948 di Rubini al 1994 di fine D’Antoni sulla panchina dell’Olimpia in 46 anni hanno allenato appena in cinque. E tutti hanno vinto qualcosa, alcuni hanno vinto moltissimo.

Nel video Luca Banchi presenta la stagione dell’Olimpia.