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Joe Barry Carroll Report: il racconto della sua visita all’Olimpia

30/04/2019
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Camminando per Milano, dopo una giornata culturale spesa in compagnia di Tara e di Bruna, impiegata all’Olimpia durante la sua stagione milanese, Joe Barry Carroll ha sentito i ricordi occupargli mente e spirito. Alla fine, quando è arrivato il momento di andare in campo, assieme ai suoi ex compagni e allenatori, sentendo il calore della gente, le emozioni l’hanno sopraffatto. E’ sempre così. Quando ha aperto il suo account Facebook, Carroll è rimasto sorpreso di quanta gente dall’Italia si ricordasse di lui o di quanto ancora fosse vivo il suo ricordo. Un anno, 25 partite di campionato e una manciata in Coppa Korac. Uno scudetto e una coppa vinti: “Ho una medaglia per la Korac – dice guardando nella Secondaria lo stendardo che la ricorda -, ma il merito fu di Russ Schoene. Siamo ancora amici, manca da qualche anno da Milano”. Il tour della sede, la palestra, la sala pesi, gli stendardi, le foto – anche sue, che firma – lo impressionano: “Sento di aver fatto parte di qualcosa di grande, di speciale. La mia squadra a Milano era speciale”.

“Il mio contratto era in scadenza a Golden State – ricorda – Non volevano pagarmi quanto meritavo, ma non potevo andarmene e non volevo stare fermo tutto l’anno. La stagione era cominciata un paio di mesi prima. Il mio agente mi propose Milano e venni. Avevo giocato in Nazionale, sapevo che gli europei erano bravi a correre e a tirare. All’inizio non ero in forma, ma il Coach Peterson – un allenatore speciale, uno studioso del gioco, che sapeva tutto e sapeva indicarti sempre cosa fare, chi imitare – e la squadra, loro furono generosi, ad aiutarmi e dopo un paio di mesi abbiamo preso il volo”. Carroll perse la prima partita a Milano, in casa con Caserta. La sera andò alla Domenica Sportiva: era nervoso, timido. John Ebeling, che allora giocava a Firenze, fece da interprete. Si concesse con poche parole: oggi è molto diverso, loquace, la risata interrompe spesso le sue riflessioni, che sono quelle di un uomo di cultura, intelligente, impegnato. Vede la foto di Mike D’Antoni che in realtà è un ruggito: “Fuori del campo, è educato, ha modi garbati, in campo diventa una bestia, lui era il nostro leader. Sono felice che abbia avuto una grande carriera nella NBA da allenatore, ma non mi sorprende. Lo vedo ogni tanto, lo sento: semplicemente è un mio amico”.

Un’altra immagine lo colpisce: Bob McAdoo, il suo erede con la maglia numero 15. “Ha qualche anno più di me: ero al liceo, al college, lo guardavo e pensavo quanto sarebbe stato bello avere il suo tiro. Nella NBA ci siamo affrontati, io a Golden State e lui ai Lakers. Sì, siamo stati in tempi diversi due grandi giocatori in un’era in cui i “big men” giocavano vicino a canestro alla ricerca di tiri ad alta percentuale. Oggi è diverso, funziona, ma non mi piace. Io preferivo quei tiri che andavano sepre dentro, tre volte su quattro”, riflette. Entra in sede Dan Peterson: si erano visti per l’ultima volta il giorno dello scudetto a Pesaro quando Joe Barry se ne andò regalando ad ogni compagno di squadra un orologio, in segno di gratitudine. L’abbraccio è commovente. “Per me il Coach è stato fondamentale, che fosse un americano ha certamente aiutato, come mi ha aiutato D’Antoni. Non so fare un confronto, perché Peterson è l’unico allenatore che abbia avuto in Europa, ma lui è stato in grado di farmi rendere al meglio. Quella squadra era bellissima, una squadra di ragazzi che si divertivano insieme, ma quando andavano in campo diventano bestie come Mike D’Antoni. Il ricordo più forte che ho di quella stagione non è stato tanto la vittoria, anche se ha significato molto, ma il tempo passato con gli altri ragazzi. Raccontavo ai miei amici di Roberto Premier: un pazzo, ma quando si accendeva… non ho visto tanti tiratori come lui in vita mia. Quando abbiamo vinto lo scudetto ho tirato un sospiro di sollievo. Ero nervoso fin dall’inizio, perché la squadra aveva già vinto tanto prima che arrivassi io e non volevo diventare un elemento di disturbo, volevo essere parte di quella storia, non distruggerla. Non volevo dicessero che erano andati bene fino a quando non ero arrivato io. In quel momento ho capito che ce l’avevo fatta ed è stato un sollievo”, racconta.

A Joe Barry pesa non aver mai avuto la possibilità di vincere un titolo NBA, “ma perché succeda i pianeti devono allinearsi e i miei non si sono allineati. Se Boston avesse tenuto la prima scelta e avessi giocato con Larry Bird… ma non ho mai guardato indietro, sono contento della carriera che ho avuto. Ho fatto le Final Four a Purdue, ho vinto a Milano, so che avrei potuto vincere anche nella NBA. Il soprannome di Joe Barely Cares è stato una vergogna: ero al mio terzo anno nella Lega, attraversavo un momento difficile, non mi entrava nulla. Ero timido e non capivo a 23-24 anni l’importanza di ciò che esiste attorno al gioco, di parlare con i media. Ma se me ne fossi fregato non avrei segnato oltre venti punti di media, catturato oltre dieci rimbalzi. Bastava analizzare la situazione: da una parte hai un’etichetta e dall’altra fatti oggettivi che la smentiscono”. Carroll ha giocato nell’era d’oro dei centri NBA. Ha incrociato le armi con Kareem Abdul-Jabbar (“Il suo gancio cielo era perfetto, nessuno l’ha mai stoppato”), con Artis Gilmore, con Moses Malone (“Fortissimo, era sempre in movimento, non lo prendevi mai e andava sempre a rimbalzo”), con i giovani Hakeem Olajuwon e Patrick Ewing (“Fisicamente mostruoso”): “Loro erano in grado di segnare 20-25-30 punti contro di me, ma io riuscivo a fare altrettanto contro di loro”, ricorda.

Dopo essersi ritirato, Joe Barry Carroll ha avuto successo anche fuori del campo, inizialmente dedicandosi all’attività di consulente finanziario per giocatori della NFL (football) oltre che della NBA. “Quando sei stato professionista tanto a lungo, se hai avuto cura dei tuoi guadagni, hai delle opzioni, puoi scegliere cosa fare, com’è capitato a me”. Oltre all’attività finanziaria, con il tempo Carroll ha scoperto talento come pittore (“Fino a cinque anni fa non l’avrei mai detto, dimostra che nella vita non si finisce mai di imparare e bisogna cogliere al volo le occasioni”), come autore (“Ho sempre letto, ho sempre avuto un libro con me, ma anche qui da poco ho capito di poter scrivere: ho pubblicato due libri, lo stile è Mark Twain, anche in questo sono in competizione con Kareem, anche se lui scrive di fiction o autobiografie”) ed editore. “Durante il suo discorso alla partita, aveva lacrime negli occhi – racconta Dan Peterson – non finiva mai a dirmi quanto apprezzava ciò che l’Olimpia fatto per lui. Joe Barry è un grande personaggio”.

JOE BARRY IN SEDE
CON DINO MENEGHIN
CON COACH DAN PETERSON
CON I COMPAGNI
L'ABBRACCIO CON PREMIER COME NEL 1985