Livorno '88/'89 di Flavio Tranquillo
Franco Casalini
"Insulti, risse, paura, ansia, gioia, trionfo: un ciclo irripetibile rivissuto in una sola sera."
A distanza di anni Andrea Forti e Flavio Carera, due persone di rara classe, faticano ancora a scherzarci sopra.
Il film è fissato da fotogrammi ben precisi. Il tiro sbagliato allo scadere dei 30'', la discesa di Fantozzi, l'occhio inchiodato al tabellone, lo zero che si compone mentre Forti ha ancora la palla in mano, un urlo strozzato "non è buono, vi giuro che non è buono!", poi la rissa, le feste e l'inizio di una lunga attesa.
è questa la mia Livorno, vissuta da radiocronista dell'epoca, ammiratore di una generazione di vincenti. Non un tifoso ma quasi, e non mi vergogno a confessarlo, perchè ogni età ha i suoi frutti, e, se importa a qualcuno, quello del tifo è un concetto che non mi interessa più da parecchio tempo.
Una partita infinita quella gara 5, due tempi intensissimi sul campo angusto del PalaAllende, un terzo giocato in spogliatoio, con Aldi e Premier in lacrime, sicuri che gli arbitri abbiano convalidato il canestro, gli americani a cercare di capire senza successo cosa stava succedendo, Cappellari che entra senza tradire emozioni dopo aver attraversato il campo ed appena la porta si chiude alle sue spalle sventola il referto rosa, dando il là alla gioia ed all'assedio .
E poi il quarto tempo, sul parquet e sul lungo mare si festeggia, la TV chiude dando la vittoria all'Enichem, i telefonini non sono ancora così popolari ed a Milano sono in tanti a convincersi che lo scudetto è toscano. Pian piano però la voce si diffonde, e quando dopo un paio d'ore la squadra esce dallo spogliatoio la rabbia dei tifosi livornesi non è sbollita, anzi. Di raggiungere Tullio, l'eterno compagno di viaggio di quegli anni, non se ne parla nemmeno. La marea umana mi spinge nel cellulare su cui monta la squadra, attimi incredibili, con sassi che piovono dall'alto, esagitati che caricano il mezzo lanciato in corsa e sballottamenti francamente degni di altre lotte.
Assurdo che una partita finisca così, assurdo che una serie venga travolta e calpestata da un episodio, specie quando è stata così bella e combattuta. Assurdo soprattutto per quello che aveva fatto Livorno. A quegli attimi nel cellulare ripenso spesso, mi viene in mente la faccia sbalordita del Prof Carù, un luminare della medicina che pensa come tutti gli uomini illuminati che lo sport sia un'altra cosa, che ci vorrebbe più rispetto.
Tornando al basket, una finale vera, di fronte una dinastia al tramonto ed una delle squadre più motivate mai viste, decisa a regalare il tricolore ad un allenatore già congedato dalla dirigenza nonostante un lavoro fatto a regola d'arte. Tonut e Carera sono giovani emergenti che cercano di far valere la propria vitalità contro Meneghin e McAdoo, Fantozzi attacca D'Antoni appena può, King è enigmatico e le scelte tra Montecchi/Premier e Pessina/Aldi non sono facili per coach Casalini, che deve trovare minuti anche per Pittis e contromisure per un Alexis debordante.
I primi 2 episodi sono fatti di servizi mantenuti, dopo la prima pensi che l'Enichem in casa sia imbattibile, dopo la seconda che le manchi la capacità di vincere lontano da casa. Poi il break di gara 3, una vittoria di attributi, che sembra chiudere il discorso ma propizia invece il controbreak di gara 4, roba fina per davvero.
Gara 5, il massimo, ancora una volta anche nei colpi di scena. Albert King fa in 40 minuti quello che non aveva fatto, causa fisico, in 3 mesi. Il tuffo di McAdoo è la cosa più bella mai vista di persona, Mike non fa canestro mai tranne che in "quella" occasione, ma il caldo e la pressione montano, e quel regalo Tonut e compagni lo vogliono proprio infiocchettare a tutti i costi. La benzina dell'Olimpia finisce sul traguardo, ma anche arrivando a spinta in fotofinish è scudetto, l'ultimo di una serie memorabile, una serie fatta di uomini, che contano più dei giocatori.
Poi il Torchietto, dove ritrovo Tullio e dove entrare è un'impresa, perchè da tifosi vincere così è quasi più bello. Così di tifosi ce ne sono tantissimi ad aspettare il bus in sede, ed ancora di più sui Navigli, e viene naturale chiedersi dove siano finiti. Il giorno dopo tutti a Telenova da Tullio, e se ci fosse ancora, maledizione, lo scriverebbe lui questo articolo, e se la ricorderebbe bene quella serata, come si ricorderebbe dei lunghi dibattiti che seguirono in quei giorni, dell'asciugamano in faccia a De Cleva, di King che resta in campo con sei falli, delle poco scientifiche analisi sul canestro finale.
Il tempo stravolge le sensazioni, a pensarci adesso sembra tutto più bello, più gente, più passione, americani più forti, audience milionarie. Forse non è così, perchè si giocava un basket meno evoluto tatticamente e fisicamente, più naif ed arbitrato peggio, anche se a livello individuale non mancava il materiale.
Di certo è stata una bella emozione. Di certo sembra tanto, tanto tempo fa…
Il film è fissato da fotogrammi ben precisi. Il tiro sbagliato allo scadere dei 30'', la discesa di Fantozzi, l'occhio inchiodato al tabellone, lo zero che si compone mentre Forti ha ancora la palla in mano, un urlo strozzato "non è buono, vi giuro che non è buono!", poi la rissa, le feste e l'inizio di una lunga attesa.
è questa la mia Livorno, vissuta da radiocronista dell'epoca, ammiratore di una generazione di vincenti. Non un tifoso ma quasi, e non mi vergogno a confessarlo, perchè ogni età ha i suoi frutti, e, se importa a qualcuno, quello del tifo è un concetto che non mi interessa più da parecchio tempo.
Una partita infinita quella gara 5, due tempi intensissimi sul campo angusto del PalaAllende, un terzo giocato in spogliatoio, con Aldi e Premier in lacrime, sicuri che gli arbitri abbiano convalidato il canestro, gli americani a cercare di capire senza successo cosa stava succedendo, Cappellari che entra senza tradire emozioni dopo aver attraversato il campo ed appena la porta si chiude alle sue spalle sventola il referto rosa, dando il là alla gioia ed all'assedio .
E poi il quarto tempo, sul parquet e sul lungo mare si festeggia, la TV chiude dando la vittoria all'Enichem, i telefonini non sono ancora così popolari ed a Milano sono in tanti a convincersi che lo scudetto è toscano. Pian piano però la voce si diffonde, e quando dopo un paio d'ore la squadra esce dallo spogliatoio la rabbia dei tifosi livornesi non è sbollita, anzi. Di raggiungere Tullio, l'eterno compagno di viaggio di quegli anni, non se ne parla nemmeno. La marea umana mi spinge nel cellulare su cui monta la squadra, attimi incredibili, con sassi che piovono dall'alto, esagitati che caricano il mezzo lanciato in corsa e sballottamenti francamente degni di altre lotte.
Assurdo che una partita finisca così, assurdo che una serie venga travolta e calpestata da un episodio, specie quando è stata così bella e combattuta. Assurdo soprattutto per quello che aveva fatto Livorno. A quegli attimi nel cellulare ripenso spesso, mi viene in mente la faccia sbalordita del Prof Carù, un luminare della medicina che pensa come tutti gli uomini illuminati che lo sport sia un'altra cosa, che ci vorrebbe più rispetto.
Tornando al basket, una finale vera, di fronte una dinastia al tramonto ed una delle squadre più motivate mai viste, decisa a regalare il tricolore ad un allenatore già congedato dalla dirigenza nonostante un lavoro fatto a regola d'arte. Tonut e Carera sono giovani emergenti che cercano di far valere la propria vitalità contro Meneghin e McAdoo, Fantozzi attacca D'Antoni appena può, King è enigmatico e le scelte tra Montecchi/Premier e Pessina/Aldi non sono facili per coach Casalini, che deve trovare minuti anche per Pittis e contromisure per un Alexis debordante.
I primi 2 episodi sono fatti di servizi mantenuti, dopo la prima pensi che l'Enichem in casa sia imbattibile, dopo la seconda che le manchi la capacità di vincere lontano da casa. Poi il break di gara 3, una vittoria di attributi, che sembra chiudere il discorso ma propizia invece il controbreak di gara 4, roba fina per davvero.
Gara 5, il massimo, ancora una volta anche nei colpi di scena. Albert King fa in 40 minuti quello che non aveva fatto, causa fisico, in 3 mesi. Il tuffo di McAdoo è la cosa più bella mai vista di persona, Mike non fa canestro mai tranne che in "quella" occasione, ma il caldo e la pressione montano, e quel regalo Tonut e compagni lo vogliono proprio infiocchettare a tutti i costi. La benzina dell'Olimpia finisce sul traguardo, ma anche arrivando a spinta in fotofinish è scudetto, l'ultimo di una serie memorabile, una serie fatta di uomini, che contano più dei giocatori.
Poi il Torchietto, dove ritrovo Tullio e dove entrare è un'impresa, perchè da tifosi vincere così è quasi più bello. Così di tifosi ce ne sono tantissimi ad aspettare il bus in sede, ed ancora di più sui Navigli, e viene naturale chiedersi dove siano finiti. Il giorno dopo tutti a Telenova da Tullio, e se ci fosse ancora, maledizione, lo scriverebbe lui questo articolo, e se la ricorderebbe bene quella serata, come si ricorderebbe dei lunghi dibattiti che seguirono in quei giorni, dell'asciugamano in faccia a De Cleva, di King che resta in campo con sei falli, delle poco scientifiche analisi sul canestro finale.
Il tempo stravolge le sensazioni, a pensarci adesso sembra tutto più bello, più gente, più passione, americani più forti, audience milionarie. Forse non è così, perchè si giocava un basket meno evoluto tatticamente e fisicamente, più naif ed arbitrato peggio, anche se a livello individuale non mancava il materiale.
Di certo è stata una bella emozione. Di certo sembra tanto, tanto tempo fa…
