benvenuto nel sito ufficiale olimpiamilano.com

Il ritorno in un posto che per l’Olimpia sarà sempre speciale: Trieste

12/01/2019
TUTTE LE NEWS »

Adolfo Bogoncelli, Mister Olimpia, veniva da Treviso ma con la famiglia a 18 anni si era trasferito a Milano con il sogno di conquistarla. Si era già appassionato al basket, a Modena, dove frequentava l’Accademia Militare e gestiva la squadra del Guf infarcendola con i triestini con i quali aveva legato e che erano davvero bravi (la Ginnastica vinse lo scudetto nel 1940 e nel 1941). Quando tornò a Milano, Bogoncelli fondò appunto la Triestina Milano utilizzando i soldi del Partito d’Azione, che arrivarono grazie all’interessamento del pesarese Alceo Moretti che poi avrebbe rivendicato un ruolo più importante di quello riconosciutogli pubblicamente nella grande storia dell’Olimpia. Fu lui il presidente del club quell’anno. Era stata una grande idea, quella della Triestina Milano, solo che durò poco. I soldi del Partito smisero di arrivare, Bogoncelli trasferì la sua squadra a Como in Serie B ma i soldi erano sempre pochi, e non c’era un impianto adatto. Ma le idee non mancavano e quella che avrebbe sancito la sua vita fu quella di fondere la sua società – cui impose il nome di Olimpia – con il Borletti che già esisteva, ma stava affondando. Il Borletti era in realtà il Dopolavoro Borletti. L’ex stella anche della Nazionale, Sergio Paganella era il direttore della mensa aziendale. Fu lui a fare da tramite tra Bogoncelli e l’Olimpia e Borletti come azienda. E Bogoncelli come prima mossa chiamò Cesare Rubini tanto per ribadire che i triestini all’Olimpia venivano prima di tutti. Il fortissimo rapporto tra l’Olimpia e la città di Trieste, che domenica vivrà una sorta di amarcord in un palasport tutto esaurito, intitolato a Cesare Rubini, nacque così. Con un’idea, un legame e un binomio storico, tra il trevigiano Bogoncelli, affascinato dai triestini del basket, e Cesare Rubini.

Cesare Rubini era un gigante la cui vita è tempestata di storie, leggende, di imprese e di libri. È stato forse il più grande personaggio dello sport italiano, capace di eccellere ai massimi livelli in due discipline diverse, molto diverse come basket e pallanuoto. Eccellere al punto di entrare nella Hall of Fame di ambedue. Unico al mondo. Rubini a Springfield, Rubini a Fort Lauderdale. Guadagnava di più con il basket ma gli riusciva meglio la pallanuoto, così dicono. E poi ha avuto successo come atleta, come allenatore e come manager, una specie di enorme Grande Slam. Era al tempo stesso nazionale di basket, e andava sul podio agli Europei, e membro del Settebello che dominava il mondo. Dovette scegliere solo nel 1948 prima delle Olimpiadi di Londra. Scelse la pallanuoto e vinse l’oro. Quattro anni dopo a Helsinki vinse il bronzo. Ma intanto aveva “sposato” l’Olimpia: allenatore e giocatore inizialmente.

Un altro triestino, anche se nato a Spalato, era Romeo Romanutti. Arrivò all’Olimpia nel 1950, ma era già una stella alla Ginnastica Triestina. Era stato capocannoniere del campionato e lo sarebbe tornato a Milano dove vinse sei titoli in otto anni. L’Olimpia vinse cinque scudetti consecutivi tra il 1948/49 e il 1953/54. Ma poi perse lo scettro, aveva bisogno di sangue nuovo così andò a prendere a Pesaro Sandro Riminucci e ancora a Trieste l’occhialuto Gianfranco Pieri.

Pieri aveva segnato 34 punti all’Olimpia giocando da pivot ma Cesare Rubini gli propose di fare il playmaker, un’intuizione geniale che gli creò anche delle difficoltà iniziali. “Infatti dopo il primo anno non dico che volessero mandarmi via ma qualche dubbio lo avevano”, racconta Pieri. “Quando segnai 34 punti al Simmenthal, mi marcarono in tanti, Rubini, Romanutti, Stefanini, ma non ce n’era per nessuno. Pensarono che sarebbe stato meglio comprarmi”, sorride. Dicono che Rubini capì provando a marcarlo di essere giunto al capolinea come giocatore.

Nel 1966, Pieri era il playmaker dell’Olimpia che vinse la Coppa dei Campioni a Bologna (l’Olimpia era arrivata alla semifinale nel 1964 e alla finale nel 1967 sempre con Pieri in regia). Il suo cambio quel primo aprile era Giulio Iellini: faceva parte di una generazione successiva ma era anche lui un triestino. Solo che Pieri era il primo playmaker moderno, Iellini era il primo playmaker creativo, un po’ guardia estrosa, un po’ regista. Iellini avrebbe raccolto lo scettro da Pieri trovando nell’isontino Brumatti il suo Riminucci o il proprio Premier dipende dai punti di vista. Iellini pilotò l’Olimpia negli anni ’70, quelli di tre spareggi per il titolo, delle due Coppe delle Coppe. Quando quel ciclo si chiuse andò a Varese. Ma la storia di Milano e Trieste non si sarebbe fermata qui.

Nel 1994, Bepi Stefanel entrò nell’Olimpia portando in dote il proprio marchio, il proprio allenatore di fiducia (Bogdan Tanjevic) e i suoi migliori giocatori, Dejan Bodiroga, Nando Gentile, Davide Cantarello, un altro mulo triestino, Sandrino De Pol, e Gregor Fucka, che era sloveno ma trapiantato a Trieste proprio grazie ad un’operazione gestita da Tanjevic prima che venisse a Milano. Non ne venne fuori un ciclo lunghissimo ma fruttò lo scudetto del 1996 e nello stesso anno la Coppa Italia.

Trieste retrocesse dalla Serie A nel 2004. La società attuale venne fondata in quello stesso anno ereditando il patrimonio di passione di Trieste ma senza legami tecnici con quella squadra. Quindi l’Olimpia che domenica torna a giocare a Trieste dopo 15 anni non troverà la stessa squadra con cui ha condiviso origini e legami, ma la stesso spirito sì. E poi nel basket per l’Olimpia, Trieste non potrà mai essere un posto come gli altri. Sarà sempre speciale.

Nella foto Giulio Iellini e Gianfranco Pieri.