E' ricca la storia internazionale della Pallacanestro Olimpia, tanto ricca che ci vorrebbe tempo e spazio per poterla portare tutta alla luce. Bisognerebbe risalire al 1966 quando a Bologna il Simmenthal conquistò la prima Coppa dei Campioni 'italiana' e a Bill Bradley, grandissimo campione poi riciclatosi altrettanto bene alla politica fino a guardare alla Casa Bianca; bisognerebbe ricordare la Coppa Korac conquistata nel 1985 in una strana finale Milano-Varese disputata in una palestrina di Bruxelles; bisognerebbe non archiviare dalla memoria un'altra Korac ('93) ottenuta contro Roma nel segno di Sasha Djordjevic, anche perchè è l'ultimo trofeo europeo di una bacheca che da troppo tempo non viene più rifornita.
Bisognerebbe fare tante cose ed invece abbiamo preferito riproporre stralci di due libri dell'epoca per trasmettere le sensazioni su quelle che sono state forse le conquiste più esaltanti dell'epoca post-Bogoncelli, i titoli europei del 1987 e 1988.
Non ci sono riflessi argentei delle acque del lago da osservare, come a Losanna, non ci sono lacrime che scorrono copiose. Un anno dopo la conquista, anzi la riconquista della Coppa dei Campioni da parte della Tracer provoca sensazioni diverse. Anche Mike D'Antoni, il capitano di questa incredibile pattuglia di guerrieri del parquet, ha appena finito di spiegarlo, "sai, è un po' come fare l'amore. La prima volta è una cosa particolare, poi ti piace sempre". La Milano del basket ha cominciato a fare l'amore con questa Coppa a forma di canestro. Eccola lì, su un tavolo dell'Alpha Flanders, l'albergo di Gand che ha ospitato il gruppo Tracer, per le lunghe, intense giornate delle "final four" per l'assegnazione del titolo europeo 1988.
è la notte del 7 aprile 1988, da un paio d'ore si è conclusa la finalissima che ha riconsegnato a Milano la Coppa dei Campioni, sottratta all'assalto dell'Aris, furioso come può essere solo un Dio della guerra, e dell'indomito Maccabi, l'avversario di sempre.
Adesso la gente biancorossa è qui a fare festa. C'è qualcosa di nuovo e d'antico messo insieme. Ci sono D'Antoni, McAdoo, Meneghin, Premier, Bargna, Pittis, Governa – i sette uomini del doppio oro, 1987 e 1988 – poi ci sono Richey Brown, Piero Montecchi e Massimiliano Aldi, i volti nuovi della stagione. C'è Franco Casalini, che l'anno scorso viveva ancora in modo discreto all'ombra di Dan Peterson, e che adesso è sotto i riflettori (e non solo in senso figurato) e deve fare bene attenzione a non dimenticare i nomi di chi l'ha aiutato nel condurre in porto questa nuova impresa: dal suo assistente Filippo Faina al general manager Toni Cappellari, dai medici Franco Carnelli e Bruno Carù a Giovanni Gallotti, il massaggiatore che deve quotidianamente fare i conti con i preziosi muscoli dei campioni.
Qualche sala più in là c'è la famiglia Gabetti, proprietaria di questo giocattolo sportivo bello, inossidabile, capace di esaltare grandi e piccini. E Gianmario Gabetti, l'ex presidente che coordina dietro le quinte, spiega che il suo acquisto più azzeccato è stato quello di Raffaele Morbelli, la mossa vincente fu quando riuscì a convincerlo a lasciare il suo antico feudo canturino per scendere a Milano. E il caro vecchio Lello – specchiandosi negli occhi della moglie Federica – sorride con atteggiamento sornione. Lui, alle Coppe, ormai ci ha fatto l'abitudine. Ha disputato quattro finali per il titolo europeo, nel '82 e '83 con Cantù, nel '87 e '88 con Milano, e le ha vinte tutte e quattro.
Il popolo biancorosso invece alla Coppa non ha ancora fatto l'abitudine e continua a far festa, a Gand come a Milano, sintetizzando le proprie sensazioni con una sola parola, scritta sulla strada davanti all'Alpha Flanders, mentre dentro si brindava: "felicità".
Come a Losanna l'anno precedente, quando tutto ha avuto inizio.
