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La storia di Melli, bambino prodigio

28/02/2015
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Questa è la cover-story del Game Program in distribuzione al Mediolanum Forum prima dell’incontro tra EA7 Emporio Armani e Grissin Bon Reggio Emilia e dedicata a Nicolò Melli.

“Nick era un animale, io passavo la palla e lui schiacciava. Era l’unico a farlo”. Alessandro Gentile se lo ricorda bene quel bambino biondo, perché era il più alto e il più bravo di tutti. Un predestinato. Reggio Emilia, inizio secolo. Nando Gentile, rientrato in Italia dopo i trionfi ateniesi, fa un passaggio nella città del Tricolore scortato come sempre dalla famiglia. Spara le sue ultime cartucce da giocatore di Serie A. Il piccolo Alessandro gioca a minibasket. Non è ancora del tutto convinto, ma sta cominciando a maturare una certa passione che in seguito sarebbe esplosa. Nella sua squadra c’è un ragazzino che è più grande di un anno, quasi due per l’anagrafe (Melli è nato nel gennaio del 1991, Gentile nel novembre del 1992), ma è un fenomeno. Nicolò Melli. Una squadra di minibasket reggiana, una come tante, con nomi importanti per il DNA, ma in realtà non solo quelli. Solo che a quei tempi chi poteva immaginarlo?

“Ricordo la mia prima partita: mi mandano a saltare per la palla a due e la colpisco di pugno”, racconta Melli. Ma è stato l’ultimo momento di imbarazzo della carriera. Melli aveva i geni giusti. Il padre Leo era stato un discreto giocatore nelle serie minori laddove la Reggiana apparteneva all’epoca. La madre Julie Vollertsen però era una campionessa nella pallavolo. Veniva da Lincoln, nel Nebraska, e alle Olimpiadi del 1984 guidò la Nazionale statunitense sul podio. Medaglia d’argento. “Quando a casa hai una medaglia, la star della famiglia è lei: te non puoi dire nulla”, dice Nick. Poteva giocare a pallavolo, Melli, avrebbe avuto il talento atletico per imporsi. Per un anno ha anche vacillato, ha pensato di farlo, ma poi l’amore per il basket ha prevalso. E Reggio Emilia è terra di canestri, mentre la pallavolo regna nella vicina Modena. Così ha giocato a basket, ha debuttato in Serie A a 14 anni: situazione particolare, episodica perché un’epidemia influenzale costrinse il club a rimpolpare l’organico con i ragazzi delle giovanili. Melli lo meritava: era bravo in campo, si allenava, e aveva anche buoni voti a scuola perché in famiglia non avrebbero tollerato nient’altro. Come ormai sanno tutti, debuttò al Palalido di Piazzale Lotto, che adesso è la sua seconda casa, alla versione italiana del “Jordan Classic” per i migliori sedicenni d’Italia. Fu Mvp della partita assieme a Tommaso Ingrosso, un ragazzo toscano che poi ha giocato a Siena ma non ha sfondato. Melli invece sì. Lo portarono a New York per la versione internazionale della partita. Fu la sua prima volta nella Grande Mela. Pur avendo sangue americano nelle vene, pur parlando inglese correttamente, non c’era mai stato prima. E per la verità non si sente nemmeno troppo americano, a dispetto del passaporto doppio. Forse vale anche per mamma Julie: non solo trapiantata a Reggio Emilia, ma abbastanza integrata da aver ricoperto ruoli dirigenziali all’interno del Coni locale. Non male come storia.

Con Reggio Emilia nel secondo campionato e Melli in crescita costante, Nicolò diventò ogni anno oggetto di interesse sul mercato. Lo volevano tutti i grandi club, lo volevano le due squadre di Bologna, lo voleva Siena, lo cercava Treviso. Prevalse Milano: roba di cinque anni fa. Contratto di quattro anni per guardare al futuro, per sviluppare il giocatore. In quei quattro anni sono successe tante cose: Melli ha trascorso qualche mese in prestito a Pesaro, ha conquistato la Nazionale (prima ha vinto un argento europeo Under 20 in compagnia di Gentile), ha giocato gli Europei, ha trovato posto nel quintetto dell’Olimpia, ha giocato la sua più grande partita in gara 7 della finale scudetto vincendo il tricolore due giorni dopo aver segnato due bombe cruciali a Siena in gara 6. Si è imposto come un uomo squadra, difensore del primo livello, anche una bandiera del club. E’ ambasciatore del progetto di responsabilità civile “One Team”, promosso dall’Eurolega. Ed è tante altre cose: è un grande lavoratore, è un tifoso dell’Inter, gioca benissimo ai videogame ma legge anche libri impegnati, indossa le cuffie d’ordinanza per un ventiquattrenne (le beats) ma non disdegna i quotidiani. E’ al tempo stesso un prodotto dei suoi tempi e delle mode ma anche più maturo della propria età. Non si prende mai troppo sul serio, ma non si tira indietro se c’è da battagliare o da esibire spirito competitivo. Può portare le valigie dei fisioterapisti in trasferta come se fosse un debuttante ma non lo è più. Non lo è da molto tempo.